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Sul merito degli insegnanti

martedì, 4 maggio 2010

Si discute da tempo sul merito degli insegnanti, e sulla necessità di legare la retribuzione alla qualità della prestazione.

Ma in questa discusione mi sembra che si confondano due cose molto diverse, anzi, opposte.


1. Una cosa è il riconoscimento del merito, o qualità dell’insegnamento.

Tutti siano andati a scuola, e abbiamo conosciuto insegnanti migliori e peggiori: per cultura, per assiduità nel lavoro, per passione, per capacità di trasmettere non solo conoscenze ma l’amore per la conoscenza. È sicuramente una valutazione soggettiva, ma in ognuno di noi saldamente radicata.

Tutti noi sappiamo che fra i nostri colleghi ci sono dei migliori e dei peggiori, anche se in genere è una valutazione indiretta, non essendo se non in rare occasioni testimoni oculari della loro attività.

Si può formulare una procedura che porti da questa valutazione soggettiva, in gran parte puramente epidermica, ad un parametro, non dico oggettivo, ma almeno largamente condiviso, per cui il riconoscimento del merito di un collega non sembri per nessuno un ingiusto privilegio, ma sia per tutti uno stimolo a migliorare, e non generi invidia, ma un pochino di orgoglio professionale, che contagi anche quelli che non l’hanno conseguito?

Io non so come si possa arrivare a questo, ma certo, sarebbe una cosa molto bella.

Ebbene, un riconoscimento di questo genere sarebbe, io sono convinto, anche e soprattutto un premio per quanto di personale, di libero, di creativo un bravo insegnante mette nel suo mestiere. Non si può essere bravi insegnanti se non si è in primo luogo convinti del supremo valore della libertà d’insegnamento.


2. Una cosa completamente diversa è una retribuzione fondata su un sistema di incentivi. Dividere l’attività didattica in tante micro operazioni, in tanti micro obiettivi, e decidere di assegnare ad ognuna di queste particelle un valore monetario. Periodicamente si ripetono su queste larghe bande le querimonie di docenti che si lamentano perché devono correggere più compiti in classe dei colleghi, e vorrebbero che questa differenza venisse remunerata. Ognuno sa a che cosa porterebbe una simile incentivazione. Che subito ognuno di noi inonderebbe i ragazzi di temi ed eserciti e disegni non perché servono, ma perché per ogni compito sono tot soldini.

Lo stesso per ogni altra forma di incentivazione su aspetti parziali della didattica, oppure su aspetti parziali di valutazione dei risultati.

Se c’è una cosa in cui il mio modo di insegnare è cambiato profondamente e progressivamente nel corso degli ultimi quindici anni, è stata la crescente insistenza sulla produzione scritta, soprattutto nelle prime classi. All’inizio facevo i canonici tre temi tri/quadrimestrali, come avevo fatto io per tanti anni alle medie e al liceo. Poi ho cominciato ad aumentare. Da un paio d’anni, almeno nel primo quadrimestre in prima, la colonna dei voti di scritto sull’aletta a sinistra del registro non mi basta più, e devo creare altre due o tre colonne sul margine destro. Dieci, undici, dodici temi a quadrimestre!

Serve? Mah, continuano a scrivere come dei cani.

Supponiamo però che domani mi dicano che i miei allievi saranno sottoposti periodicamente a una batteria di test (ovviamente, oggettivi: cioè crocette) e che in base ai risultati di questi test varierà il mio stipendio. Pensate che continuerò a passare i pomeriggi a correggere temi su temi? Ma neanche per idea! Crocettate! Crocettate! Crocettate per la Patria, per il vostro futuro – e soprattutto per il mio stipendio! Regalerò a mie spese a tutti gli allievi un abbonamento alla Settimana Enigmistica!


3. Quello che voglio dire, è che mentre una valutazione del merito del primo tipo è una valutazione a babbo morto, che al massimo può funzionare come incoraggiamento a continuare su una strada già bella spianata, ma non modifica la pratica dell’insegnamento (se sono un insegnante “di qualità” vuol dire che sono già abbastanza bravo, no? e non saranno certo i valutatori a dirmi cosa devo fare!); una retribuzione ad incentivi provoca inevitabilmente una distorsione a monte nella pratica professionale. Come quei medici ospedalieri che sono pagati “a prestazione”, con la conseguenza che se entri in ospedale per una banale aritmia finisci senza neanche accorgertene su un tavolo operatorio dove ti sostituiscono la valvola aortica (cito casi reali e ben noti).

Certo, noi insegnanti per fortuna non maneggiamo protesi, ma in ogni caso, sono soldi buttati via, per farci lavorare peggio. Almeno di questo i nostri riformatori manageriali dovrebbero essere avvisati.



· libertà d’insegnamento: che non vuol dire far quel cazzo che ti passa per la testa fregandotene di programmi ecc. Questa è l’idea di libertà del bambino, che pensa di essere libero solo se può mangiare tutta la marmellata che vuole. Dovrebbe essere ovvio, ma un segno di quanto siano infelici i nostri tempi infelici è il fatto che un concetto così semplice debba essere costantemente ripetuto.
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L’umiliazione

giovedì, 22 aprile 2010

In questi giorni nelle scuole italiane stanno girando i rappresentanti delle Case Editrici a proporre le novità per il prossimo anno.

È da loro, non dal nostro Ministro, che siamo informati sui programmi che dovremo svolgere.

I libri di storia dei Professionali, mi hanno spiegato, sono già stati riscritti e stampati seguendo la traccia dei programmi di storia dei licei. Anzi: la traccia di una “bozza” dei programmi dei Licei.

Far la bozza dei licei, immagino, non è stato molto difficile. In questa riforma, che è una vera rivincita postuma (almeno in parte, ammettiamolo, meritata) di Giovanni Gentile, il Liceo Classico torna a brillare di una luce non più offuscata da altri indirizzi di rango inferiore. Man mano che si scende dall’empireo, le cose si fanno più fumose e vaghe. Sugli altri indirizzi liceali mi sembra che si sia arrivati ad una definizione ancora provvisoria, ma almeno approssimativamente orientativa.

Per quanto riguarda tecnici e professionali, non c’è ancora nulla di chiaro. Non dico di certo, di definitivo. Solo di chiaro.

Per gli insegnanti di lettere, come me, non è un gran problema. La storia è sempre quella, e se devo finire il programma di prima superiore con Cartesio, oppure con Carlo Magno, oppure con Giulio Cesare, me lo possono dire anche il primo giorno di scuola. Ma penso che per la maggior parte delle materie di indirizzo non sia così banale.

Se volevamo una conferma che nella nuova Riforma gli istituti tecnici e professionali sono scuolette di poco conto, centri di addestramento destinati a produrre una pletora di pseudo diplomati usa e getta, be’, eccola.

Perfino durante il fascismo, la Confindustria, appena emanata la legge Gentile, insorse, chiedendo una totale revisione degli indirizzi più importanti per lo sviluppo tecnologico e industriale che allora aveva appena preso slancio. Dopo Bottai non è più stato possibile considerare l’istruzione tecnica e professionale come un settore residuale, per quei ragazzi che tanto sono teste di legno, e teniamoli legati a banchi finché non avranno l’età per prendere in mano un cacciavite.


La mattina dell’8 Settembre 1943, quando gli Italiani seppero dalla radio che non erano più alleati dei tedeschi a far al guerra agli americani, ma alleati degli americani a far la guerra ai tedeschi, almeno il trattato era stato firmato, alcuni giorni prima, da persone responsabili. Non furono informati dal panettiere del borgo che aveva sentito parlare di una “bozza” di armistizio.

La cosa più deprimente, è che la quasi totalità del corpo insegnante sembra rassegnata ad accettare questa situazione come normale, inevitabile. Il consenso per una Riforma che esiste solo in quanto annunciata in televisione, ma che entra in vigore prima ancora di essere stata scritta (anzi: “abbozzata”), sembra totale. Portiamo sulle spalle la nostra umiliazione come la chimera di Baudelaire, con la stessa ottusa indifferenza.

È possibile dirlo? (Piccolo coming out sul federalismo)

mercoledì, 21 aprile 2010

Non so se è possibile dirlo, ma anche se non è possibile, lo dico lo stesso.

Io sono contro il federalismo.

Non lo dico per astratti motivi ideologici.

Lo dico per tanti motivi storici e politici concreti, ma soprattutto per aver visto con i miei occhi la paurosa proliferazione, in nome della “sussidiarietà”, di piccole e piccolissime lobby, di piccoli e piccolissimi centri di spesa, di piccoli e piccolissimi centri di potere, che proprio perché numerosissimi, e piccolissimi, e placidamente immersi in quella palude grigia che si estende sempre di più tra pubblico e privato, sono al di fuori di ogni controllo, di ogni trasparenza, di ogni responsabilità.

Lo dico perché il federalismo, come si sta attuando tra noi, non si risolve in una semplificazione della macchina amministrativa, ma al contrario, nella moltiplicazione dei centri decisionali, e quindi di norme potenzialmente contraddittorie; e contemporaneamente resta in vita tutta la precedente macchina, a partire dalle province, enti di cui confesso di non essere mai riuscito a capire l’utilità.

Lo dico perché vivo la realtà della scuola, e lì è particolarmente evidente la totale confusione e sovrapposizione di competenze, tra progetti comunitari, regionali e provinciali; calendari regionali e provinciali e comunali e di istituto. Vedo la patologica proliferazione di “agenzie” di ogni genere; vedo che mentre si mette in discusione il valore legale dei titoli di studio, ad essi si vorrebbero sovrapporre “certificazioni” di ogni genere, rilasciate dagli enti più improbabili. Vedo il crescere incontrollato della neolingua della “sussidiarietà”, con alcuni vocaboli che dovrebbero far venire il brivido nella schiena di tutti benpensanti, come “surroga”, cioè l’idea che uno possa fare qualcosa che non è il proprio mestiere, al posto di qualcun altro (ma non è detto neanche che sia il mestiere di quell’altro). O “accreditamento”, per cui la scuola di Stato deve andare bene non allo Stato ma alla Regione, per fare cose che non si capisce bene a che titolo sono compito dello Stato – o forse della Regione.

Questa è una mia piccola presa di posizione personale, ma mi farebbe piacere sapere se qualcuno è d’accordo con me.

Perché non imparano?

domenica, 21 marzo 2010

Scrive Papi Boy su it.istruzione.scuola:

Il problema non è se sono più o meno intelligenti rispetto a 30 o 40 anni fa, il problema è che non gliene frega assolutamente niente di imparare.

C’è una sorta di stupefacente sordità, di assoluta incapacità a costruire un ponte fra sé stessi e ciò che gli viene insegnato.

In seconda ho parlato a lungo, in questi ultimi mesi, di Pirandello e Kafka. Ho insistito sul fatto che sono autori che parlano della vita quotidiana di persone comuni, dei più banali problemi dell’esistenza. Su Kafka, in particolare, insistevo sul problema del rapporto con il Padre (La sentenza, La metamorfosi). Mi sono spinto a fare allusioni decisamente scoperte, quasi offensive, a situazioni private di alcuni allievi. Ma quello che più di tutti gli altri rideva come un matto, dicendo che Kafka è un matto che parla di cose che non esistono (un uomo che diventa uno scarafaggio, ma quando mai!), è proprio il ragazzo di cui sappiamo che ha un rapporto spaventosamente conflittuale con il padre, e che proprio per questo motivo probabilmente abbandonerà la scuola prima della fine dell’anno.

Alla verifica finale ha consegnato il foglio bianco, gli ho messo 1. Ha accolto il voto con un sorriso beffardo.


Altra classe. Un allievo straniero, timido, spaurito, che non sa ancora bene l’italiano, ed è spesso vittima di crudeli scherzi da parte dei compagni, legge e riassume un articolo di giornale sul bullismo. “Il bullismo porta all’isolamento”, doveva scrivere. Invece di “isolamento” scrive “insolazione”.


Altra classe, altro allievo, mi è stata riferita: “Cosa vuol dire triangolo equilatero?” “Che ha quattro lati”.

Ma quest’ultima l’ho messa solo per ridere.

Ancora sullo studio del latino

lunedì, 15 marzo 2010

Su it.istruzione.scuola la questione del “Liceo delle Scienze Applicate”, che dovrebbe sostituire il “Liceo Scientifico Tecnologico” ha riaperto la vecchia questione dello studio del latino. Un vecchio amico, “Al-Farid”, ha toccato il tasto sempre sensibile dei ricordi:

Non a caso un testo cardine è appunto l’“Analisi logica” del Tantucci, testo che chi ha studiato latino ben ricorda.

Ho ancora in libreria la mia copia della Sintassi latina del Tantucci: un fascicolo sbrindellato di fogli staccati, che avevo già comprato usato – probabilmente usato più di una volta.

Quando ho voluto riprende il latino da grande, ho usato il Bonfante: il tipo è un mezzo nazista, ma come glottologo sa il fatto suo.


Del liceo classico ho patito l’insegnamento disastroso della matematica, un handicap al quale non ho mai saputo porre rimedio.

Con mio figlio credo che abbiamo azzeccato quasi tutte le mosse: musica dai cinque ai dodici anni (musica musica, neh, non attività ludico-musicali); buone scuole pubbliche (elementari, medie, liceo classico), tutte ragionevolmente conservatrici.

Dei docenti, due tipi un po’ originali, alle medie e per i primi tre anni di superiori; gente che insegnava matematica vera (ammesso che io sappia che cos’è la matematica vera) non banali calcoli ripetitivi.

Decisamente sotto livello gli insegnanti di italiano. Inutilmente pedante quella delle medie; completamente squilibrati quello del ginnasio (che faceva anche latino, fortunatamente non greco), e quello dell’ultimo anno del liceo. Tutti noi abbiamo esperienze di almeno un insegnante disastroso; averne incontrati due di seguito, in una materia fondamentale, è una vera sfiga. Ma di quelle sfighe però che non puoi prevedere né controllare.

Decisamente sopra la media l’insegnante di greco del ginnasio, più che dignitosi (quasi) tutti gli altri. Un buon insegnante, qualunque sia la materia che insegna, è un’esperienza che ti rimane impressa per tutta la vita. Uno su tanti ti capiterà, altrimenti, è un guaio irrimediabile.

Grazie a Dio mio figlio ha finito il liceo prima dei disastri della Gelmini. Con quel poco di autonomia che c’era, facevano matematica potenziata nel liceo, inglese quinquennale, un corso supplementare facoltativo di analisi matematica in terza liceo.

Adesso è iscritto a Fisica, e si trova bene.


Non ho mai creduto al Latino che insegna a ragionare. Il latino non è né più né meno logico di qualunque altra lingua. L’insegnamento tradizionale dell’ “analisi logica” è un mostro metodologico, logico, linguistico: al massimo può avere un valore mnemonico per il principiante, o per il tardo. “Nella frase attiva il soggetto compie l’azione, nella frase passiva il soggetto subisce l’azione” è una formuletta che può aiutare all’inizio, basta non chiedersi mai che cosa significa “compie” e “subisce”.


Non trovo nulla di più fastidioso delle discussioni sugli insegnamenti che “servono”. È un ragionamento da apprendista cuoco: l’aglio serve sempre, se non ce l’hai in cucina, è un disastro. Invece con lo zafferano ci fai solo il risotto alla milanese, lo compri solo quando ne hai bisogno.


Il latino – e il greco – non sono lingue “antiche”. Il latino non sta all’italiano come il gotico al tedesco, l’anglosassone all’inglese. Il latino e il greco sono lingue di una cultura che l’Europa ha sempre mantenuto in vita come parte della sua anima. Puoi vivere senza Beowulf, non puoi vivere senza Ulisse – Ulisse non è il bisnonno di tuo bisnonno, è sempre accanto a te.

Non puoi neanche vivere senza l’Ecclesiaste, ma dobbiamo rassegnarci al fatto che della triade umanistica (che ancora per Leopardi era un dogma) l’ebraico è stato abbandonato ta tempo.

Naturalmente, il problema è se conoscere i testi in lingua originale, o per lo meno, avere una minima idea della lingua in cui sono stati scritti (nessuno esce dal liceo classico in grado di leggere l’Odissea in greco). Io sono in grado di leggere almeno una parte della letteratura francese in originale (Stendhal sì, Céline no); un po’ meno in inglese e tedesco; neanche una parola di russo. Ma non è stato tempo perso studiare un po’ di quelle lingue.


Quello che gli apprendisti cucinieri non riescono a capire, è che il nostro cervello(*) è fatto di interconnessioni, quindi anche l’educazione deve essere interconnessa. Devi imparare anche cosa che “non ti servono” per lo stesso motivo per cui un ciclista non può limitarsi a potenziare i muscoli delle gambe. L’importante non è “a cosa serve” una certa materia, ma quanto sono ampie le aree cerebrali che interessi con una certa materia. È questo il senso delle materie di interesse generale “teoriche”, “poco pratiche”, “che non ti verranno mai chieste in un colloquio di lavoro”: la musica, la matematica, le lingue moderne e antiche.

Questo varia a seconda delle età. Soprattutto nell’infanzia le aree cerebrali sono fra di loro potentemente interconnesse, anzi, queste mainterconnessioni sono in tumultuoso sviluppo, e l’apprendimento di materie di interesse generale ha un valore formativo enorme. È questa l’importanza della musica, della matematica, delle lingue – l’ideale sarebbe che tutti i bambini crescessero in un mondo bilingue, purtroppo sotto questo punto di vista la scomparsa dei dialetti è stato un disastro.


È importante imparare cose “che non ri servono” proprio perché non ti servono, per avere un’idea del mondo cerebrale che c’è al di fuori dela specializzazione alienante del lavoro che svolgerai per quarant’anni. Anche se passi la vita a progettare rubinetti per doccia, devi sapere che oltre ai rubinetti per doccia esistono le chiese romaniche e i cacciatori boscimani, i buchi neri e l’Edipo Re, l’Arte della Fuga e la topologia. Se no sei come un paralitico in carrozzella seduto davanti ad un compiùter – mica ti servono le gambe per usare il compiùter, no?


Tanto per scandalizzarvi, tra le cose che “servono nella vita” e che io vorrei limitare parecchio, vi è anche il training catto-terzomondista. Insegnare a non copiare è più importante dell’ “educazione alla pace”, cercare su tre vocabolari la corretta traduzione di un termine ostico è più importante degli esercizi spirituali sulla fame.

Il senso di responsabilità sociale deve fondarsi sulla consapevolezza delle relazioni fra le cose, non su una generica compassione.



(*) parlo di “cervello” in senso metaforico, s’intende

Giorno del Ricordo

giovedì, 11 febbraio 2010

È passata, quasi inosservata, la Giornata del Ricordo.

Qualcuno ha voluto contrapporre ai morti italiani i tantissimi morti jugoslavi.

Io non la liquiderei così facilmente la questione, con un bilancio a due colonne degli ammazzati dall’una e dall’altra parte.

È un fatto che nei libri di storia della scuola italiana (forse di tutto il mondo) la II guerra mondiale è ancora oggetto di enormi rimozioni.

Per quanto riguarda noi, si comincia a vedere qualcosa della guerra d’Etiopia, e della fine miseranda di quell’Impero che era stato annunciato con grandi fanfare. L’Etiopia era l’unico fronte su cui l’Italia operava senza il supporto determinante dell’alleato tedesco, e dopo appena dieci mesi di guerra le truppe italiane lasciarono Addis Abeba senza combattere. (Meglio così. Il povero Amedeo di Savoia ha fatto la cosa più sensata).

Ma una totale rimozione riguarda il fronte più vicino a noi, quello in cui cui le operazioni militari durarono per quasi tutti i cinque anni di guerra: la Jugoslavia. Fu il fronte più impegnativo di tutti, e quello che assorbì la maggior parte delle risorse belliche che l’Italia monarchica e poi repubblichina riuscì a mettere insieme.

Non so quanti libri di storia parlino del Regno di Croazia, sul cui trono (sia pure solo nominale) c’era un certo Aimone di Savoia; della politica di deslavizzazione iniziata fin dagli albori del fascismo (nel 1920 le camicie nere diedero alle fiamme la Casa di Cultura Slovena di Trieste); del confuso sostegno dato dall’Italia contemporaneamente agli Ustascia croati, e ai Cetnici serbi, in un’azione di sterminio incrociato che riuscì a disgustare perfino gli ufficiali delle Wehrmacht; dell’annessione della provincia di Lubiana, rispetto alla quale neanche i più esaltati irredentisti avevano mai espresso alcun interesse.

Allo stesso modo, non so quanti libri di storia parlino diffusamente della rinuncia della sovranità italiana a favore del Terzo Reich su tutte le province orientali, incorporate nell’Operationszone Adriatisches Küstenland (Zona di Operazioni del Litorale Adriatico) che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Lubiana sotto il comando del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer; e dell’Operationszone Alpenvorland (Zona di Operazioni delle Prealpi) comprendente le provincie di Bolzano, Trento e Belluno, sotto il comando del Gauleiter del Tirolo Franz Hofer.

In questo quadro (non certo per pareggiare una macabra bilancia di morti) si può ricordare anche la tragedia di migliaia di famiglie italiane costrette a lasciare le case che abitavano da una innumerrevole serie di generazioni.


Gauleiter. È il caso di ricordare che il termine Gauleiter indicava il governatore di una regione appartenente al Reich tedesco, non il comandante delle truppe di occupazione in un paese straniero. Torna su ^

Fondamenti di una nuova dottrina politica

venerdì, 5 febbraio 2010

Mentre vedo snocciolarsi i nuovi quadri orari della Riforma Epocale, mi rivedo, un pezzetto dopo l’altro, scaricato dal Torrente, Der Unterfall (La Caduta – Gli ultimi giorni di Hitler).

Per carità. C’è un abisso. Ma fa ugualmente pensare.

Il popolo, all’epoca, più civilizzato e istruito del pianeta, si mette nelle mani di un perfetto psicopatico. Lo segue con metodica precisione verso l’autodistruzione. Alla fine, anche se i più – perfino la maggior parte dei fedelissimi – si rendono conto che in quella testa le rotelle girano all’incontrario, il giuramento di fedeltà vale più dell’elementare istinto di conservazione.

Gli Italiani, popolo di Furbi, hanno invece deciso di farsi comandare da un Imbecille.

Non lasciatevi ingannare dal luccichìo dei lustrini. Non basta il successo economico – non basta il potere – per fare di un cretino un intelligente. Mi dispiace deludervi (berlusconiani e antiberlusconiani), ma Silvio è in primis una grandissima testa di cazzo. Tutto il resto viene di conseguenza.

Poiché le teste di cazzo che hanno il potere sono naturalmente spaventate dai confronti, ogni dittatorello cercherà di circondarsi di persone intellettualmente inferiori. Se il Berlusca è una testa di cazzo, figuratevi i suoi ministri.

Figuratevi la Gelmini.

Mi rendo conto che quanto sto per dire è un’eresia dal punto di vista di ogni dottrina storico-politica. Mi dispiace per Machiavelli. Mi dispiace per Marx. Mi dispiace per Gramsci. Ma alle loro teorie manca un tassello fondamentale. La possibilità che il Principe sia un imbecille – e proprio per questo, invincibile.

Un uomo, un sistema del potere, che non è schiacciato dal pesante fardello della Razionalità. Libero dai condizionamenti dell’Intelligenza.

Potete ben dirmi che nella riforma Gelmini si vedono i tagli di Tremonti. Che si vede il diabolico piano del Potere di avere un popolo di ignoranti, per mettere al riparo il Sistema da ogni critica. Un governante perverso e cinico, ma intelligente, non riuscirebbe a combinare un pasticcio simile. Avrebbe un minimo di senso estetico – di schifoso, egoistico senso estetico.

Dominare, distruggere, condizionare, corrompere sì, ma in bel modo. Con stile.

Questi Decreti di Attuazione della Riforma Epocale – approvati da gente che non li ha letti – che non li ha letti perché al momento dell’approvazione non erano ancora stati scritti – questo pedante e piccino togliere un’ora di qua e metterla di là – hanno la stessa faccia ottusa di una povera, eterna Apprendista di Studio Legale, che non ha saputo fare altro che mettere all’insegna della Nuova Scuola quello che è il senso della sua personale esistenza:

Ultimo nella Scuola, primo nella Vita.

Contrordine Padani! Il nuovo orario del Liceo Classico

venerdì, 5 febbraio 2010

Questa è la bozza del piano orario dei licei che ho scaricato ieri (Giovedì 4 Febbraio) dal sito dell’INDIRE:

www.mauriziopistone.it/materiali/ClassicoBozza.pdf

Il piano orario presente oggi (Venerdì 5 Febbraio) sullo stesso sito e indicato come “definitivo” è completamente diverso:

www.indire.it/lucabas/lkmw_file/licei2010/// quadri_orari_licei_regolamento_definitivo.pdf

Speriamo che non cambino di nuovo idea


Ultimo minuto!

Oggi 5 Febbraio ore 17:37 i materiali dei Tecnici e Professionali (una bagattella, un milione e mezzo di studenti) sono ancora allo stato di “BOZZA“.

Stay tuned!

Il Liceo di mio figlio

giovedì, 4 febbraio 2010

Questo è il Piano dell’Offerta Formativa del Liceo Classico Cavour di Torino, frequentato da mio figlio fino all’anno scorso:

www.lcavour.it/Didattica/Pof/pof.html

(Mio figlio ha frequentato il corso istituzionale; esiste anche un Liceo Musicale, ed un Liceo della Comunicazione. Abbiamo scelto deliberatamente il corso tradizionale nel liceo più conservatore della nostra città).

Ho confrontato alcune cifre con il nuovo piano di studi del Liceo Classico che si trova sul sito

www.indire.it

Inglese:
Liceo Cavour “tradizionale”:            

99* ore per 5 anni =

495 ore

Liceo Gelmini:

99 X 2 anni + 66 X 3 anni =

396 ore

Si perdono

 99 ore

Matematica:
Liceo Cavour “tradizionale”:

99 ore X 3 + 66 X 2 =

429 ore

Liceo Gelmini::

99 X 2 + 66 X 3 =

396 ore

Si perdono

 33 ore

Inoltre il Piano di studi del Liceo Cavour prevedeva, per gli studenti dell’ultimo anno, due “moduli di orientamento” con docenti universitari, in orario curricolare:

- un modulo di 42 ore (3 ore per 14 settimane) di analisi matematica

- un modulo di chimica organica e biochimica di 28 ore (2 ore per 14 settimane)

Mi figlio ha frequentato il modulo di matematica, ed ora è iscritto alla facoltà di Fisica.


(*) Secondo l’uso moderno, ho trasformato l’orario settimanale in ore annuali, calcolate su 33 settimane.

La maturità dei mediocri

sabato, 30 gennaio 2010

Poiché stanno comparendo sulla stampa nazionale articoli che parlano della “severità” delle nuove norme sull’esame di Stato (l’esame di “maturità” non c’è più da una dozzina d’anni), desidero ripetere qui alcune considerazioni che ho già fatto in altre occasioni.

La nuova severità dovrebbe discendere da due nuove norme:

  1. si ammette all’esame solo chi ha la sufficienza in tutte le materie;
  2. nel calcolo della media per l’assegnazione del credito si tiene conto anche del voto di condotta.

Prendiamo ora l’allievo mediocre, “senza infamia e senza lode”, quello che arriva alla fine del corso di studi più per forza di inerzia che per vero merito.

Questo campione si presenterà allo scrutinio finale del quinto anno con una serie di valutazioni oscillanti tra la sufficienza e la “quasi sufficienza”, e forse un pochino meno.

In soldoni, i valori “grezzi”, comunicati dai docenti delle singole materie, saranno qualche sei, qualche cinquemmezzo, probabilmente almeno un cinque.

I voti finali (è così da sempre) vengono assegnati dal Consiglio di Classe.

Per prima cosa si dovrà quindi decidere se ammettere questo campione all’esame.

Lasciatevelo dire da uno che è nella scuola da più di trent’anni. Nessun Consiglio di Classe dello Stivale lo terrà fuori. Anch’io voterei per l’ammissione senza pensarci due volte. È giusto così. L’allievo non ha meritato, ma neppure demeritato troppo. Già essere arrivato all’ultimo anno, superando una lunga serie di selezioni annuali che nella scuola superiore sono sempre assai più severe di qualunque esame di Stato (in certi casi severissime, una vera decimazione) è cosa non da poco. A scuola è stato un mediocre, ma anche i mediocri hanno diritto a vivere la loro vita. Uscirà dalla scuola con una valutazione bassa, ma uscirà, e il resto dovrà giocarselo da sé. Profilo basso, e camminare.

Quindi, deliberazione finale del Consiglio di Classe: sei in tutte le materie.

Unanimità? Unanimità.

Passiamo al voto di condotta.

Il nostro eroe della mediocrità ha fatto di tutto per non farsi notare. Ha fatto baccano quando gli altri facevano baccano, è stato zitto quando gli altri stavano zitti. Non ha mai ricevuto una sanzione disciplinare grave – non l’ha mai meritata. Certo, non è mai stato un tipo particolarmente collaborativo, ma è difficile che uno così abbia meno di 8 come voto di condotta (la valutazione 6 è data in conseguenza di infrazioni gravi, ripetute e documentate, alla disciplina, la valutazione 7 a chi è sempre stato un turbolento, senza però meritare punizioni pesanti).

Bene, alla fine costui avrà una media superiore al 6, e il punteggio corrispondente di credito.

Con le norme precedenti, sarebbe stato ammesso lo stesso, ma con una media inferiore a 6, e quindi un credito minore.

La Commissione d’Esame sa perfettamente queste cose. Una volta, quando non c’erano i crediti, la Commissione andava a guardare anche le pagelle – ma non le valutazioni dell’ultimo anno, perché si sa che all’ultimo scrutinio dell’ultimo anno si nasconde sempre un bel po’ di spazzatura sotto il tappeto; bensì le valutazioni dei tri/quadrimestri precedenti: perché è lì che il Consiglio di Classe ha sempre nascosto i suoi messaggi cifrati, e chi ha orecchie per intendere intenda.

Anche adesso le pagelle sono a disposizione della Commissione; ma nessuno le guarda, perché tanto non servirebbe a niente. I giochi sono già fatti, e la Commissione si limita a prendere atto del punteggio di credito.

Insomma: questa è una formula d’esame in cui chi va bene va bene, chi va male va male, esattamente come prima. A differenza di prima c’è però qualcuno che ha un piccolo vantaggio: il mediocre.

Niente di male, s’intende. Basta dirlo.