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	<title>Maurizio Pistone</title>
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	<description>Lingua e letteratura italiana, scuola, chiacchiere varie</description>
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		<title>Ottusità ideologica</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 09:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>

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		<description><![CDATA[Non c’è niente come l’ideologia capace di ottundere l’intelligenza anche di persone di grande valore. Il ministro Fornero, sulla cui competenza tecnica non sono in grado di fare rilievi, si è lasciata andare a dichiarazioni che dimostrano solo il suo livore verso una realtà che non si adatta a piegarsi alla sua ideologia. I risultati <a href='http://blog.mauriziopistone.it/539/ottusita-ideologica/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è niente come l’ideologia capace di ottundere l’intelligenza anche di persone di grande valore.</p>
<p>Il ministro Fornero, sulla cui competenza tecnica non sono in grado di fare rilievi, si è lasciata andare a dichiarazioni che dimostrano solo il suo livore verso una realtà che non si adatta a piegarsi alla sua ideologia. I risultati sono stati disastrosi.</p>
<p>Non si può parlare di “caramelle” a proposito di cittadini che, dopo una vita di lavoro, hanno sottoscritto un accordo con l’azienda e l’ente pubblico in base alle norme vigenti in quel momento, e che ora, in seguito al cambiamento delle norme, hanno la prospettiva di rimanere per anni senza lavoro e senza pensione. Chi occupa quel posto deve misurare le parole. Si tratta di elementare sensibilità istituzionale. Se si è fatto un errore, si corregga, senza ostinarsi  in una diabolica perseveranza.</p>
<p>Solo furore ideologico può spiegare espressioni come «è impensabile &#8230; che in una società come la nostra &#8230; si possano iniziare e concludere carriere, da 17 a 57 anni, sempre nella stessa realtà aziendale». Ma chi gliel’ha detto?</p>
<p>Quando l’Italia era una grande potenza industriale, esistevano grandi aziende, che si facevano vanto di avere un personale stabile, e questo non per graziosa concessione, ma perché consideravano il legame tra i lavoratori e l’azienda una garanzia su cui poter contare per uno sviluppo costante. A Torino, gli “Anziani Fiat” erano un’istituzione, un po’ patetica e paternalistica, ma che esprimeva l’identità di una grande forza produttiva, non certo di una “cittadella del privilegio”.</p>
<p>Oggi, e lo vediamo benissimo, nel clima di smobilitazione che domina il nostro sistema economico, tutto questo non è più possibile. Ma questo è il problema, non è la soluzione. Ed un “tecnico” non può permettersi di confondere le due cose.</p>
<p>La storia della cultura moderna è piena di esempi di ideologie che per un certo tempo si sono spacciate per verità “scientifiche”. Tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900 il “darwinismo sociale” e la “scienza delle razze umane” hanno giustificato immani e disumani disastri. È necessario che oggi siano in primo luogo gli uomini di cultura e di scienza ad opporsi alle pretese di questa sorta di “darwinismo economico” che si chiama “liberismo”, e che pretende di essere “scienza”, quando è solo una rovinosa ideologia.</p>
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		<title>L’errore di Monti</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 15:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Una vecchia regola, non solo della politica, ma del comportamento umano in generale, dice: non mettere mai il tuo avversario con le spalle al muro. A meno, ovviamente, che tu non sia intenzionato a farlo fuori, costi quel che costi. Poiché non credo che sia intenzione di Monti far fuori il PD, è evidente che <a href='http://blog.mauriziopistone.it/533/l%e2%80%99errore-di-monti/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una vecchia regola, non solo della politica, ma del comportamento umano in generale, dice: non mettere mai il tuo avversario con le spalle al muro. A meno, ovviamente, che tu non sia intenzionato a farlo fuori, costi quel che costi.</p>
<p>Poiché non credo che sia intenzione di Monti far fuori il PD, è evidente che far nascere in un partito che è indispensabile per sostenere il governo l’istinto della sopravvivenza (poiché è chiaro che per il PD cedere sull’art. 18 avrebbe conseguenze disastrose sulla sua coesione interna e sul suo consenso elettorale) non può che aprire una stagione di conflittualità esasperata, il cui esito è molto difficile da prevedere.</p>
<p>Non so perché il Governo abbia fatto questa mossa azzardata e, soprattutto, inutile. La tesi che l’art. 18 sia un ostacolo insormontabile per la ripresa non sta in piedi.</p>
<p>È chiaramente una battaglia ideologica da parte del mondo imprenditoriale, di chi sente che sta vincendo e vuol stravincere, non solo affermare la sua superiorità ma umiliare l’avversario strappandogli di mano le bandiere. E i Professori, pur essendo dei “tecnici”, si sono fatti carico di questa bell’impresa un po’ per spocchia intellettuale, un po’ per istintiva adesione ai miti del loro ceto di riferimento. Ma hanno evidentemente sottovalutato le possibili conseguenze.</p>
<p>Prima si esce da questo pasticcio, meglio è.</p>
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		<title>Mi ha telefonato un amico</title>
		<link>http://blog.mauriziopistone.it/530/mi-ha-telefonato-un-amico/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 10:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo conosco da quando avevamo vent’anni. Ha un negozietto a pochi isolati da dove abitavo fino al 2006. Allora ci vedevamo quasi tutti i giorni, adesso le poche volte che vado a Torino sono sempre preso da vari impegni, appena ho finito salto in macchina e me ne torno in collina. Il suo, più che <a href='http://blog.mauriziopistone.it/530/mi-ha-telefonato-un-amico/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo conosco da quando avevamo vent’anni. Ha un negozietto a pochi isolati da dove abitavo fino al 2006. Allora ci vedevamo quasi tutti i giorni, adesso le poche volte che vado a Torino sono sempre preso da vari impegni, appena ho finito salto in macchina e me ne torno in collina.</p>
<p>Il suo, più che un negozio, è una specie di ritrovo, dove ci si ferma a parlare del più e del meno.</p>
<p>Ma dice che da un po’ non riesce ad avere pace. Tutti quelli che entrano gli parlano della TAV, e pretendono da lui che prenda una posizione netta, a favore o contro, se no son guai. Sono esaltati, fanatici. Conosce gente della Val Susa. Pare che ormai là la situazione sia invivibile, una contrapposizione esasperata che ha diviso famiglie, amicizie. Non si riesce a parlare d’altro, a pensare ad altro.</p>
<p>Mi ha chiesto, un po’ timoroso, cosa ne pensavo. Ho risposto che io sono, sia pure con molti dubbi, a favore. Ma soprattutto mi sembra assurdo che su questa cosa si debba per forza dividere il mondo in buoni da una parte e cattivi dall’altra.</p>
<p>Si è un po’ tranquillizzato. Abbiamo cominciato a parlare d’altro.</p>
<p>Abbiamo deciso che è ora di vederci di nuovo.</p>
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		<title>Un art. 18 per l’Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 12:38:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>

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		<description><![CDATA[Da un po’ di tempo, comprensibilmente, le discussioni su queste larghe bande toccano i temi della grande finanza. Banche, banche centrali, titoli, debito, interessi, cambi. Devo confessare il mio imbarazzo. Di questioni monetarie non ne ho mai masticato un gran che. Per me l’economia &#8211; per quel pochissimo che ne capisco – è una cosa <a href='http://blog.mauriziopistone.it/528/un-art-18-per-l%e2%80%99europa/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da un po’ di tempo, comprensibilmente, le discussioni su queste larghe bande toccano i temi della grande finanza.</p>
<p>Banche, banche centrali, titoli, debito, interessi, cambi.</p>
<p>Devo confessare il  mio imbarazzo. Di questioni monetarie non ne ho mai masticato un gran che.</p>
<p>Per me l’economia  &#8211; per quel pochissimo che ne capisco – è una cosa che riguarda la ciccia e il lavoro. Quella che oggi si chiama “economia reale”, per distinguerla da quell’altra, che pur essendo (a quanto pare) “irreale”, ci domina e ci opprime, come ben si compete ad ogni feticcio che si rispetti.</p>
<p>Alla fine di un’età di “riforme”, durata quasi un’intera generazione, il capitalismo è ormai arrivato al vertice della sua ideologia. Il denaro, che nell’economia “reale” genera valore scambiandosi con il lavoro, vive nell’utopia di poter generare altro denaro <strong>a prescindere</strong> dal lavoro. È un’utopia mostruosa, come tutte le utopie, ma continua ad essere ripetuta e sostenuta da alcune delle migliori menti dell’Occidente. È un’utopia che, come tutte le utopie di questo mondo, ha moltissimi difetti,  a partire da uno fondamentale: che <strong>non funziona</strong>, come ormai ognuno può vedere.</p>
<p>La cosa sconcertante è che anche molti che pensano di essere oppositori dell’attuale sistema si perdono nell’illusione monetaria, pensando di poter risolvere il problema semplicemente invertendo quel meccanismo. Abolizione del debito, roghi di banche, fallimento controllato, scambio tra debito pubblico e risparmio privato, ritorno alle monete nazionali, addirittura progetti più o meno raffinati di sostituire la moneta reale con i soldi del Monopoli – sono tutte scorciatoie che dimenticano il punto fondamentale: che in un’economia di mercato “reale” il  capitale deve fare i conti con il lavoro tanto quanto il lavoro deve fare i conti con il capitale.</p>
<p>(A scanso di equivoci ribadisco che in tutto questo non si parla di fuoriuscita dal sistema capitalistico, tema che non è proprio all’ordine del giorno: ma si parla di far uscire il capitalismo dalla sua dimensione ideologica ed utopistica.)</p>
<p>In  questo senso dobbiamo intendere le battaglie per i diritti del lavoratori. Non è la difesa dei privilegi di piccole corporazioni o lobbies di lavoratori dipendenti più o meno fannulloni, di “tabù”, di lacere bandiere delle società mediterranee – notoriamente composte da mandolinisti indolenti ed infingardi.</p>
<p>È la difesa delle prospettive di sviluppo dell’intera Europa, la quale ha al suo arco un’unica freccia: la propria specificità storica, e questa assai più che in un’arcaica identità religiosa consiste in una lunghissima tradizione di politiche sociali.</p>
<p>La specificità storica dell’Europa consiste soprattutto in questo: attraverso un travaglio di secoli si è affermato il principio che il lavoro non è semplice strumento per la produzione di una ricchezza che andrà a beneficare pochi privilegiati, ma il lavoro ha una sua dignità, al lavoro deve essere riconosciuta la cittadinanza all’interno di una grande polis di diritti e doveri, il lavoro è quella forza creativa con la quale l’uomo plasma il mondo a sua immagine e somiglianza, e quindi l’uomo lavoratore giustamente rivendica almeno la soddisfazione di alcuni dei suoi bisogni fondamentali.</p>
<p>Sì, potremmo invece fare come le potenze asiatiche. Purché ci rassegniamo a diventare un’appendice del continente asiatico. Vedere lo sviluppo del PIL come un feticcio al quale sacrificare le vite di interi popoli. Perdere totalmente il senso di essere Europei.</p>
<p>Si dice spesso che è stato un errore costruire l’Europa a partire dall’economia. Ma quest’errore, se è veramente tale, ha lontane premesse storiche. L’età del Risorgimento europeo, nella prima metà dell’800, ha visto lo sforzo di creare unioni doganali come premesse delle unioni politiche. Subito dopo c’è stato il ’48, la rivendicazione dei diritti politici, della democrazia, del nuovo “diritto del lavoro”, di una nuova “carta del lavoro”. Questa seconda fase non è stata facile, ha richiesto decenni di lotte, in una prospettiva internazionale che ad un certo punto è stata simboleggiata dalla lotta universale per le otto ore, e la celebrazione del 1° maggio.</p>
<p>Non è stato un errore creare un’Europa economica. Sarebbe però un errore se a questa Europa economica non facesse seguito la lotta per un’Europa dei diritti.</p>
<p>Certo, la difesa dell’art. 18 in una prospettiva puramente italiana è “conservazione”. Di per sé la cosa non è un male, perché se l’innovazione ha la faccia mal rasata di Marchionne, viva la conservazione.</p>
<p>Però, per usare un vecchio linguaggio dei rivoluzionari, la tutela dell’art. 18, per quanto giustificata in un’Europa dove lo slogan è “non possiamo più permetterci lo Stato sociale”, è chiaramente una battaglia difensiva, una battaglia di posizione. E la storia insegna che se non si vuole perdere la guerra si deve passare dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, dalle battaglie difensive alla lotta offensiva.</p>
<p>Dalla mia scrivania di insegnante in pensione in un paesino sperduto nel profondo Piemonte, lancio un appello alle forze politiche e sindacali, alle istituzioni europee, per <strong>una nuova Carta Europea dei Diritti del Lavoro</strong>. La lancio non per megalomania, ma perché so che la stessa esigenza è sentita da milioni di persone in ogni angolo di questo continente. Che la mia debole voce sicuramente si unirà alla voce di milioni di altri Europei, i quali sono ormai pronti a sostenere questa battaglia, poiché è una battaglia giusta, e anche perché – alla fin dei conti – non hanno altro da perdere che la propria disoccupazione.</p>
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		<title>Marchionne</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 09:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8221; &#8230; Gli Usa, spiega Marchionne, &#8220;hanno chiuso un certo numero di fabbriche&#8221; e questo dà la possibilità a &#8220;Messico, Canada o Europa&#8221; di soddisfare &#8220;un terzo della domanda di auto&#8221;. E &#8220;Chrysler non riaprirà i siti ceduti alla liquidazione. Dunque é la Fiat che potrà esportate negli Usa&#8230; &#8221; (]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8221; &#8230; Gli Usa, spiega Marchionne, &#8220;hanno chiuso un certo numero di fabbriche&#8221; e questo dà la possibilità a &#8220;Messico, Canada o Europa&#8221; di soddisfare &#8220;un terzo della domanda di auto&#8221;. E &#8220;Chrysler non riaprirà i siti ceduti alla liquidazione. Dunque é la Fiat che potrà esportate negli Usa&#8230; &#8221; (<a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2012/02/24/visualizza_new.html_103370422.html target="_blank">ANSA</a>)</p></blockquote>
<p>Il mercato americano non è mai stato strategico per la Fiat.</p>
<p>Quando la Fiat era una grande azienda, era più o meno alla pari con gli altri grandi produttori europei, ed aveva una quota corrispondente del mercato europeo. E oggi come allora tutte le aziende europee sono competitive se sono competitive in Europa.</p>
<p>Oggi, a parte la Panda, la Fiat non ha modelli da presentare sui mercati europei, e nessuna grande azienda automobilistica può andare avanti a lungo con un solo modello.</p>
<p>Marchionne si sta baloccando, un po’ pensa di produrre macchinoni americani da vendere in Italia, un po’ di convincere gli americani a comprare quell’inutile giocattolino che è la 500. Nel frattempo mette le mani avanti, e dice che se le cose andranno male sarà tutta colpa di Landini e dell’art. 18.</p>
<p>Mi piacerebbe anche sapere che cosa ne pensano gli americani dell’idea di chiudere gli stabilimenti Chrysler per permettere l’importazione di modelli dall’Italia.</p>
<p>Non vorreri che intanto andasse a dire agli americani che sta chiudendo stabilimenti Fiat per per aprire il mercato italiano alla Chrysler. Lo so che è dura, ma a questo punto da uno come lui c’è da aspettarsi di tutto.</p>
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		<title>Non è l’Italia 2</title>
		<link>http://blog.mauriziopistone.it/510/non-e-l%e2%80%99italia-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 18:27:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora sul posto fisso. [Bibliografia: “Il posto”, di Ermanno Olmi, 1961] In tutta la recente discussione, il “posto fisso”, di cui l’Italia del passato sembra che fosse la patria esclusiva, è associato invariabilmente all’impiego statale, o peggio, all’assitenzialismo. E si dà per scontato che qui (insieme all’art.&#160;18) si trovi la causa del debito pubblico. L’illicenziabilità <a href='http://blog.mauriziopistone.it/510/non-e-l%e2%80%99italia-2/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora sul posto fisso.</p>
<p>[Bibliografia: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_posto" target="_blank"><em>“Il posto”</em>, di Ermanno Olmi, 1961</a>]</p>
<p>In tutta la recente discussione, il “posto fisso”, di cui l’Italia del passato sembra che fosse la patria esclusiva, è associato invariabilmente all’impiego statale, o peggio, all’assitenzialismo. E si dà per scontato che qui (insieme all’art.&nbsp;18) si trovi la causa del debito pubblico.</p>
<p>L’illicenziabilità come espressione del pestifero “buonismo” dell’Italia mammona</p>
<p>Anche questo luogo comune va, per usare un eufemismo, contro la realtà storica.</p>
<p>In Italia, fino agli anni ‘80, il posto fisso era prevalentemente legato alle grandi aziende, per lo più industriali.</p>
<p>Adesso più nessuno se lo ricorda, ma c’è stata un’epoca in cui in Italia avevamo aziende medio-grandi e grandi e grandissime che operavano nel campo della chimica, della meccanica (che non è non solo automobile: si pensi agli elettrodomestici, alle macchine per ufficio ecc.), dell’elettronica, dell’informatica, della cantieristica, delle costruzioni ferroviarie, delle costruzioni aeronautiche, della siderurgia&#8230;</p>
<p>Era anche l’epoca in cui l’economia italiana era caratterizzata da forti esportazioni (questo per prevenire l’obiezione di chi vorrebbe far credere che si trattava di un’economia chiusa, “sovietica”). Erano quindi aziende competitive.</p>
<p>Certo, in caso di difficoltà, c’era il trucco: la svalutazione della moneta, e subito le esportazioni riprendevano. Ma era un trucco che usavano un po’ tutti, Americani in testa. (In ogni caso adesso quel trucco non c’è più, e dobbiamo farcene una ragione.)</p>
<p>È nella natura delle strutture grandi e complesse, come le grandi aziende &#8211; pubbliche o private, non fa differenza &#8211; avere una massa di personale stabile, almeno un ampio zoccolo duro di dipendenti assunti a lungo termine, tendenzialmente a vita.</p>
<p>Adesso non sto troppo ad argomentare se no mi ammazzate, ma è irragionevole che un’azienda con 100.000 dipendenti, che opera in un campo un po’ più complesso della raccolta dei pomodori, metta per strada ogni sei mesi tutto il suo personale e il giorno dopo rifaccia il pieno &#8211; magari riassumendo quelle stesse persone che aveva fatto fuori il giorno prima.</p>
<p>Mi limito a dire che esigenza primaria di qualunque organizzazione complessa è quella di poter fare un minimo di affidamento sui propri dipendenti; cosa impossibile in quella specie di situazione di separati in casa in cui, tanto da una parte quanto dall’altra, si sa che il rapporto finirà a brevissimo termine, vada come vada, e ognuno si guarda in giro per cercare di capire cosa farà domani.</p>
<p>Ora , tutto questo avveniva quando l’Italia era una grande potenza industriale. Anche prima dell’articolo 18. Un posto in una qualunque di queste grandi aziende era ambito per tanti motivi, ma in primo luogo perché dava la sicurezza di una notevole stabilità. Era possibile rimanere in quell’azienda fino all’età della pensione; in certi casi era prevedibile anche un certo avanzamento di carriera (certo, una carriera con le modalità tipiche dei grandi organismi burocratici. Ma nessuno è perfetto.)</p>
<p>Tutto questo finisce intorno al 1980. Una dopo l’altra, queste grandi aziende entrano in crisi, vengono ridimensionate, molte chiudono del tutto. È a questo punto, mentre cadono le cittadelle del posto fisso, che il debito pubblico comincia ad espandersi fino a diventare incontrollabile. Non quindi <strong>a causa</strong> del posto fisso: ma <strong>contestualmente con la scomparsa</strong> di questo.</p>
<p>Da anni ci si vanta delle piccole e medie imprese. Io ho sempre trovato un po’ stucchevole questa visione un po’ populista della folla di padroncini che tengono in piedi l’Italia. Va bene che ci siano le piccole imprese, ma se abbiamo solo quelle, è perché abbiamo perduto le altre. So benissimo che non si possono creare posti di lavoro per decreto, non si possono creare posti fissi per decreto, non si possono creare grandi imprese per decreto. Ma vorrei che si cominciasse ad ammettere che la perdita del posto fisso non è la grande “riforma” che renderà l’Italia più moderna e competitiva; è un adeguamento al declino.</p>
<p>Cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, se vogliamo avere un briciolo di speranza di cambiarle.</p>
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		<title>Non è l’Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 11:32:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ministro di un importante paese occidentale ha detto che nel suo paese i giovani vogliono il lavoro sotto casa, vicino alla mamma. Non so quale sia quel paese, ma sicuramente non è l’Italia. In Italia c’è stato, negli ultimi sessant’anni, un fenomeno migratorio massiccio, dalle zone dove il lavoro il lavoro non c’è a <a href='http://blog.mauriziopistone.it/500/non-e-l%e2%80%99italia/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un ministro di un importante paese occidentale ha detto che nel suo paese i giovani vogliono il lavoro sotto casa, vicino alla mamma.</p>
<p>Non so quale sia quel paese, ma sicuramente non è l’Italia.</p>
<p>In Italia c’è stato, negli ultimi sessant’anni, un fenomeno migratorio massiccio, dalle zone dove il lavoro il lavoro non c’è a quelle dove c’è. È un fatto che ha profondamente trasformato la composizione demografica di tutte le regioni italiane.  È l’evento sicuramente più rilevante per la storia del nostro Paese dopo la seconda guerra mondiale: in confronto, tutto il resto è spettacolo.</p>
<p>Penso che in tutte le Università Italiane il fenomeno sia studiato in modo approfondito.</p>
<p>Adesso la gente non si sposta più, semplicemente perché non sa dove andare, visto che di lavoro non ce n’è  da nessuna parte. Ma appena si manifesta la minima possibilità, la gente si sottopone a trasferimenti estenuanti. Io avevo un collega che tutte le mattine partiva da Genova per venire ad insegnare in provincia di Asti.  Coi mezzi pubblici. Prima prendeva il treno da Genova a Torino, poi prendeva una corriera, che nei giorni feriali fa il percorso quattro volte al giorno, fermandosi nei più piccoli paesini. È un giovane intelligente, serio e molto volenteroso, penso che farebbe la sua bella figura anche come Ministro. Un  altro veniva da una cittadina della provincia di Alessandria. Prendeva la macchina, 93 km puliti puliti, di cui 80 in autostrada. Penso che spendesse gran parte dello stipendio in viaggio. Era già un uomo di mezza età, ma era ancora precario. Una volta gli ho chiesto che cosa faceva prima di insegnare, “il panettiere”, mi ha risposto.</p>
<p>Così siamo a posto anche con la mobilità intercompartimentale.</p>
<hr />
<p>Mi ricordo ancora di quando una grande critica che veniva mossa al pensiero socialista e comunista era quella di non tenere conto della <strong>qualità</strong> del lavoro. Gli storici dell’economia dicevano che tutto il <em>Capitale</em> di Marx è basato sull’assunto che il lavoro in tempi uguali produce valori uguali. Caduto quell’assunto, della teoria di Marx rimarrebbero solo macerie fumanti.</p>
<p>Ma oggi anche sotto questo punto di vista siamo nel Mondo alla Rovescia.</p>
<p>La qualità del lavoro! Chi ne ha più sentito parlare? Tutti i lavori e tutti i lavoratori sono intercambiabili. Chiunque deve essere preparato a fare qualunque cosa, ed a cambiare di sei mesi in sei mesi. Certo, esiste un problema di “produttività” del lavoro, ma secondo la vulgata corrente questa dipende solo da quante volte l’operaio lascia la  catena di montaggio per andare a fare pipì. Meno pipì, più produttività. Le scuole del futuro inseriranno nei loro programmi il controllo degli sfinteri, e finalmente avremo una scuola che dà una preparazione competitiva secondo i parametri OCSE.</p>
<p>Ironia a parte, l’idea della mobilità come condizione permanente del lavoratore sottintende una totale svalutazione della qualità del lavoro. Preparazione, formazione, esperienza, senso di identità del lavoratore, che considera le sue capacità acquisite come parte di sé, come ciò che definisce il suo ruolo nella società, sono cose irrilevanti. Il lavoro è una variabile puramente quantitativa, tante ore di lavoro tanto valore, come diceva il cinico figlio del rabbino rinnegato di Treviri.</p>
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		<title>Perché è inutile prendersela con Monti</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:04:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[La premessa indispensabile è che in Italia esiste ancora, grazie a Dio, una Repubblica parlamentare. Poiché il Parlamento italiano ha una solida maggioranza di destra, la conseguenza inevitabile è che il governo italiano è un governo di destra. Negli ultimi mesi si era creata una situazione spaventosamente anomala; il governo in carica, che già in <a href='http://blog.mauriziopistone.it/496/perche-e-inutile-prendersela-con-monti/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La premessa indispensabile è che in Italia esiste ancora, grazie a Dio, una Repubblica parlamentare.</p>
<p>Poiché il Parlamento italiano ha una solida maggioranza di destra, la conseguenza inevitabile è che il governo italiano è un governo di destra.</p>
<p>Negli ultimi mesi si era creata una situazione spaventosamente anomala; il governo in carica, che già in passato, diciamo così, mostrava qualche limite culturale, assumeva sempre di più l’aspetto di un pittoresco freak show, e le poche volte che riusciva ad esprimere suoni articolati si metteva a parlare di intercettazioni telefoniche. E questo nel mezzo di una preoccupante tempesta finanziaria internazionale.</p>
<p>Il Presidente della Repubblica, che non ha il compito di indirizzare l’attività politica delle istituzioni, ma di vigilare sul loro corretto funzionamento, è intervenuto per porre fine a quell’angosciante paralisi. Con una serie di interventi, piuttosto arditi, ma sempre nel rispetto formale della Costituzione, ha ottenuto alla fine un risultato che corrisponde anche alle esigenze del rispetto sostanziale dei principi della democrazia parlamentare: un governo <strong>funzionante</strong>, ma un governo funzionante <strong>di destra</strong>: cioè quello che hanno chiesto gli elettori nelle ultime votazioni.</p>
<p>Poiché io non sono di destra, la cosa non mi soddisfa per niente, ma non potevo certo pretendere una soluzione diversa.</p>
<p>Ora, questo governo di destra, attua una politica di destra. In primo luogo, il pareggio di bilancio. Che è la fissa di ogni destra seria. Niente keynesismo, neppure quella orrenda caricatura del keynesismo impastrocchiato di spesa clientelare e di pacche sulle spalle agli evasori che Tremonti somministrava agli Italiani col suo supponente birignao. Niente spesa per lo sviluppo: la crescita economica si attua con le liberalizzazioni ecc. Niente equità: i real men sanno che l’unica vera equità è il mercato.</p>
<p>Certo, è una medicina indigesta, perfino per gran parte degli elettori di destra. Ma questi in ogni caso non devono dimenticarsi che se questa è la medicina, la malattia si chiama  berlusconismo. Che se in questa politica non si riconoscono, be’, è una giusta nemesi: dopo vent’anni che l’elettore di sinistra non si riconosce nelle forze politiche di sinistra, niente di strano che l’elettore di destra non si riconosca nel primo governo veramente di destra degli ultimi vent’anni. Avete voluto la bicicletta? Adesso pedalate.</p>
<p>E l’elettore di sinistra? In attesa che nuove votazioni mandino al governo forze politiche di sinistra, con un chiaro mandato ad attuare una politica di sinistra, deve far tesoro delle poche magre soddisfazioni che gli sono concesse.</p>
<p>Soprattutto, poiché la verità è rivoluzionaria, dev’essere salutata con soddisfazione l’ascesa di amministratori che dicono le cose come stanno, almeno un po’ di più di Roberto da Crema e dei sui pallidi imitatori longobardi; che alle domande imbarazzanti, invece di sparare la prima cazzata che gli passa per la testa, rispondono “devo ancora esaminare questo dossier”.</p>
<hr />
<p>Ma a parte la soddisfazione morale di non fare più la figura dei coglioni davanti al mondo intero, quali sono i vantaggi concreti di un governo di professori? dov’è la ciccia?</p>
<p>Ebbene, il punto centrale è che un qualunque governo dell’economia, sia esso di destra o di sinistra, presuppone che l’economia sia <strong>governabile</strong>. Che quindi siano per lo meno attenuati alcuni dei meccanismi perversi che rendono l’economia italiana una bestia malata e impazzita.</p>
<p>Fra i principali di questi meccanismi vi sono il debito pubblico e l’evasione fiscale.</p>
<p>Purtroppo, un po’ per furbizia, un po’ per disperazione, è stata forte la tentazione finora a sottovalutare questi due fenomeni. Soprattutto a trascurare il peso di questi due fenomeni sul funzionamento complessivo dell’economia</p>
<p>Parlo dei grandi flussi di ricchezza all’interno della società italiana.</p>
<p>Il debito pubblico, dicono alcuni, è una fissazione da ragionieri. È una specie di grande partita di giro, chi ha e chi dà, e poi è compensato dal risparmio privato.</p>
<p>Ciò che rende intollerabile il debito pubblico italiano sono gli <strong>interessi</strong>. Una quota che ha raggiunto, e ormai probabilmente supera, il 4,5% del PIL. Vuol dire che almeno il 10% di quello che gli Italiani pagano come tasse serve a pagare questi interessi. Sono risorse che escono dall’economia reale, per andare a finire verso l’economia finanziaria, e per oltre metà all’estero. Sono in grandissima parte risorse che non verranno mai più recuperate, né come consumi, né come investimenti. Una paurosa <strong>voragine depressiva</strong>, una macchina “antikeynesiana” che costantemente trascina la nostra economia verso il basso.</p>
<p>L’altro meccanismo impazzito è l’evasione fiscale. Anche qui, ci hanno raccontato per anni una balla consolatoria. Che la lotta all’evasione fiscale sarebbe una fissazione moralistica e un po’ persecutoria, perché tanto l’evasore i suoi soldi li spende, o in consumi o in investimenti, e quindi l’effetto sull’economia è nullo.</p>
<p>Ma la quota che di evasione che finisce in Lamborghini e in cene a Cortina è minima. Le risorse drenate attraverso l’evasione finiscono in gran parte nella finanza, e di nuovo, le risorse che finiscono in ricchezza finanziaria difficilmente tornano verso l’economia reale. L’evasore piccolo e medio poi è alla ricerca ossessiva di beni rifugio. In primo luogo il mercato immobiliare. L’edilizia è esplosa in questi ultimi dieci-quindici anni, facendo lievitare i prezzi e riempiendo città e campagne di case decorate con un bel cartello VENDESI. In Italia abbiamo il record di case non occupate – oltre ad affitti altissimi, s’intende. Il piccolo impresario costruisce anche capannoni industriali a cui appende un cartello VENDESI/AFFITTASI. Il furbo di provincia fa incetta di terreni agricoli in attesa che un sindaco amico modifichi il piano regolatore – sempre per “far girare l’economia”, s’intende. Poi vabbe’ ci sono i lingotti d’oro nelle cassette di sicurezza ecc.</p>
<p>Sia come sia, anche questo è un flusso costante di ricchezza che il sistema fiscale sottrae all’economia reale, e che in gran parte non verrà mai più recuperata. Altro potentissimo meccanismo con un soffocante effetto depressivo, “antikeynesiano”.</p>
<p>Non credo assolutamente che le liberalizzazioni ecc. da sole possano rilanciare l’economia. Ma anche interventi più tosti, parliamoci chiaro, soldi tirati fuori dallo Stato, in queste condizioni sono solo un rivolo misero e stentato, inevitabilmente travolto da quest’enorme flusso che si muove in senso contrario.</p>
<p>Io non riesco a prevedere la misura del successo degli interventi del governo, ma poiché sono sempre ottimista, confido sul fatto che sia avviata per lo meno un’inversione di tendenza, che cominci un nuovo periodo di riduzione delle spese per il debito e di contenimento dell’evasione – almeno altrettanto lungo del periodo di degrado che lo ha preceduto – e che questo darà ai successivi governi gli strumenti per poter governare effettivamente l’economia.</p>
<p>Se poi il prossimo governo attuerà una politica economica di destra o di sinistra, lo decideranno gli elettori. Ma la cosa importante è che il prossimo governo sia messo nelle condizioni di poter attuare una qualche politica economica.</p>
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		<title>Non c&#8217;è nessun complotto</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 09:19:57 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;attuale crisi finanziaria ha dato la stura alle più elaborate spiegazioni complottiste. Io non ho mai creduto nei complotti, ho sempre pensato che le cose veramente importanti avvengano alla luce del sole. Ed anche in questo caso, questa mi sembra la spiegazione più semplice. La spiegazione è che Reagan, Bush, Thatcher, Berlusconi ecc. hanno vinto <a href='http://blog.mauriziopistone.it/483/non-ce-nessun-complotto/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;attuale crisi finanziaria ha dato la stura alle più elaborate spiegazioni complottiste.</p>
<p>Io non ho mai creduto nei complotti, ho sempre pensato che le cose veramente importanti avvengano alla luce del sole.</p>
<p>Ed anche in questo caso, questa mi sembra la spiegazione più semplice.</p>
<p>La spiegazione è che Reagan, Bush, Thatcher, Berlusconi ecc. hanno vinto le elezioni.</p>
<p>E hanno vinto le elezioni perché il loro programma è stato approvato dagli elettori. Un programma che è stato sbandierato ai quattro venti, non era un protocollo segreto di quattro Savi che si riunivano in un’oscura catacomba. Era un programma diffuso attraverso i più efficaci mezzi di informazione, sostenuto da illustri firme di economisti e politologi, sbandierato come verità inconfutabile da commentatori ed esperti.</p>
<p>Il programma era che i soldi è meglio lasciarli ai ricchi, che sono gli unici che sanno cosa farsene.<br />
Che le tasse sono una schiavitù, soprattutto quando a pagarle sono i miliardari.<br />
Che i soldi, comunque siano guadagnati, sono il segno del successo e della capacità di chi se li è guadagnati.<br />
Che gli impiegati statali sono dei parassiti.<br />
Che gli operai metalmeccanici e i minatori godono di assurdi privilegi, in primo luogo il posto fisso e la pensione.<br />
Che l&#8217;istruzione pubblica è uno spreco assurdo.<br />
Che la sanità pubblica è uno spreco assurdo.<br />
Che l&#8217;ecologia è uno sfizio per radical chic.<br />
Che la cultura è un passatempo per finocchi.<br />
Che la libera iniziativa potrebbe dare in un attimo benessere sicurezza e felicità a tutti se non fosse imbrigliata da &#8220;lacci e lacciuoli&#8221; dello statalismo.<br />
Che i poveri del mondo sono solo dei rompicoglioni &#8211; ma questo non è razzismo, macché, hanno solo da diventare miliardari anche loro, allora li accoglieremo a braccia aperte.</p>
<p>(L&#8217;elenco non è finito, ma ognuno è in grado di proseguire da sé.)</p>
<p>Hanno anche detto che questo è il &#8220;nuovo&#8221;, che queste sono le &#8220;riforme&#8221;, che chi è contro questo programma è un comunista, peggio, un conservatore, peggio, uno che non ha idee e sa solo dire dei NO.</p>
<p><strong>Questo</strong> è ciò che la gente ha votato. E la situazione attuale è figlia di queste scelta.</p>
<p>Si uscirà da questa situazione quando si capirà che si devono fare esattamente le scelte opposte.</p>
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		<title>Matteoli fischiato dai costruttori, ovvero i poveri del mattone.</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 12:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ministro fischiato all’assemblea dei costruttori è un fatto inatteso e significativo. Fra tutte le categorie di quel mosaico che si chiama società italiana, sicuramente i costruttori sono stati quelli che negli ultimi anni hanno avuto maggiori benefici. Abbondanti liberalizzazioni, agevolazioni fiscali, condoni edilizi, “piani casa”, soprattutto una tacita ma universalmente nota riduzione dei controlli <a href='http://blog.mauriziopistone.it/478/matteoli-fischiato-dai-costruttori/'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un ministro fischiato all’assemblea dei costruttori è un fatto inatteso e significativo.</p>
<p>Fra tutte le categorie di quel mosaico che si chiama società italiana, sicuramente i costruttori sono stati quelli che negli ultimi anni hanno avuto maggiori benefici.</p>
<p>Abbondanti liberalizzazioni, agevolazioni fiscali, condoni edilizi, “piani casa”, soprattutto una tacita ma universalmente nota riduzione dei controlli sulle assunzioni, hanno fatto dilagare un’attività edilizia spropositata e di pessima qualità.</p>
<p>A questo dobbiamo aggiungere la naturale propensione verso la proprietà immobiliare come bene rifugio; ed un’attività speculativa del tutto improduttiva, ma fatta per così dire “a futura memoria”, perché tirare su in quattro e quattr’otto un capannone in mezzo a un prato in ogni caso significa che quell’area resterà definitivamente edificabile.</p>
<p>Il risultato è stato un dissennato consumo del territorio, la distruzione di un enorme patrimonio naturalistico, paesaggistico ed artistico, il degrado della vivibilità di molte zone urbane, ed anche di molte zone rurali, trasformate in una alienante periferia.</p>
<p>Ma ha significato anche spostare grandi investimenti verso un’attività a bassissimo contenuto tecnologico, verso prodotti non esportabili, verso profitti puramente speculativi, nonché l’allargamento di un serbatoio di lavoratori non tutelati ed a bassissimo reddito. Insomma, anche da un punto di vista strettamente economico, è stato un pessimo affare.</p>
<p>Se in Italia esistesse un minimo di capacità di programmare il futuro, si dovrebbe dedicare ogni sforzo per invertire la tendenza, spostare le risorse disponibili verso la produzione di beni reali, verso attività tecnologicamente avanzate, verso la ricerca, l’istruzione, la cultura.</p>
<p>È un segno ormai patologico &#8211; anche in senso strettamente clinico &#8211; di grave involuzione senile l’insistenza compulsiva su poche vecchie frasi fatte. Il “piano casa” non è che una regressione agli anni ’50, l’idea che l’Italia non abbia altre risorse che il cemento, il mattone e braccia a poco prezzo per tirare avanti.</p>
<p>Ma ormai questi “piani” sono del tutto fuori dalla realtà. L’attività edilizia di questi ultimi anni non ha prodotto né benessere né sviluppo né occupazione, ma solo una selva di cartelli “VENDESI” appesi a brutti manufatti in cemento.</p>
<p>Ora anche i costruttori si sono accorti che così non si può andare avanti &#8211; come i vescovi hanno capito che oltre un certo limite la “licenziosità” è un segno di gravissimo disordine mentale.</p>
<p>Alla buon’ora. Potevano pensarci prima. Tutti gli altri (diciamo quasi tutti quelli che non sono né costruttori, né vescovi) l’avevano già capito da tempo. </p>
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