È sera, sono sulla riva del mare, una mezz’oretta dopo la chiusura dello stabilimento.

Finalmente c’è un po’ di calma, comincio a non sopportare più la confusione e il rumore della gente in spiaggia. Certo, ci sono persone simpatiche, come quella ragazza carina della seconda fila… Ho fatto un po’ il galletto con lei, niente di serio, s’intende, ma così, tanto per passare il tempo… Invece altri sono proprio insopportabili, il ragioniere della terza fila, per esempio, che parla sempre di calcio, della macchina nuova, fa battute sulle belle donne che dice di frequentare…

Adesso per fortuna non c’è nessuno, si sente solo il rumore del mare. C’è un po’ di vento, e si alzano le onde.

Però… laggiù, in mare… a qualche decina di metri dalla riva c’è qualcuno… Che imprudenza! con questo tempo si mette a nuotare! Un momento… ma io la conosco… è la ragazza carina della seconda fila… Si agita, sembra che gridi qualcosa. Forse è in difficoltà. Effettivamente mi ha detto di non essere tanto brava nel nuoto, e a quest’ora c’è sempre una forte corrente che spinge al largo. Sì, chiaramente è in difficoltà, e chiama aiuto.

Mi butto in mare, sono – ero – un discreto nuotatore, s-ciaf-s-ciaf, con qualche bracciata le sono vicino. Mi fermo e la guardo. Effettivamente è nei guai, le manca il respiro, tossisce, come se avesse già bevuto un bel po’ d’acqua… Adesso la prendo e la tiro a riva.

Ma… chi c’è un po’ più in là? Il ragioniere antipatico della terza fila! anche lui sembra nei guai. Si sbraccia, grida aiuto. Accidenti! di sicuro non ce la faccio a salvare tutti e due! Sono fuori esercizio, ho già il fiatone, ed è tanto se riesco a portare a riva la ragazza.

Bravo, mi dico! Salvi la ragazza carina e lasci annegare il ragioniere antipatico? Non è che nel tuo gesto eroico c’è un bel po’ di interesse personale, il desiderio, neanche tanto nascosto, di trarre profitto dalla situazione? E il ragioniere antipatico, invece, lo lasci annegare senza tanti rimpianti? Altro che eroismo! Sei un bell’approfittatore!

Adesso che ci penso, mi viene anche un sospetto. Un paio d’ore prima, sulla spiaggia, scherzavo con la ragazza carina, lei diceva di avere paura del mare, io ho detto ma no, non c’è pericolo, non ci sono correnti… Volevo solo fare lo sbruffone, non pensavo che lei potesse credere alle mie parole, e mettersi in una situazione pericolosa. Forse la ragazza sta annegando proprio per colpa mia, e allora, con che faccia, con che autorità morale adesso posso presentarmi come il salvatore, l’eroe della situazione?

È meglio che torni indietro e riconsideri con calma la situazione.

Mi siedo sulla sabbia. Quando mi sono gettato in mare ho preso una decisione troppo precipitosa. Non ho tenuto conto del contesto, non ho considerato le cause remote dell’incidente, il vissuto delle persone coinvolte. Col mio intervento disordinato e dilettantesco avrei condannato a morte sicura il 50% di quelli che avevano chiesto il mio aiuto.

Per prima cosa, non sono certo io quello autorizzato all’intervento. Qui devono intervenire i bagnini. Bagninoooo… Non c’è nessuno, lo stabilimento è chiuso, il personale se ne è andato. Come se la gente annegasse solo in orario di lavoro! Domani scriverò una bella lettera di protesta. Le persone oneste devono farsi sentire, se no siamo tutti complici. Se non ci sono i bagnini, potrebbe intervenire la Guardia Costiera… in fondo, salvare le persone in pericolo è il loro mestiere. Devo telefonare alla Guardia Costiera. Non ho il numero, ma adesso vado a casa, lo troverò di sicuro in Internet. Io non sono certo uno di quelli che guardano la gente che annega senza muovere un dito!

Mi alzo in piedi. Guardo il mare. Nessuno. Chissà che fine hanno fatto la ragazza e il ragioniere? Potrebbero essere annegati, o forse no. Ci sarà sicuramente un’inchiesta, domani leggeremo sui giornali… – ma figuriamoci, come al solito, si insabbierà tutto! La gente non ha coscienza, le autorità sono disposte a qualunque menzogna pur di pararsi il culo! Lavarsene le mani, ecco tutto quello che sanno fare! E invece la salvezza della gente in mare dovrebbe essere responsabilità comune! È una tragedia che tocca la coscienza di ognuno di noi!

L’annegamento in mare. Sembra incredibile, la nostra civiltà di qua, il progresso di là, eppure c’è ancora gente che annega in mare. L’annegamento in mare dovrebbe essere dichiarato un tabù, come l’incesto!

Da questa vicenda ho tratto motivo per alcune serie riflessioni. Adesso vado a casa, metto giù due righe, e le condivido con i miei amici su FaceBook. Bisogna che tutte le persone responsabili si impegnino ad elaborare un piano per l’eliminazione DEFINITIVA di TUTTI gli annegamenti in mare! Non uno di meno!

Ho postato su alcuni gruppi di discussione, fra cui news:it.cultura.linguistica.italiano, la registrazione del Bis del Va’ Pensiero nel concerto di Roma del 12 Marzo 2011.

Ne è seguita una discussione, nella quale alcuni sono intervenuti piccati contro il “pistolotto” di Riccardo Muti, e soprattutto, contro l’idea che la musica sia qualcosa per cui lo Stato debba spendere dei soldi.

I toni sono poi, come spesso succede su Usenet, degenerati, ed io ho chiuso la mia partecipazione alla discussione con questo messaggio.


Arturo Toscanini

Dopo la II Guerra Mondiale l’Italia era un cumulo di macerie.

Gli Italiani di allora si diedero a ricostruirla, e a ricostruirla tutta; ospedali e teatri, scuole e fabbriche. Costruirono la democrazia, riguadagnarono al nostro Paese la dignità in faccia al mondo.

Nel 1946 il Teatro alla Scala, distrutto dai bombardamenti, era già di nuovo in piedi, e il concerto inaugurale fu diretto da Arturo Toscanini, proprio quel Toscanini che i fascisti avevano preso a schiaffi quindici anni prima – questo sembra un elemento di continuità tra i fascisti di oggi e quelli di ottant’anni fa: considerare i direttori d’orchestra solo come degli “avversari politici”.

Che cos’è successo, in questi ultimi anni, di peggio della II Guerra Mondiale, perché oggi non sia più possibile fare la stessa cosa? Perché non si possano gestire i teatri senza mandare in rovina gli ospedali? Perché siamo costretti a scegliere tra il risanamento del debito pubblico e la ricostruzione delle città terremotate, tra il lavoro e la tutela del territorio, tra la scuola e l’economia! Col risultato che alla fine va tutto a catafascio: i teatri come gli ospedali, il debito e l’Aquila, il lavoro il territorio la scuola l’economia!

Cos’è successo a questo povero Paese?

Sono abbastanza vecchio per ricordarmi l’Italia del 1961.

Sono passati cinquant’anni, e gli enormi palazzoni dell’Esposizione sulle rive del Po sono ancora lì, nessuno li ha buttati giù, e nessuno ha mai trovato veramente un modo per utilizzarli. Memorabili monumenti dell’ingegneria, quasi del tutto inutili.

Mio figlio ha fatto scuola di roccia nel Palazzo a Vela, prima che venisse riutilizzato per le Olimpiadi del 2006. Vi erano pareti artificiali vertiginose. Il palazzo di Nervi si trova su tutti i libri di storia dell’architettura; ma è vuoto, e coperto di ruggine.

Nel 1961 a Roma c’era Andreotti. A Torino c’era la Fiat.

A Torino c’erano anche dei quartieri poco raccomandabili, pieni di immigrati: Porta Palazzo, San Salvario. Le vie della periferia erano piene di prostitute.

La città aveva un 10% circa di abitanti più di oggi. Le strade erano più o meno le stesse. In centro vi erano due grandi corsi dai pomposi nomi celebrativi: Corso Stati Uniti, e Corso Unione Sovietica. Cosa notabile: ci sono ancora, e si chiamano allo stesso modo.

Non c’era la metropolitana, le linee tranviarie erano più o meno le stesse, c’era un po’ meno macchine, ma l’aria era molto più inquinata. Riscaldamento domestico a carbone o a nafta. Niente metano.

La scuola. Nel 1961 facevo la seconda media. Ero fortunato, molti dei miei coetanei frequentavano i “tre corsi” dell’Avviamento, e poi a lavorare a 14 anni.

Poi avrei fatto il mio Liceo, dall’inizio alla fine, in giacca e cravatta. Ma non lasciatevi raccontare delle frottole: a parte l’abbigliamento, era più o meno come adesso.

La gente in casa aveva il frigorifero, la radio, il telefono, qualcuno la televisione. In bianco e nero, con un solo canale. Ma era pur sempre la Rai Tivvù. C’erano Mike Buongiorno, Emilio Fede, Piero Angela.

Se si voleva uscire la sera, si poteva andare al cinema: la scelta era tra superproduzioni americane, oppure commediole italiane, per lo più volgarucce e fatte in economia.

Fuori città, lì sì, c’era una grande differenza. C’erano ancora gli ultimi contadini, quelli che vivevano con sei vacche nella stalla, e il fieno ammucchiato con i forconi nel fienile. Ma sarebbero durati poco.

Nel mondo, c’era un po’ di guerre qua e là. L’uomo non era ancora andato sulla Luna, ma c’erano già missili e aerei supersonici capaci di portare bombe atomiche dall’altra parte del globo.

E soprattutto, il mondo conosceva da anni l’invasione della plastica, onnipresente.

Insomma, immaginiamo una macchina del tempo, che in un attimo porti un uomo del 1961 nel 2011, e un altro dal 2011 al 1961. Le cose sarebbero un po’ diverse, ma quanto ci metterebbero ad adattarsi?

Se proprio uno ci pensa su, tra la nostra vita nel 1961 e quella di oggi, la differenza più grande è che oggi io posso salire in macchina nel primo pomeriggio, e se non mi addormento in autostrada, faccio cena a Lubiana, senza che nessuno mi abbia chiesto chi sei dove vai. Pago il conto con i soldi che ho in tasca, se non ho contanti, esibisco un pezzo di plastica. Cinquant’anni fa, perfino andare da Torino a Mentone comportava un passaggio di frontiera, documenti, cambio, niente da dichiarare?

Ah, dimenticavo: oggi ci portiamo il telefono in tasca.


Prendiamo la stessa macchina del tempo, e facciamo un salto dal 1961 al 1911.

Sono sempre gli stessi cinquant’anni, ma tanto per cominciare, dobbiamo scavalcare cinque guerre.

Per celebrare il 50° dell’Unità, s’è abbattuto un pezzo di Campidoglio per costruire un enorme monumento, già all’epoca definito unanimemente orrendo. Giovanni Pascoli, per l’occasione, ha scritto due sterminati poemi in lingua latina: l’Hymnus in Romam, e l’Hymnus in Taurinos =>.

Al Quirinale c’è un Re appassionato di numismatica, con il suo corteggio di principi di Piemonte, di Genova ecc. La bandiera d’Italia ha lo scudo sabaudo nel centro(*). Non votano ancora le donne, e neppure tutti i maschi.

Le donne portano gonne fino a terra; gli uomini rispettabili si massacrano con uno stretto ed alto colletto rigido, in celluloide, anche in piena estate. Non esiste lo shampoo, non ci si asciuga i capelli col fòn, anche le case borghesi raccolgono, accanto al cesso, un discreto blocchetto di pezzi di carta di giornale, per la necessaria pulizia. Ma nella maggior parte delle case, anche in città, è considerato normale andare a farla in un gabbiotto in cortile. Sempre in cortile, ci sono le fontane per il lavaggio di panni. I regolamenti condominiali vietano di fare il bucato in casa. Niente pannolini per i neonati. Però chi può permetterselo trova già il Borotalco in farmacia.

(Naturalmente, niente plastica. Guardatevi in giro per casa. Anche una casa del 1961. Togliete tutti gli oggetti in qualche materiale sintetico. Dite che cosa vi rimane.)

Mussolini è un giovane deputato socialista. D’Annunzio, inseguito dai creditori, è scappato in Francia. A Parigi si parla ancora di un duello di cui s’è reso protagonista, due anni prima, F.T. Marinetti.

Le città sono decisamente più piccole di adesso. A Torino la campagna comincia, ad ovest, dopo Corso Tassoni; a sud, percorrendo corso Peschiera si vedono ancora, da una parte e dall’altra, vaste aree non edificate.

Sorgono le prime fabbriche. C’è ovviamente la Fiat, in mezzo a dozzine di altre piccole aziende, ancora incerte tra le quattro ruote e il biciclo, oppure, come la gloriosa Chiribiri, tra le automobili e gli aereoplani. Ma sono sicuro che sulla totalità della popolazione italiana, la maggioranza non ha mai visto né un’automobile, né un aeroplano; e forse neanche una bicicletta. E questo, a prescindere dalle differenze tecniche fra i mezzi.

La Fiat fa anche macchine da corsa: il modello più potente ha 14.000 di cilindrata, e tocca i 165 kmh. Gli aerei del 1911, be’, lasciamo perdere. Cinematografo, fonografo, radio, telefono, ecc: diavolerie moderne, chissà se avranno un futuro.

Si va in America con il vapore; per i più, dati costo e lunghezza del viaggio, non ci sarà ritorno.

Le città stanno realizzando l’illuminazione pubblica: ma alcune non si sono ancora decise tra il gas e l’elettricità.

Gli analfabeti sono quasi la metà della popolazione: un po’ più le femmine che i maschi. Quasi il 50% della popolazione attiva lavora nei campi.


Insomma, avete capito dove voglio arrivare. Negli ultimi cent’anni, la storia ha viaggiato a due velocità diversissime. Per i primi cinquant’anni ha cavalcato come una Walkiria col culo pieno di peperoncino; poi, ha poltroneggiato per il secondo mezzo secolo.


(*)Ai tempi del Fascio, tutti avevano in casa una bandiera, da esporre nelle festività di precetto. L’abitudine rimase ancora per qualche anno dopo la guerra, ma ben pochi si erano sobbarcati la spesa di un drappo repubblicano. Alcuni miei zii tiravano fuori quello vecchio, ma lo lasciavano mezzo arrotolato, in modo che la croce di San Maurizio non fosse troppo visibile. Non era nostalgia monarchica, solo tirchieria.

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Quanto vale la faccia di un candidato?

Di solito chi vuol far la figura della persona seria e pensosa, che non corre dietro al gossip, dice: la gente vota il programma. Poi però, chissà perché, ogni volta a sinistra si piange: “con dei candidati così non vinceremo mai”.

Allora: programma o candidato?

A destra non si sono mai fatti tutte queste seghe mentali. A destra votano L’Uomo. Da sempre. È questo uno dei motivi per cui la Destra è la Destra.

Però, quando vale quest’Uomo? Si può misurare il peso effettivo, in termini elettorali, di una Faccia? L’apporto che questa Faccia può dare ad un Programma?

Di solito è impossibile. Si fanno dei sondaggi, che alla fine si riducono a dei mini dèrbi: D’Alema o Vendola? Vendola o Berlusconi? Berlusconi o Fini? Che sembra il giochino scemo di Fazio: le arance o il caffè la mattina?

Be’, nel caso di Berlusconi abbiamo un dato un pochino più concreto.

C’è stata un’occasione in cui il popolo di Destra ha potuto votare il programma di Berlusconi senza la faccia di Berlusconi.

In occasione del referendum confermativo del 2006, è stata sottoposta al voto degli elettori la summa del pensiero politico berlusconiano, la realizzazione concreta del programma che vede uniti forzisti e leghisti: presidenzialismo più federalismo.

L’unica differenza rispetto alle altre votazioni, in cui questi temi erano presentati come programma di governo, era che non c’era il nome Berlusconi sulla scheda.

(Io ricordo mie colleghe, laureate, che dicevano: non so per cosa andiamo a votare.)

Risultato: la destra ha avuto il 39 per cento scarso.

Pochi mesi prima c’erano state le politiche, quando gli elettori di destra avevano votato quello stesso programma, più la faccia e il nome di Berlusconi. Quelle votazioni avevano dato un sostanziale pareggio.

Insomma, la matematica mi dice che la faccia e il nome di Berlusconi, aggiunti ad un programma, hanno un peso nell’ordine del dieci per cento circa.

Si noti che in questo caso la differenza non l’avevano fatta le televisioni; ma proprio solo quello che, inghiottendo litri di saliva, sono costretto a chiamare il “carisma”(*) di Berlusconi.

(Altro avvertimento: quanto ho detto sopra non vuol dire che alla sinistra tocchi automaticamente quel 61% di elettorato che ha detto No).

Qualcuno potrebbe anche dire che fa le politiche e il referendum c’è stata una notevole differenza di partecipazione, ma sta proprio qui la forza del “carisma”: portare a votare gli “impolitici”, quelli che quando non hanno una motivazione forte, di tipo emotivo, un qualche “Silvio salvaci tu”, un qualche scontro epocale tra il Bene e il Male, manco sanno che si va a votare. Come le mie colleghe laureate.

Ebbene, questo spiega il dramma della destra. Non c’è solo il mercato delle escort e dei senatori. C’è anche quello, certo. Ma il fatto è che ormai tutti si rendono conto che il Porco è cotto e stracotto, che fra deliri di onnipotenza e ossessioni persecutorie i momenti di lucidità sono sempre più rari e discontinui.

Però sanno anche fin troppo bene che in giro non c’è nessuno capace di prendere il suo posto. Non Gianfranco, uno che si presenta benino, che parla benino, ma in un paio di momenti decisivi ha fatto errori madornali, e comunica intorno a sé un’aria di incertezza e di pochezza che solo le cortine fumogene berlusconiane riuscivano a mascherare. Di sicuro non Bossi, troppo tribale per diventare il Negus Negesti: e Bossi è il primo a saperlo. E dietro Bossi e Fini c’è il vuoto. L’insulsa prosopopea di Tremonti; il trasformismo di qualche centinaio di saltafossi; e poi il vuoto pneumatico, gente che non passerebbe un provino da Maria De Filippi.

Insomma, ecco il tragico destino della destra: rimanere attaccata al miglior amico di Gheddafi

comme le forçat à la chaîne,
comme au jeu le joueur têtu,

comme à la bouteille l’ivrogne,

comme aux vermines la charogne,


tu n’es pas digne qu’on t’enlève

a ton esclavage maudit,
Imbécile! …


(*) Io sono ateo da sempre, ma ci sono parole che non riesco a pronunciare per un antico timore sacro. Da decenni non bestemmio la Madonna, per motivi più estetici che religiosi, sicuramente; ed anche associare il termine “Carisma” a quel turpe pupazzetto mi costa uno sforzo innaturale.
Se qualcuno mi sapesse indicare un termine diverso, gliene sarei infinitamente grato.

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Vorrei provare a parlare della palude in cui siamo caduti, senza parlare di tette culi e televisione.

Un tema assai caldo del dibattito politico (quando in Italia c’era un dibattito politico) era quello fiscale.

Ora, a proposito delle tasse, tutti dovrebbero conoscere alcune massime auree, che sono considerate tali da quando il mondo è diventato moderno.

Una di queste dice che si deve tassare la ricchezza prodotta, non la produzione di ricchezza.

Tra l’altro, è una di quelle massime che da sempre sono alla base del pensiero economico liberale.

Tassare la ricchezza prodotta vuol dire, nell’ordine, tassare i redditi, i consumi, ed i beni che non siano capitali per produrre altri beni.

Poiché il nostro paese ha con il liberalismo lo stesso rapporto che ho io con l’etologia dei cavallucci marini, ad un certo punto non uno, ma molti, hanno avuto una bella idea: aboliamo l’ICI.

Si è tornati a parlare della questione a proposito del federalismo, poiché in tutti i paesi civili le finanze comunali sono sostenute prevalentemente dalle tasse sulla casa. Ma non è di questo che volevo parlare.

Piuttosto, volevo dire che l’ICI è una tassa che colpisce un bene alla fine del processo produttivo. È una tassa che colpisce in modo più o meno proporzionale alla ricchezza individuale. È quindi una delle tasse più virtuose che ci siano, poiché risponde a due essenziali requisiti, di non colpire la produzione della ricchezza, e di essere abbastanza equa – più equa della maggior parte delle altre fonti di prelievo che ci sono in Italia.

Ma sappiamo bene che l’ICI è sempre stata una tassa impopolare, e che l’abolizione dell’ICI è stata una carta importante in una recente campagna elettorale.

Ora, in campagna elettorale si può dire: “abbassiamo/aboliamo le tasse!” Ma nella vita reale, finita la campagna elettorale, si sa che le tasse non si aboliscono, ma si spostano. Se viene a mancare una fonte di gettito, ci deve essere un compenso da un’altra parte.

L’abolizione dell’ICI è stata un’iniziativa rovinosa, perché ha accentuato le due gravi distorsioni del sistema fiscale italiano: di essere fondamentalmente iniquo, e di colpire le attività produttive molto più dei consumi. (E questo si può dire di tante altre cose, poiché spero sia chiaro che quello dell’ICI è solo un esempio delle tantissime trappole in cui il nostro paese ha infilato i piedi).

In Italia le tasse sono pagate dai lavoratori dipendenti, e dalle imprese. Una recente indagine del Sole 24 Ore dice che in Italia più di metà delle imprese pagano in tasse più di metà di quello che incassano.

Tutti sanno che se non si esce da questa situazione distorta non c’è verso di fare qualcosa di buono per l’economia e per tutto il resto che non funziona nel nostro paese.

Ma un partito che si presenti alle elezioni mettendo in programma la reintroduzione dell’ICI (e tante altre cose, di cui ognuno potrà fare un piccolo elenchino) non ha nessuna speranza di vincere. D’altra parte, un partito che non abbia in programma un riequilibrio sostanziale del sistema fiscale, non c’è niente da fare, vuol dire che non ha un programma. Può vincere le elezioni, può andare al governo, ma poi non sa che cosa fare. Non può governare il paese, può solo suonare il mandolino mentre il Paese sprofonda.

Ed è quello che capita in Italia, e che continuerà a capitare ancora per molto tempo a venire.

Ora, torniamo a parlare di tette e culi e televisione.

C’è di peggio che ammazzare e violentare (non s’è ancora capito in che ordine) una nipote, sventolare la begonia (propria o altrui) per sfilare ad un vecchio demente qualche migliaio di euri?

Il peccato orrendo di quest’epoca infelice sembra essere linguistico. Un uso contro natura del linguaggio, una Sodoma e Gomorra verbale in cui le parole a tutto servono, meno che a comunicare un significato.

Sono stato io non sono stato io è stata lei non è stata lei perdonami ti perdono non potrò mai perdonarti. Lo conosco non lo conosco non l’ho mai conosciuto lo conosco ma gli voglio bene sono andata non sono andata sono andata ma non ho fatto niente m’ha dato dei soldi non m’ha dato dei soldi. Giuro giuro giuro lo giuro è così non è così, sniff sniff, qui lo do dico qui lo nego mi smentisco mi correggo mi interpreto. Sniff sniff.

Qualcuno si porta avanti con il lavoro: non parlo, ma potrei parlare, parlerò, non oggi, domani (forse) parlerò, vedrete, parlerò di sicuro, se parlerò ve lo farò sapere.

Il linguaggio da strumento della comunicazione e della (la sparo grossa!) conoscenza, diventa un abito che si cambia ad ogni occasione, un gesto intercambiabile di mimèsi, camuffamento, occultamento. Dire le cose come stanno è il vero scandalo, e perfino la Chiesa scopre nell’educazione sessuale il suo più gran nemico. Pessimi attori, nello spettacolo / nella politica / nella vita privata, si agitano per ottenere qualche minuto d’attenzione dalle telecamere, ed improvvisano una commedia di cui non conoscono il copione, probabilmente non sanno neanche se c’è o non c’è un copione, cercano di compiacere il pubblico del momento, recitano una fìc-scion scambiandola per vita vera e vivono la vita vera come se fosse una fìc-scion, un attimo dopo, altro pubblico, altra fìc-scion, un’altra vita altrettanto vera altrettanto finta.

Poveri stronzi patetici, che ballano alla musichetta strimpellata dallo stronzo più patetico di tutti.

In un messaggio pubblicato un paio di settimane fa su un gruppo di discussione avevo scritto:

Giovanni Giolitti… più di cent’anni fa disse: non è compito dello Stato prendere le parti degli industriali nei conflitti sociali

l’esito mi sembra che mi dia ragione.

Non è compito dello Stato, a maggior ragione non è compito di una forza di sinistra che intende candidarsi al governo dello Stato e conservare il governo della città di Torino.

È chiaro che una forza di sinistra deve avere un occhio particolarmente attento nei confronti del mondo del lavoro, ma questo non la obbliga necessariamente a prendere una posizione riguardo ad una vertenza sindacale. Di fronte alla vertenza Fiat, anche prendendo atto che la CGIL non è il sindacato di riferimento del PD, sarebbe sicuramente stato più saggio mantenere un prudente silenzio.

Purtroppo anche in questo caso molti non hanno saputo resistere alla tentazione di farsi dare dalla destra patenti di “riformismo”. In una vicenda che ha drammaticamente spaccato il fronte delle grandi confederazioni sindacali, che in ogni caso lascerà pesanti straschichi negli anni a venire, bastava dire “tocca ai lavoratori decidere”.

Non so che cosa avessero Fassino e Chiamparino da guadagnarci esprimendo in modo così clamoroso un appoggio a UIL e CILS, ma mi sembra che fosse abbastanza facile capire (se l’ho capito perfino io, perdiana!) che c’era parecchio da perdere a sconfessare la CGIL.

Insomma, la cosa da evitare nel modo più assoluto era proiettare la vicenda Fiat, e la prevedibile spaccatura del voto operaio, sulla vita interna dei partiti del centro-sinistra. Creare il fantasma di un “Partito FIOM” di cui nessuno in questo momento sente il bisogno. Aggiungere alla difficoltà della prossima campagna elettorale il peso di parole che sicuramente verranno usate per mostrare ancora una volta lo scollamento del mondo della politica, anche della politica di centro-sinistra, dai lavoratori.

La teoria oggi di moda riguardo al mercato del lavoro ha il fascino delle cose semplici. Se c’è disoccupazione, stagnazione, allora bisogna ridurre i salari, ridurre le garanzie dei lavoratori, ridurre la rigidità dell’occupazione. Gli operai pur di lavorare saranno disposti ad accettare condizioni di lavoro meno favorevoli, almeno nell’immediato. Gli imprenditori vedranno in ciò maggiori garanzie per i loro investimenti, fabbriche più governabili, lavoratori più “produttivi”, e faranno maggiori investimenti. Più investimenti, più occupazione; più occupazione, più salario; più salario, più consumi, e quindi più investimenti ecc.; quindi, in breve tempo, anche le condizioni di vita degli operai miglioreranno notevolmente.

Semplice, no?

Questa teoria ha il fascino e l’automatismo di un’altra, il keynesismo for dummies.

Se l’economia ristagna, allora è compito dello Stato rilanciare la domanda, aumentando la spesa pubblica. Certo, questo all’inizio comporterà un aumento del deficit del bilancio dello Stato, che non è mai una bella cosa. Ma se aumenta la spesa pubblica, aumenterà la domanda globale; le industrie aumenteranno la produzione, investimenti, occupazione; cresceranno anche i profitti, e quindi inevitabilmente il gettito fiscale. Il deficit del bilancio sarà colmato in pochi anni, e tutta la società sarà rivitalizzata.

Semplice anche questo!

Già che siamo in giornata di semplificazioni, vediamo un’altra teoria semplicissima, la prima versione del tremontismo – no, non il tremontismo “for dummies”, perché in questo caso la dumminess è alla fonte.

Allora, Giulio Tremonti, uno che cento ne dice e nessuna ne pensa, nella campagna elettorale del 1994 ripeteva trionfante e persuasivo: Fino ad ora si è detto: prima bisogna ripianare il deficit dello Stato, poi si potranno diminuire le tasse. Ma che prima e che dopo! La prima cosa da fare è ridurre le tasse. Se l’imprenditore deve pagare meno tasse, non avrà tanta paura a fare investimenti, avrà maggiori risorse per tentare nuove imprese, assumere nuovo personale ecc. Quindi (ormai l’avrete capito) ecco l’economia che “gira” come una trottola, schizzando benessere su tutta la società, ed anche il bilancio dello Stato, alla fine, ammetterà di averci guadagnato.


Cos’hanno in comune queste tre teorie? La fiducia assoluta che un impulso iniziale, una volta dato l’avvio ad una macchina meravigliosa che va sotto il nome di “moltiplicatore”, metterà in moto una valanga inarrestabile, un automatismo prodigioso che risolverà tutti i nostri problemi.

Ma queste teorie hanno anche un altro punto in comune: che una volta messe alla prova, non funzionano sempre. Spesso funzionano, ma non sempre. Anzi, a voler essere pignoli, sono forse più le volte che non funzionano che le volte che funzionano.

Andando in ordine inverso, il tremontismo for dummies – almeno in Italia – è stato cassato all’origine proprio da Temonti e dagli altri ministri della sua parte politica, che una volta al governo si sono ben guardati dal ridurre le tasse – a parte qualche regalino ai propri orticelli elettorali.

Anche il keynesismo for dummies ha avuto una clamorosa smentita proprio in Italia, dove una lunghissima epoca di spesa pubblica “allegra” o “creativa” che dir si voglia ha lasciato un debito pubblico avvilente, mentre una dopo l’altra le grandi imprese si riducevano ad ammassi di ferraglia.

Quanto la mercato del lavoro for dummies, be’, ce l’abbiamo sotto gli occhi. Prima piano piano, in modo quasi impercettibile, poi più decisamente, infine con la forza di una frana appenninica, salari, condizioni di lavoro, tutele sindacali, occupazione, nel giro di un buon quarto di secolo hanno visto un’erosione, una deprivazione, un degrado, un crollo che è sotto gli occhi di tutti. La forza propulsiva di questo mercato, tutto favorevole agli imprenditori, non s’è vista. Ormai quando qualcuno dice che in Italia l’economia “non gira” perché i salari sono troppo alti ecc. farebbe ridere, se non ci fosse da piangere.


Mettiamoci il cuore in pace: nei sistemi complessi (e l’economia di una Paese è un sistema complessissimo) non c’è un solo “moltiplicatore” che può spiegare tutto. Anzi, affidarsi ad un solo meccanismo semplice in una situazione complessa molto spesso porta a conseguenze rovinose.

Spiegare i sistemi complessi in base ad unico principio semplice è l’essenza dell’ideologia; tentare di applicare quest’ideologia – contro ogni evidenza dei fatti – per “governare” i sistemi complessi è l’essenza dell’utopia.

Poiché nessuno rinuncia volentieri alle proprie illusioni, chi segue un’utopia (anche l’utopia delle mercato del lavoro for dummies) dirà che la cosa non funziona non perché non funziona, ma perché i salari non sono ancora abbastanza bassi, le tutele non sono ancora abbastanza destrutturate, la flessibilità non è ancora abbastanza flessibile. Di fronte al fallimento delle utopie, gli utopisti diranno sempre: più utopia!

Poi tocca ai non utopisti raccogliere i cocci.


Allora, una non-utopia del mercato del lavoro per non-dummies, su che cosa potrebbe basarsi? Per non fare la figura del pirla, e smentire tutto quello che ho detto finora, vi dico subito che non ho la soluzione in tasca. Ho solo qualche osservazione.

Primo, che la teoria del mercato del lavoro per dummies ha il grosso difetto di essere una teoria puramente quantitativa (quanto lavoro, e quanto costa), mentre oggi il problema drammatico sembra essere quello della qualità del lavoro. “Produttività” del lavoro (mi sembra di averlo già detto in un => recente articolo) non significa raccogliere dodici cassette di pomodori invece che dieci nello stesso tempo. Produttività del lavoro significa tutto quello che dà valore al prodotto oltre al lavoro bruto. Produttività del lavoro significa formazione, istruzione, investimenti, tecnologia, ecc. cioè tutto quello che da vent’anni non facciamo altro che sperperare. Produttività del lavoro significa, checché ne dicano i dummies di tutto il mondo, lavoro meglio retribuito.

Secondo, che tutti i moltiplicatori delle teorie elencate sopra, per vari motivi, di tipo economico e politico, non hanno funzionato tra l’altro perché hanno moltiplicato non gli investimenti, ma i redditi di una minoranza che ha accumulato enormi risorse trasformandole in inespugnabili rendite di posizione. Agevolazioni fiscali, spesa pubblica, bassi salari, hanno permesso ad un’oligarchia politico-finanziaria di trasformare enormi risorse in puro potere, e non in investimenti produttivi.

Terzo, che i sistemi politici oggi dominanti del mondo agiscono prevalentemente nella direzione di tutelare gli interessi di quell’oligarchia; e che in un mondo dominato dalle rendite di posizione questo spesso significa vedere il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori come un pericolo, non come un beneficio sociale, neanche come una possibilità di investimento.

Insomma, se c’è una morale in tutto questo, è che non ci sono ricette bell’e pronte per il mercato del lavoro dell’avvenire, che in un sistema complesso bisogna intervenire con un accorto dosaggio di tutte le strategie disponibili, e che in fondo quello che manca veramente nel mondo occidentale – e in Italia in particolare – è qualcosa che non saprei definire altrimenti che come una maggiore dose di democrazia economico-sociale.

Premetto che sono un moderato. Da giovane ero un rivoluzionario, da vecchio sono diventato un moderato.

Moderato (lo sa bene chi mi conosce un pochino) non nel senso di orientamento politico, ma nel senso che per me parlare è meglio che prendersi a legnate.

Sotto questo punto di vista cerco di capire le conseguenze di quest’ultima iniziativa imprenditoriale sulle relazioni sociali nel nostro paese. E poiché sono moderato, nell’espressione “relazioni sociali” l’accento è sulla parola “relazioni”. Il nostro paese sembra caduto in una tale babele linguistica (oltre che morale e culturale) che nessuno finora ha voluto sottolineare il significato di questa semplicissima parola. Allora lo faccio io: relazioni. È una parola che, in un mondo normale, sembrerebbe appartenere più all’ambito del parlarsi, che a quello del prendersi a bastonate.

Ora, un imprenditore, nell’ambito di una vertenza sindacale, ha detto papale papale ai suoi dipendenti: o così, o chiudo la fabbrica.

Nel linguaggio sindacale di qualche decennio fa, questo si chiamava “serrata”. E la serrata era considerata una cosa brutta, perché si pensava che l’esito di un’operazione di questo genere non potesse che essere un peggioramento del sistema delle relazioni. Tra il parlarsi e il prendersi a legnate, si rischiava fortemente che il peso si spostasse più verso la seconda opzione.

Ma lasciamo perdere il passato, proviamo ad immaginare il futuro. Un futuro in cui, da parte imprenditoriale, diventi normale dire: o così, o chiudo la fabbrica. Oltre, ovviamente, alle moltissime fabbriche che chiudono e basta. Mi chiedo se qualcuno ha provato a immaginare le conseguenze di questo sistema non solo sulle relazioni sindacali all’interno delle fabbriche, ma sull’insieme delle relazioni sociali nel nostro paese.


Il nuovo accordo prevede che i sindacati che non accetteranno saranno esclusi dalla rappresentanza all’interno della fabbrica. Due sindacati sembrano orientati ad accettare una simile conseguenza. Due sindacati si sono dichiarati disposti ad accettare che un terzo sindacato sia spinto ad una condizione di clandestinità sul luogo di lavoro.

Ora, io sono un moderato. Di moderati siamo rimasti in pochi, perché il vento sembra piuttosto favorevole a soluzioni estremiste. Da decenni cova, in una parte cospicua dell’opinione pubblica e del mondo politico, un rancore, un senso di rivalsa verso il movimento sindacale, il desiderio di una resa dei conti che liquidi definitivamente il sindacalismo – o almeno una parte di questo, il sindacalismo “rosso”. È un atteggiamento estremista, che non si pone minimamente la domanda sulle conseguenze, in termini di relazioni sociali – in termini, diciamolo pure, di ordine pubblico – di una scelta di questo genere. L’esclusione della FIOM dagli stabilimenti Fiat dà soddisfazione a quest’odio fanatico coltivato per generazioni, ed è stata accolta con urla di giubilo. Ma l’odio fanatico non è un modo razionale per costruire il futuro. L’odio fanatico – ce lo insegna la storia – porta a selvagge bastonature; alla fine viene sconfitto, ma solo dopo aver trasformato il paese in un deserto di macerie.


E le conseguenze sull’economia? Poiché, come sappiamo tutti, l’economia non è solo questione di quattrini, ma è l’“anatomia della società civile”, e sull’economia generale del nostro paese le relazioni sociali, lo stato dell’ordine pubblico pesano un po’ di più di qualche minuto di pausa in fabbrica, ebbene, da un punto di vista economico, il nostro paese può permettersi un Marchionne?

Ho la soddisfazione di dire che questa volta l’unico che si è comportato in modo impeccabile è stato Silvio Berlusconi.

Di fronte alla defezione dell’ex-alleato, ha dato l’unica risposta sensata: vieni avanti, e vediamo chi vince. Le minestre riscaldate del Governo di Responsabilità, del Governo dei Tecnici, del Berlusconi bis erano inaccettabili – inaccettabili ovviamente per lui, e direi che anche per noi erano l’unico esito peggiore del berlusconismo stesso. Ha vinto, e può giustamente dire di essere soddisfatto.

Chi si è comportato peggio è Fini. Uno che dopo sedici anni scopre che Berlusconi fa politica solo per tutelare i propri interessi economici e giudiziari, non può sottrarsi alla domanda: ma non potevi accorgertene prima?

Uno che dilapida il patrimonio di un partito di quattro milioni e rotti di elettori, per trovarsi con una sparuta truppa che ha come esponenti di spicco degli zeri come Italo Bocchino, Benedetto Della Vedova e Luca Barbareschi; e che dopo una stagione di ditini puntati impugna la sciaboletta e muove all’assalto di Fort Viagra, non può poi gridare al tradimento, alla compra dei voti ecc. Dovrebbe ripensare tutta la sua carriera politica, e prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di cambiare mestiere. Certo che prendersi in faccia il gesto dell’ombrello da parte di un borderline come Gasparri, è dura; ma può essere anche questo un segno della Provvidenza.

Bossi, come fa spesso, è rimasto a guardare, aspettando che il padre Eridano gli portasse il cadavere del presidente della Camera; ha avuto ragione, ma in fondo era una scelta troppo facile per meritare più di un fiacco plauso di circostanza.

Casini non si è tolto di dosso (credo che non se lo toglierà per tutta la vita) il sospetto di essere uno che fa lo schizzinoso solo per alzare il prezzo della collaborazione. Nel suo caso, è difficile prevedere se si sarà trattato di un calcolo giusto.

Una sufficienza stiracchiata per il PD, che (ovviamente) ha votato per la sfiducia: bella forza: è l’Opposizione! Ma anche loro non hanno fatto sufficienti sforzi per togliersi di dosso l’immagine di quelli che stanno al rimorchio delle crisi interne della destra. Non è proprio così, ne sono convinto: ma bisogna riuscire a convincere tutti.

Dieci e lodissima, infine, ai manifestanti che, in tutt’Italia, hanno ricordato che la crisi che si sta vivendo non è solo questione del mutuo di Tizio, del CEPU di Sempronia, del ditino di Finuccio: ma è questione di vita o di morte per milioni di lavoratori, del futuro dell’Italia fra le nazioni civili del mondo.

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