Quanto vale la faccia di un candidato?

Di solito chi vuol far la figura della persona seria e pensosa, che non corre dietro al gossip, dice: la gente vota il programma. Poi però, chissà perché, ogni volta a sinistra si piange: “con dei candidati così non vinceremo mai”.

Allora: programma o candidato?

A destra non si sono mai fatti tutte queste seghe mentali. A destra votano L’Uomo. Da sempre. È questo uno dei motivi per cui la Destra è la Destra.

Però, quando vale quest’Uomo? Si può misurare il peso effettivo, in termini elettorali, di una Faccia? L’apporto che questa Faccia può dare ad un Programma?

Di solito è impossibile. Si fanno dei sondaggi, che alla fine si riducono a dei mini dèrbi: D’Alema o Vendola? Vendola o Berlusconi? Berlusconi o Fini? Che sembra il giochino scemo di Fazio: le arance o il caffè la mattina?

Be’, nel caso di Berlusconi abbiamo un dato un pochino più concreto.

C’è stata un’occasione in cui il popolo di Destra ha potuto votare il programma di Berlusconi senza la faccia di Berlusconi.

In occasione del referendum confermativo del 2006, è stata sottoposta al voto degli elettori la summa del pensiero politico berlusconiano, la realizzazione concreta del programma che vede uniti forzisti e leghisti: presidenzialismo più federalismo.

L’unica differenza rispetto alle altre votazioni, in cui questi temi erano presentati come programma di governo, era che non c’era il nome Berlusconi sulla scheda.

(Io ricordo mie colleghe, laureate, che dicevano: non so per cosa andiamo a votare.)

Risultato: la destra ha avuto il 39 per cento scarso.

Pochi mesi prima c’erano state le politiche, quando gli elettori di destra avevano votato quello stesso programma, più la faccia e il nome di Berlusconi. Quelle votazioni avevano dato un sostanziale pareggio.

Insomma, la matematica mi dice che la faccia e il nome di Berlusconi, aggiunti ad un programma, hanno un peso nell’ordine del dieci per cento circa.

Si noti che in questo caso la differenza non l’avevano fatta le televisioni; ma proprio solo quello che, inghiottendo litri di saliva, sono costretto a chiamare il “carisma”(*) di Berlusconi.

(Altro avvertimento: quanto ho detto sopra non vuol dire che alla sinistra tocchi automaticamente quel 61% di elettorato che ha detto No).

Qualcuno potrebbe anche dire che fa le politiche e il referendum c’è stata una notevole differenza di partecipazione, ma sta proprio qui la forza del “carisma”: portare a votare gli “impolitici”, quelli che quando non hanno una motivazione forte, di tipo emotivo, un qualche “Silvio salvaci tu”, un qualche scontro epocale tra il Bene e il Male, manco sanno che si va a votare. Come le mie colleghe laureate.

Ebbene, questo spiega il dramma della destra. Non c’è solo il mercato delle escort e dei senatori. C’è anche quello, certo. Ma il fatto è che ormai tutti si rendono conto che il Porco è cotto e stracotto, che fra deliri di onnipotenza e ossessioni persecutorie i momenti di lucidità sono sempre più rari e discontinui.

Però sanno anche fin troppo bene che in giro non c’è nessuno capace di prendere il suo posto. Non Gianfranco, uno che si presenta benino, che parla benino, ma in un paio di momenti decisivi ha fatto errori madornali, e comunica intorno a sé un’aria di incertezza e di pochezza che solo le cortine fumogene berlusconiane riuscivano a mascherare. Di sicuro non Bossi, troppo tribale per diventare il Negus Negesti: e Bossi è il primo a saperlo. E dietro Bossi e Fini c’è il vuoto. L’insulsa prosopopea di Tremonti; il trasformismo di qualche centinaio di saltafossi; e poi il vuoto pneumatico, gente che non passerebbe un provino da Maria De Filippi.

Insomma, ecco il tragico destino della destra: rimanere attaccata al miglior amico di Gheddafi

comme le forçat à la chaîne,
comme au jeu le joueur têtu,

comme à la bouteille l’ivrogne,

comme aux vermines la charogne,


tu n’es pas digne qu’on t’enlève

a ton esclavage maudit,
Imbécile! …


(*) Io sono ateo da sempre, ma ci sono parole che non riesco a pronunciare per un antico timore sacro. Da decenni non bestemmio la Madonna, per motivi più estetici che religiosi, sicuramente; ed anche associare il termine “Carisma” a quel turpe pupazzetto mi costa uno sforzo innaturale.
Se qualcuno mi sapesse indicare un termine diverso, gliene sarei infinitamente grato.

[Torna al testo ^]

Vorrei provare a parlare della palude in cui siamo caduti, senza parlare di tette culi e televisione.

Un tema assai caldo del dibattito politico (quando in Italia c’era un dibattito politico) era quello fiscale.

Ora, a proposito delle tasse, tutti dovrebbero conoscere alcune massime auree, che sono considerate tali da quando il mondo è diventato moderno.

Una di queste dice che si deve tassare la ricchezza prodotta, non la produzione di ricchezza.

Tra l’altro, è una di quelle massime che da sempre sono alla base del pensiero economico liberale.

Tassare la ricchezza prodotta vuol dire, nell’ordine, tassare i redditi, i consumi, ed i beni che non siano capitali per produrre altri beni.

Poiché il nostro paese ha con il liberalismo lo stesso rapporto che ho io con l’etologia dei cavallucci marini, ad un certo punto non uno, ma molti, hanno avuto una bella idea: aboliamo l’ICI.

Si è tornati a parlare della questione a proposito del federalismo, poiché in tutti i paesi civili le finanze comunali sono sostenute prevalentemente dalle tasse sulla casa. Ma non è di questo che volevo parlare.

Piuttosto, volevo dire che l’ICI è una tassa che colpisce un bene alla fine del processo produttivo. È una tassa che colpisce in modo più o meno proporzionale alla ricchezza individuale. È quindi una delle tasse più virtuose che ci siano, poiché risponde a due essenziali requisiti, di non colpire la produzione della ricchezza, e di essere abbastanza equa – più equa della maggior parte delle altre fonti di prelievo che ci sono in Italia.

Ma sappiamo bene che l’ICI è sempre stata una tassa impopolare, e che l’abolizione dell’ICI è stata una carta importante in una recente campagna elettorale.

Ora, in campagna elettorale si può dire: “abbassiamo/aboliamo le tasse!” Ma nella vita reale, finita la campagna elettorale, si sa che le tasse non si aboliscono, ma si spostano. Se viene a mancare una fonte di gettito, ci deve essere un compenso da un’altra parte.

L’abolizione dell’ICI è stata un’iniziativa rovinosa, perché ha accentuato le due gravi distorsioni del sistema fiscale italiano: di essere fondamentalmente iniquo, e di colpire le attività produttive molto più dei consumi. (E questo si può dire di tante altre cose, poiché spero sia chiaro che quello dell’ICI è solo un esempio delle tantissime trappole in cui il nostro paese ha infilato i piedi).

In Italia le tasse sono pagate dai lavoratori dipendenti, e dalle imprese. Una recente indagine del Sole 24 Ore dice che in Italia più di metà delle imprese pagano in tasse più di metà di quello che incassano.

Tutti sanno che se non si esce da questa situazione distorta non c’è verso di fare qualcosa di buono per l’economia e per tutto il resto che non funziona nel nostro paese.

Ma un partito che si presenti alle elezioni mettendo in programma la reintroduzione dell’ICI (e tante altre cose, di cui ognuno potrà fare un piccolo elenchino) non ha nessuna speranza di vincere. D’altra parte, un partito che non abbia in programma un riequilibrio sostanziale del sistema fiscale, non c’è niente da fare, vuol dire che non ha un programma. Può vincere le elezioni, può andare al governo, ma poi non sa che cosa fare. Non può governare il paese, può solo suonare il mandolino mentre il Paese sprofonda.

Ed è quello che capita in Italia, e che continuerà a capitare ancora per molto tempo a venire.

Ora, torniamo a parlare di tette e culi e televisione.

C’è di peggio che ammazzare e violentare (non s’è ancora capito in che ordine) una nipote, sventolare la begonia (propria o altrui) per sfilare ad un vecchio demente qualche migliaio di euri?

Il peccato orrendo di quest’epoca infelice sembra essere linguistico. Un uso contro natura del linguaggio, una Sodoma e Gomorra verbale in cui le parole a tutto servono, meno che a comunicare un significato.

Sono stato io non sono stato io è stata lei non è stata lei perdonami ti perdono non potrò mai perdonarti. Lo conosco non lo conosco non l’ho mai conosciuto lo conosco ma gli voglio bene sono andata non sono andata sono andata ma non ho fatto niente m’ha dato dei soldi non m’ha dato dei soldi. Giuro giuro giuro lo giuro è così non è così, sniff sniff, qui lo do dico qui lo nego mi smentisco mi correggo mi interpreto. Sniff sniff.

Qualcuno si porta avanti con il lavoro: non parlo, ma potrei parlare, parlerò, non oggi, domani (forse) parlerò, vedrete, parlerò di sicuro, se parlerò ve lo farò sapere.

Il linguaggio da strumento della comunicazione e della (la sparo grossa!) conoscenza, diventa un abito che si cambia ad ogni occasione, un gesto intercambiabile di mimèsi, camuffamento, occultamento. Dire le cose come stanno è il vero scandalo, e perfino la Chiesa scopre nell’educazione sessuale il suo più gran nemico. Pessimi attori, nello spettacolo / nella politica / nella vita privata, si agitano per ottenere qualche minuto d’attenzione dalle telecamere, ed improvvisano una commedia di cui non conoscono il copione, probabilmente non sanno neanche se c’è o non c’è un copione, cercano di compiacere il pubblico del momento, recitano una fìc-scion scambiandola per vita vera e vivono la vita vera come se fosse una fìc-scion, un attimo dopo, altro pubblico, altra fìc-scion, un’altra vita altrettanto vera altrettanto finta.

Poveri stronzi patetici, che ballano alla musichetta strimpellata dallo stronzo più patetico di tutti.

In un messaggio pubblicato un paio di settimane fa su un gruppo di discussione avevo scritto:

Giovanni Giolitti… più di cent’anni fa disse: non è compito dello Stato prendere le parti degli industriali nei conflitti sociali

l’esito mi sembra che mi dia ragione.

Non è compito dello Stato, a maggior ragione non è compito di una forza di sinistra che intende candidarsi al governo dello Stato e conservare il governo della città di Torino.

È chiaro che una forza di sinistra deve avere un occhio particolarmente attento nei confronti del mondo del lavoro, ma questo non la obbliga necessariamente a prendere una posizione riguardo ad una vertenza sindacale. Di fronte alla vertenza Fiat, anche prendendo atto che la CGIL non è il sindacato di riferimento del PD, sarebbe sicuramente stato più saggio mantenere un prudente silenzio.

Purtroppo anche in questo caso molti non hanno saputo resistere alla tentazione di farsi dare dalla destra patenti di “riformismo”. In una vicenda che ha drammaticamente spaccato il fronte delle grandi confederazioni sindacali, che in ogni caso lascerà pesanti straschichi negli anni a venire, bastava dire “tocca ai lavoratori decidere”.

Non so che cosa avessero Fassino e Chiamparino da guadagnarci esprimendo in modo così clamoroso un appoggio a UIL e CILS, ma mi sembra che fosse abbastanza facile capire (se l’ho capito perfino io, perdiana!) che c’era parecchio da perdere a sconfessare la CGIL.

Insomma, la cosa da evitare nel modo più assoluto era proiettare la vicenda Fiat, e la prevedibile spaccatura del voto operaio, sulla vita interna dei partiti del centro-sinistra. Creare il fantasma di un “Partito FIOM” di cui nessuno in questo momento sente il bisogno. Aggiungere alla difficoltà della prossima campagna elettorale il peso di parole che sicuramente verranno usate per mostrare ancora una volta lo scollamento del mondo della politica, anche della politica di centro-sinistra, dai lavoratori.

La teoria oggi di moda riguardo al mercato del lavoro ha il fascino delle cose semplici. Se c’è disoccupazione, stagnazione, allora bisogna ridurre i salari, ridurre le garanzie dei lavoratori, ridurre la rigidità dell’occupazione. Gli operai pur di lavorare saranno disposti ad accettare condizioni di lavoro meno favorevoli, almeno nell’immediato. Gli imprenditori vedranno in ciò maggiori garanzie per i loro investimenti, fabbriche più governabili, lavoratori più “produttivi”, e faranno maggiori investimenti. Più investimenti, più occupazione; più occupazione, più salario; più salario, più consumi, e quindi più investimenti ecc.; quindi, in breve tempo, anche le condizioni di vita degli operai miglioreranno notevolmente.

Semplice, no?

Questa teoria ha il fascino e l’automatismo di un’altra, il keynesismo for dummies.

Se l’economia ristagna, allora è compito dello Stato rilanciare la domanda, aumentando la spesa pubblica. Certo, questo all’inizio comporterà un aumento del deficit del bilancio dello Stato, che non è mai una bella cosa. Ma se aumenta la spesa pubblica, aumenterà la domanda globale; le industrie aumenteranno la produzione, investimenti, occupazione; cresceranno anche i profitti, e quindi inevitabilmente il gettito fiscale. Il deficit del bilancio sarà colmato in pochi anni, e tutta la società sarà rivitalizzata.

Semplice anche questo!

Già che siamo in giornata di semplificazioni, vediamo un’altra teoria semplicissima, la prima versione del tremontismo – no, non il tremontismo “for dummies”, perché in questo caso la dumminess è alla fonte.

Allora, Giulio Tremonti, uno che cento ne dice e nessuna ne pensa, nella campagna elettorale del 1994 ripeteva trionfante e persuasivo: Fino ad ora si è detto: prima bisogna ripianare il deficit dello Stato, poi si potranno diminuire le tasse. Ma che prima e che dopo! La prima cosa da fare è ridurre le tasse. Se l’imprenditore deve pagare meno tasse, non avrà tanta paura a fare investimenti, avrà maggiori risorse per tentare nuove imprese, assumere nuovo personale ecc. Quindi (ormai l’avrete capito) ecco l’economia che “gira” come una trottola, schizzando benessere su tutta la società, ed anche il bilancio dello Stato, alla fine, ammetterà di averci guadagnato.


Cos’hanno in comune queste tre teorie? La fiducia assoluta che un impulso iniziale, una volta dato l’avvio ad una macchina meravigliosa che va sotto il nome di “moltiplicatore”, metterà in moto una valanga inarrestabile, un automatismo prodigioso che risolverà tutti i nostri problemi.

Ma queste teorie hanno anche un altro punto in comune: che una volta messe alla prova, non funzionano sempre. Spesso funzionano, ma non sempre. Anzi, a voler essere pignoli, sono forse più le volte che non funzionano che le volte che funzionano.

Andando in ordine inverso, il tremontismo for dummies – almeno in Italia – è stato cassato all’origine proprio da Temonti e dagli altri ministri della sua parte politica, che una volta al governo si sono ben guardati dal ridurre le tasse – a parte qualche regalino ai propri orticelli elettorali.

Anche il keynesismo for dummies ha avuto una clamorosa smentita proprio in Italia, dove una lunghissima epoca di spesa pubblica “allegra” o “creativa” che dir si voglia ha lasciato un debito pubblico avvilente, mentre una dopo l’altra le grandi imprese si riducevano ad ammassi di ferraglia.

Quanto la mercato del lavoro for dummies, be’, ce l’abbiamo sotto gli occhi. Prima piano piano, in modo quasi impercettibile, poi più decisamente, infine con la forza di una frana appenninica, salari, condizioni di lavoro, tutele sindacali, occupazione, nel giro di un buon quarto di secolo hanno visto un’erosione, una deprivazione, un degrado, un crollo che è sotto gli occhi di tutti. La forza propulsiva di questo mercato, tutto favorevole agli imprenditori, non s’è vista. Ormai quando qualcuno dice che in Italia l’economia “non gira” perché i salari sono troppo alti ecc. farebbe ridere, se non ci fosse da piangere.


Mettiamoci il cuore in pace: nei sistemi complessi (e l’economia di una Paese è un sistema complessissimo) non c’è un solo “moltiplicatore” che può spiegare tutto. Anzi, affidarsi ad un solo meccanismo semplice in una situazione complessa molto spesso porta a conseguenze rovinose.

Spiegare i sistemi complessi in base ad unico principio semplice è l’essenza dell’ideologia; tentare di applicare quest’ideologia – contro ogni evidenza dei fatti – per “governare” i sistemi complessi è l’essenza dell’utopia.

Poiché nessuno rinuncia volentieri alle proprie illusioni, chi segue un’utopia (anche l’utopia delle mercato del lavoro for dummies) dirà che la cosa non funziona non perché non funziona, ma perché i salari non sono ancora abbastanza bassi, le tutele non sono ancora abbastanza destrutturate, la flessibilità non è ancora abbastanza flessibile. Di fronte al fallimento delle utopie, gli utopisti diranno sempre: più utopia!

Poi tocca ai non utopisti raccogliere i cocci.


Allora, una non-utopia del mercato del lavoro per non-dummies, su che cosa potrebbe basarsi? Per non fare la figura del pirla, e smentire tutto quello che ho detto finora, vi dico subito che non ho la soluzione in tasca. Ho solo qualche osservazione.

Primo, che la teoria del mercato del lavoro per dummies ha il grosso difetto di essere una teoria puramente quantitativa (quanto lavoro, e quanto costa), mentre oggi il problema drammatico sembra essere quello della qualità del lavoro. “Produttività” del lavoro (mi sembra di averlo già detto in un => recente articolo) non significa raccogliere dodici cassette di pomodori invece che dieci nello stesso tempo. Produttività del lavoro significa tutto quello che dà valore al prodotto oltre al lavoro bruto. Produttività del lavoro significa formazione, istruzione, investimenti, tecnologia, ecc. cioè tutto quello che da vent’anni non facciamo altro che sperperare. Produttività del lavoro significa, checché ne dicano i dummies di tutto il mondo, lavoro meglio retribuito.

Secondo, che tutti i moltiplicatori delle teorie elencate sopra, per vari motivi, di tipo economico e politico, non hanno funzionato tra l’altro perché hanno moltiplicato non gli investimenti, ma i redditi di una minoranza che ha accumulato enormi risorse trasformandole in inespugnabili rendite di posizione. Agevolazioni fiscali, spesa pubblica, bassi salari, hanno permesso ad un’oligarchia politico-finanziaria di trasformare enormi risorse in puro potere, e non in investimenti produttivi.

Terzo, che i sistemi politici oggi dominanti del mondo agiscono prevalentemente nella direzione di tutelare gli interessi di quell’oligarchia; e che in un mondo dominato dalle rendite di posizione questo spesso significa vedere il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori come un pericolo, non come un beneficio sociale, neanche come una possibilità di investimento.

Insomma, se c’è una morale in tutto questo, è che non ci sono ricette bell’e pronte per il mercato del lavoro dell’avvenire, che in un sistema complesso bisogna intervenire con un accorto dosaggio di tutte le strategie disponibili, e che in fondo quello che manca veramente nel mondo occidentale – e in Italia in particolare – è qualcosa che non saprei definire altrimenti che come una maggiore dose di democrazia economico-sociale.

Premetto che sono un moderato. Da giovane ero un rivoluzionario, da vecchio sono diventato un moderato.

Moderato (lo sa bene chi mi conosce un pochino) non nel senso di orientamento politico, ma nel senso che per me parlare è meglio che prendersi a legnate.

Sotto questo punto di vista cerco di capire le conseguenze di quest’ultima iniziativa imprenditoriale sulle relazioni sociali nel nostro paese. E poiché sono moderato, nell’espressione “relazioni sociali” l’accento è sulla parola “relazioni”. Il nostro paese sembra caduto in una tale babele linguistica (oltre che morale e culturale) che nessuno finora ha voluto sottolineare il significato di questa semplicissima parola. Allora lo faccio io: relazioni. È una parola che, in un mondo normale, sembrerebbe appartenere più all’ambito del parlarsi, che a quello del prendersi a bastonate.

Ora, un imprenditore, nell’ambito di una vertenza sindacale, ha detto papale papale ai suoi dipendenti: o così, o chiudo la fabbrica.

Nel linguaggio sindacale di qualche decennio fa, questo si chiamava “serrata”. E la serrata era considerata una cosa brutta, perché si pensava che l’esito di un’operazione di questo genere non potesse che essere un peggioramento del sistema delle relazioni. Tra il parlarsi e il prendersi a legnate, si rischiava fortemente che il peso si spostasse più verso la seconda opzione.

Ma lasciamo perdere il passato, proviamo ad immaginare il futuro. Un futuro in cui, da parte imprenditoriale, diventi normale dire: o così, o chiudo la fabbrica. Oltre, ovviamente, alle moltissime fabbriche che chiudono e basta. Mi chiedo se qualcuno ha provato a immaginare le conseguenze di questo sistema non solo sulle relazioni sindacali all’interno delle fabbriche, ma sull’insieme delle relazioni sociali nel nostro paese.


Il nuovo accordo prevede che i sindacati che non accetteranno saranno esclusi dalla rappresentanza all’interno della fabbrica. Due sindacati sembrano orientati ad accettare una simile conseguenza. Due sindacati si sono dichiarati disposti ad accettare che un terzo sindacato sia spinto ad una condizione di clandestinità sul luogo di lavoro.

Ora, io sono un moderato. Di moderati siamo rimasti in pochi, perché il vento sembra piuttosto favorevole a soluzioni estremiste. Da decenni cova, in una parte cospicua dell’opinione pubblica e del mondo politico, un rancore, un senso di rivalsa verso il movimento sindacale, il desiderio di una resa dei conti che liquidi definitivamente il sindacalismo – o almeno una parte di questo, il sindacalismo “rosso”. È un atteggiamento estremista, che non si pone minimamente la domanda sulle conseguenze, in termini di relazioni sociali – in termini, diciamolo pure, di ordine pubblico – di una scelta di questo genere. L’esclusione della FIOM dagli stabilimenti Fiat dà soddisfazione a quest’odio fanatico coltivato per generazioni, ed è stata accolta con urla di giubilo. Ma l’odio fanatico non è un modo razionale per costruire il futuro. L’odio fanatico – ce lo insegna la storia – porta a selvagge bastonature; alla fine viene sconfitto, ma solo dopo aver trasformato il paese in un deserto di macerie.


E le conseguenze sull’economia? Poiché, come sappiamo tutti, l’economia non è solo questione di quattrini, ma è l’“anatomia della società civile”, e sull’economia generale del nostro paese le relazioni sociali, lo stato dell’ordine pubblico pesano un po’ di più di qualche minuto di pausa in fabbrica, ebbene, da un punto di vista economico, il nostro paese può permettersi un Marchionne?

Ho la soddisfazione di dire che questa volta l’unico che si è comportato in modo impeccabile è stato Silvio Berlusconi.

Di fronte alla defezione dell’ex-alleato, ha dato l’unica risposta sensata: vieni avanti, e vediamo chi vince. Le minestre riscaldate del Governo di Responsabilità, del Governo dei Tecnici, del Berlusconi bis erano inaccettabili – inaccettabili ovviamente per lui, e direi che anche per noi erano l’unico esito peggiore del berlusconismo stesso. Ha vinto, e può giustamente dire di essere soddisfatto.

Chi si è comportato peggio è Fini. Uno che dopo sedici anni scopre che Berlusconi fa politica solo per tutelare i propri interessi economici e giudiziari, non può sottrarsi alla domanda: ma non potevi accorgertene prima?

Uno che dilapida il patrimonio di un partito di quattro milioni e rotti di elettori, per trovarsi con una sparuta truppa che ha come esponenti di spicco degli zeri come Italo Bocchino, Benedetto Della Vedova e Luca Barbareschi; e che dopo una stagione di ditini puntati impugna la sciaboletta e muove all’assalto di Fort Viagra, non può poi gridare al tradimento, alla compra dei voti ecc. Dovrebbe ripensare tutta la sua carriera politica, e prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di cambiare mestiere. Certo che prendersi in faccia il gesto dell’ombrello da parte di un borderline come Gasparri, è dura; ma può essere anche questo un segno della Provvidenza.

Bossi, come fa spesso, è rimasto a guardare, aspettando che il padre Eridano gli portasse il cadavere del presidente della Camera; ha avuto ragione, ma in fondo era una scelta troppo facile per meritare più di un fiacco plauso di circostanza.

Casini non si è tolto di dosso (credo che non se lo toglierà per tutta la vita) il sospetto di essere uno che fa lo schizzinoso solo per alzare il prezzo della collaborazione. Nel suo caso, è difficile prevedere se si sarà trattato di un calcolo giusto.

Una sufficienza stiracchiata per il PD, che (ovviamente) ha votato per la sfiducia: bella forza: è l’Opposizione! Ma anche loro non hanno fatto sufficienti sforzi per togliersi di dosso l’immagine di quelli che stanno al rimorchio delle crisi interne della destra. Non è proprio così, ne sono convinto: ma bisogna riuscire a convincere tutti.

Dieci e lodissima, infine, ai manifestanti che, in tutt’Italia, hanno ricordato che la crisi che si sta vivendo non è solo questione del mutuo di Tizio, del CEPU di Sempronia, del ditino di Finuccio: ma è questione di vita o di morte per milioni di lavoratori, del futuro dell’Italia fra le nazioni civili del mondo.

Premessa

Alcuni anni fa molti giornali si sono messi a regalare – o a vendere – insieme con le copie dei quotidiani, CD con materiali vari.

Questi CD si potevano dividere in due grandi categorie:

  1. semplici adattamenti a supporto digitale di opere già realizzate per la stampa (enciclopedie, collezioni di testi letterari di diversi autori ecc.)
  2. varia immondezza “multimediale” assolutamente priva di qualunque valore culturale.

Diciamo subito che dopo poco tempo la moda è passata, e quegli stessi giornali si sono messi a regalare – o a vendere – volumetti tradizionali su carta.

Questo dimostra una regola fondamentale. Quando cambia, in modo così radicale, lo strumento, cambia completamente tutto il procedimento di lavoro, ed anche la natura del prodotto. Non si può usare la catena di montaggio per fare canestri in vimini. Bisogna inventare un prodotto fatto apposta per uscire da una catena di montaggio. Se vuoi produrre canestri in vimini, devi farteli a mano, come si faceva una volta.


A cosa serve il PDF

La prima osservazione, quindi, è che un prodotto concepito per la stampa è bene che sia venduto su carta. Non ho ancora avuto il piacere di possedere un lettore di libri elettronici, ma dato che sono un feticista, penso che continuerò a preferire l’odore della carta stampata. In ogni caso, un lettore di libri elettronici non mi darà niente di più di quello che può darmi un libro stampato.

Questo dovrebbe anche porre un punto fermo sul problema del PDF. Il formato PDF, sia chiaro, è utilissimo; e ormai da parecchi anni è un formato aperto. Esistono moltissimi programmi di moltissime case, anche gratuiti, che permettono di realizzare e leggere PDF. Sul mio compiùter – non so sugli altri – la creazione dei PDF è sempre stata gestita direttamente dal sistema operativo. Se stampo un qualunque documento realizzato da qualunque programma, mi basta premere, nella finestrella che comanda la stampa, “Salva come PDF”, ed è fatta.

Non si sottolinea però a sufficienza che cos’è e a che cosa serve il PDF. Il PDF è essenzialmente un formato grafico. È vero che di solito contiene dei testi: ma i testi sono stati trasformati in immagini (immagini vettoriali, per la precisione). Il PDF è nato – ed è ancora adesso questa la principale applicazione – per gestire la stampa di documenti. Realizzo un documento (un volantino, una brosciùr, un libro) lo salvo come PDF, lo passo allo stampatore, e so che lui mi darà un pacco di carta con il documento esattamente come l’ho fatto io. Non ci deve più metter le mani. Non voglio che ci metta le mani. Una volta dovevo dirgli: l’ho fatto con XPress versione tale, l’ho fatto con quell’altro programma sul tale sistema operativo. Lui lo apriva e ci pasticciava dentro. Adesso non più.

Il PDF quindi è un documento non più modificabile, se non su aspetti marginali, e con grande difficoltà: perché è nato per non essere modificato.

Può anche essere visto su qualunque apparecchio elettronico, per esempio sullo schermo del mio compiùter; ed è esattamente quello che sembra: un libro (un manifesto ecc.) stampato, che però vedo sul monitor. Cambia lo strumento, però il tipo di fruizione rimane esattamente lo stesso. Una cosa di questo genere può, in certi casi, essere utilissima: dal punto di vista dei costi, del trasporto ecc. Non dal punto di vista dei contenuti o delle modalità di fruizione.

Naturalmente ogni strumento è in funzione del suo scopo specifico. Se mi servono dei dati che in qualche modo devo poter elaborare (per esempio, dei testi da modificare ecc.) il PDF non mi serve. È naturalmente possibile estrarre un testo da un PDF (se non c’è qualche barbatrucco che me lo impedisce: ma questi barbatrucchi dovrebbero essere proibiti per legge nel campo dell’editoria scolastica); non sempre l’operazione è agevole, soprattutto quando il documento ha un’impaginazione un po’ elaborata – a volte, basta un semplice testo su colonne per mettere i bastoni fra le ruote. È un po’ più complicato estrarre immagini. Non so per altri tipi di dati (basi di dati ecc.) ma credo che sia meglio lasciar perdere.

In una parola il PDF, come formato elettronico, può servire quando ho bisogno di avere esattamente le stesse cose che mi dava il libro tradizionale. Leggi da pagina tale a pagina tale. Niente di più, e niente di meno.


Ah, dimenticavo. I CD venduti – o regalati – insieme ai giornali, avevano anche un difetto fondamentale. In genere, per leggerli si doveva usare un programma, che era vincolato ad un particolare sistema operativo. Anche solo per sfogliare le pagine di un romanzo.

Devo avere ancora da qualche parte un vecchissimo CD prodotto dalla rivista Le Scienze, sull’origine dell’uomo. Sicuramente il più bel prodotto multimediale che abbia mai visto. Molto approfondito dal punto di vista scientifico, efficacissimo come presentazione. Un vero ipertesto multimediale – niente a che vedere con le ciarlatanate che si sono viste in giro in seguito.

Era progettato per funzionare con Windows 3.1. Funzionava anche con Windows 95, poi non l’ho mai più provato. Se mi interessa ancora la storia dell’origine dell’uomo, ho le mie brave annate delle Scienze ammucchiate su un canterano nel corridoio.


Dimenticavo ancora: spesso capita di trovare dei PDF che sembrano dei testi, in realtà sono semplici fotografie di una pagina stampata. Il testo compare come immagine raster. In genere, sono testi stampati passati allo scanner e distribuiti così, grezzi. In questo caso estrarre il testo è un lavoraccio. Io in questo momento sono impegnato a tirare fuori il testo da un librone in sei volumi realizzato in questo modo. Dal PDF devo estrarre le singole pagine come immagini, raddrizzarle un po’ (se si fanno alla veloce fotocopie di un volume un po’ spessotto, le colonne di testo solitamente vengono storte, una di qua, una di là), elaborarle con un programma OCR, correggere parola per parola. Un lavoro di questo genere, naturalmente, è impensabile per materiale didattico.

Segue

È ormai quasi una generazione che gli ominicchi di tutt’Italia ci pisciano addosso il loro ritornello: che cos’è la destra… che cos’è la sinistra… gnégné gnégné.

Lui, invece, non ha avuto dubbi. La destra Lui la conosce. Gli è bastato dire: o con me, o contro di me, e subito tutti si sono adeguati. La Destra? A Me!


Da mesi gli dicono di “fare un passo indietro”. Ma perché? Perché dovrebbe ascoltare quelli che gli chiedono di fare un passo indietro, ma loro, non avranno mai il coraggio di fare un passo avanti? Perché dovrebbe farsi sgambettare da Fini, un pirla che si è fatto sgambettare da La Russa?

Da settimane dicono: ci vedremo il 14 dicembre. A fare che? Era il 30 novembre che bisognava muoversi. Con le città in subbuglio, con i giovani in piazza. Ma no, il Capo ha detto: O con me, o contro di me, e tutta la truppa delle schiene di burro – anche il Capo delle schiene di burro, quello del “passo indietro” – ha detto sì. L’ha fatto lui, il passettino indietro. Sa benissimo – ne sono sicuro – che questo “sì” butta a mare tutti gli sforzetti, tutte le manovrine, tutti i ditini puntati degli ultimi mesi. Ma è stato più forte di lui. I fasci con la schiena di burro sono fatti così. Il 14 dicembre farà lo stesso. Altrimenti, sarà una seconda figura da pirla. Quello che butta la palla in rete quando l’arbitro ha fischiato la fine della partita da due settimane.


Un vecchio nostalgico che scrive su it.cultura.storia.moderato ne ha detta una forte: Mussolini non ha mai sparato sulla folla. Be’, è vero, non ne ha mai avuto bisogno. Sono le mezze calzette che sparano sulla folla. Le mezze calzette come il generale Adami Rossi, che dopo il 25 luglio spara sugli operai di Torino che festeggiano la caduta del Duce. O le mezze calzette come Fini, che quando ormai la Marcia su Roma ha vinto, e non ce n’è più bisogno, manda la truppa a devastare, di notte, la scuola Diaz, per far vedere che anche lui – anche lui sa usare il manganello.

Ma gli ominicchi, le mezze calzette, i fasci con la schiena di burro, sono in ogni epoca una buona metà della popolazione italiana. È genetico. Di grandi capi, di fasci che gli basta dire: o con me, o contro di me, ne salta fuori al massimo uno per secolo. E allora i fasci con la schiena di burro si piegano. Inutile prendersela, sono fatti così.


Uno che ha capito come stanno le cose è il Grande Capo dei Balenghi Padagni. Lui saprebbe fare un passo avanti. L’ha dimostrato una volta. Ma ha capito che non gli conviene. Che non ce n’è bisogno. Che gli basta suonare la trombetta: seguite Me, che seguo Lui! e poi passare alla cassa. Il vecchio studente della Scuola Radio Elettra, il capo delle Camicie Verdi, è il secondo vincitore di questa giornata, che ha visto, perdenti, da una parte l’Università, dall’altra il capo delle Camicie Stinte.


Il povero Monicelli, lui sì che aveva le palle. Uno dei pochi. Avesse avuto vent’anni di meno, è uno di quelli che ci avrebbero guidati in Montagna. A novantacinque anni, con il cancro, l’unica Montagna che è riuscito a scalare è stata la ringhiera del balcone. Ma l’ha fatto da uomo: niente piagnistei, niente messe, niente acque benedette in articulo mortis (perché… poi… non si sa mai… brrrrr…). Ma ugualmente ha dimostrato di essere un grande Resistente. Perché le palle, o le hai, o non le hai. È genetico. E se le hai, le hai sempre: anche a novanticinqe anni, e con il cancro.


Oggi e sempre Resistenza.

È stata pubblicata con molto risalto l’ultima classifica delle duecento migliori Università del mondo. In queste duecento, neanche una è italiana.

Nessuno però sembra darsi la pena di capire con quali criteri è stata fatta questa classifica.

Trasformare la qualità in numeri non è un’operazione banale: lo sappiamo bene noi che lo facciamo per per mestiere.

In questo caso fortunatamente non è difficile accedere alla fonte e vedere spiegati questi criteri.

http://tinyurl.com/34hyfac

Ebbene, il bello è che alcuni di questi indicatori hanno un nome molto famigliare: i SOLDI.

Un criterio, per esempio, è il rapporto studenti / docenti. Avere molti insegnanti in rapporto agli studenti, è di per sé un fattore che fa salire nella graduatoria.

“ …This broad category also measures the number of undergraduates admitted by an institution scaled against the number of academic staff. Essentially a form of staff-to-student ratio, this measure is employed as a proxy for teaching quality – suggesting that where there is a low ratio of students to staff, the former will get the personal attention they require from the institution’s faculty….”

Un altro criterio è il rapporto fra il numero di ricercatori e il numero di docenti.

“…We believe that institutions with a high density of research students are more knowledge-intensive, and that the presence of an active postgraduate community is a marker of a research-led teaching environment valued by undergraduates and postgraduates alike…”

Naturalmente, “non ci sono pasti gratis”. Insomma, per fare una buona Università ci vogliono soldi. Più l’Università riceve soldi, più sale in graduatoria.

“…The final indicator in this category is a simple measure of institutional income scaled against academic staff numbers. This figure, adjusted for purchasing-price parity so that all nations compete on a level playing field, indicates the general status of an institution and gives a broad sense of the general infrastructure and facilities available to students and staff…”

Ma da chi ricevono soldi le Università? Da tanti soggetti, anche da privati. In tutti i paesi del mondo, le più importanti aziende private commissionano ricerca alle Università. E pagano fior di quattrini. È chiaro che là dove il sistema industriale è debole, come in Italia, dove ci si celebra il culto barbarico delle Piccole e Medie Imprese, come se fosse una bella cosa essere fuori da tutti i più importanti settori di alta tecnologia, questa fonte di reddito è asfittica.

“…Some 17.5 per cent of this category – 5.25 per cent of the overall ranking – is determined by a university’s research income, scaled against staff numbers and normalised for purchasing-power parity. This is a controversial measure, as it can be influenced by national policy and economic circumstances. But research income is crucial to the development of world-class research, and because much of it is subject to competition and judged by peer review, our experts suggested it was a valid measure….”

Insomma, da anni ci stanno raccontando che la scuola italiana (tutta, non solo l’Università) riceve troppi soldi, funziona male (lo dicono le graduatorie internazionali!), e quindi bisogna tagliare. Un po’ più di bastone, un po’ meno di carota, e vedrete che tutto funzionerà meglio!

È una balla.

Una scuola senza soldi, è una scuola che non funziona.

Lo dicono le graduatorie internazionali.

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