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Germania 1933 Dialogo fra un nazista e uno sfigato di sinistra

sabato, 13 giugno 2009

Nazi: Visto le elezioni? Abbiamo vinto.

Sfigato di sinistra: Sì però…

N: Però che cosa? Abbiamo vinto perché avevamo il programma più concreto, più vicino ai reali interessi della gente.

Sds: Veramente non mi sembra…

N: Come non ti sembra? Perché, voi che proposte avete? Per esempio, quali sono le vostre proposte concrete per affrontare il problema ebraico?

Sds: Ma quale problema ebraico…

N: Ecco, lo vedi? Non avete proposte. Non vi rendete neanche conto del problema. Per questo la gente vi ha voltato le spalle.

Sds: Ma io non ho nessun problema con gli ebrei…

N: Ma certo, tu non lo vedi, perché sei un privilegiato, uno che vive a spalle del popolo, uno che ha lo stipendio garantito! Ma tu pensi che un poveraccio senza lavoro possa ignorare il problema ebraico? Pensi che la gente comune, la gente che lavora – non gli intellettualoidi che frequentate voi sfigati di sinistra – possano dire “ma per noi il problema ebraico non esiste” mentre l’ebreo stupratore gira indisturbato per le nostre città? Pensi che un onesto muratore che si alza alle quattro del mattino per andare sul cantiere possa fregarsene del piano giudaico di distruggere la razza germanica? Ma dove vivi? Voi di sinistra siete veramente fuori del mondo! E invece ecco che il nostro Führer ha trovato una soluzione concreta. Ed il popolo ha capito, il popolo che ha i piedi per terra, che capisce come vanno veramente le cose. Ed appoggia Adolf Hitler. Poi, risolto il problema ebraico, potremo passare al secondo punto del programma.

Sds: Quale sarebbe?

N: Ma è chiaro: la conquista del mondo.

Sds: Dunque volete un’altra guerra…

N: Ma sentilo, il radical-chic, l’intellettualoide da salotto! Ma certo, con un’altra guerra! Perché, tu pensi che si possa conquistare il mondo senza una guerra?

Sds: Ma la guerra… e poi ne abbiamo già persa una…

N: Razza di chiacchieroni senza palle, ma la volete capire che la gente è stanca delle chiacchiere, e vuole fatti? Certo, una guerra! Perché, voi siete contro la guerra?

Sds: Certo, noi siamo contro la guerra…

N: Aaaaaaa… ma allora siete proprio incorreggibili… siete davvero il partito del NO! Non avete soluzioni da proporre, siete solo capaci di dire NO a tutto! Il nostro Führer lavora giorno e notte per costruire le migliori guerre che si siano mai viste, e voi NO! Nient’altro che NO!

Sds: Ma la pace…

N: Eh, sì la pace! la paaaaace! la paaaaaaaaaaaaace! avete sempre solo questa parola in bocca! Parolai inconcludenti! Ma che cos’è la paaaaaaaaace che volete? Forse non fare più guerre? Ma non avete proprio nessun programma che non sia solo la negazione del programma del Führer! Il Führer dice “guerra” e voi sapete solo dire “paaaaaaace”! Ecco perchè più nessuno vi ascolta, più nessuno vi vota! Perché non avete un programma, non avete risposte, avete solo parole! Ma ora basta! Basta con le parole! Noi saremo il governo dei fatti, non delle parole! Una bella guerra, i piani sono già pronti, e Adolf Hitler sarà il Führer del mondo intero!

Sds: Ma voi siete dei pazzi… Hitler è un pazzo…

N: Ecco, me l’aspettavo, i soliti insulti! Quando non sapete cosa dire, quando non avete proposte concrete da fare, sapete solo insultare! Ma noi ce ne freghiamo dei vostri insulti, anzi, ci fanno piacere! Ah ah ah! Perché più ci insultate, più la gente scopre il vostro gioco, e dà più fiducia a Hitler! Vi siete degli illusi, se pensate che l’antihitlerismo vi faccia guadagnare dei voti! Insultateci, insultateci quanto volete, e vedrete che Hitler sarà il Führer per i prossimi cinquant’anni!

Diplomazia

venerdì, 7 novembre 2008

Pronto? Barak? Barak? Baracchino? Baracchetto? Mi senti?… Ah, finalmente… Senti, volevo complimentarmi con te… sei stato veramente forte… bravo… sì, sì… bisogna che ci vediamo… presto… abbiamo tante cose da dirci… sì, sì, davvero, una bellissima vittoria… ti ammiro… guarda, neanch’io avrei saputo fare meglio…  così giovane… magari poi ti spiego anche qualche piccolo trucco… per la prossima, sai, ti potrà venire utile… figurati…

Ah, poi, volevo dirti, lo so che tu… sì, sì, sei una ragazzo intelligente, spiritoso… mica te la sei… ma no davvero, non l’ho mai pensato…  ma sai, qui da noi, i comunisti… coglioni, come al solito… hanno piantato su un casino, hanno detto che tu… ma certo, ti ringrazio di cuore, guarda ero sicuro che… figurati, per una carineria, una battuta… sai, io sono un tipo allegro, mi piace scherzare… anzi, guarda, ne so una fortissima… allora, sentimi bene… ci sono un siciliano, un tedesco e un ebreo che… pronto? pronto?… Baracchetto? Baraccuccio?… Mi senti?… è caduta la linea…

 

Bretelle nere

venerdì, 29 agosto 2008

Portiamo gli amici in visita ad una bella chiesetta romanica delle nostre campagne.

Per ritirare la chiave, si deve passare in una casa vicina. Entro nella corte, chiamo un paio di volte, forte, più forte, mi risponde una voce impastata con un greve accento napoletano.

Si affaccia alla porta, dietro una tenda svolazzante, un uomo molto anziano, non molto alto, ma dall’aria robusta. Alla mia richiesta risponde un po’ aggrottato che devo dargli un “dogumento”. Esibisco la carta d’identità. Alla vista del papiro bèsg si addolcisce. “Lei di dov’è? Tedesco?” “No, italiano”. “Ah, allora la può tenere, qui passano sempre molti tedeschi, io chiedo il documento perché non capisco quello che dicono, così vedo chi sono, ma se è italiano la può tenere”.

***

La visita alla chiesetta è, come sempre, affascinante, ma non è questo l’argomento del racconto.

***

Torno a restituire la chiave. Chiamo forte, busso. Mi risponde un’altra voce, ancora più confusa e marcatamente dialettale della prima. Mi dice di aspettare.

Arriva con fatica dietro la tenda un’ombra, bofonchiando qualcosa. Apre. Mi appare un altro anziano, anche lui tarchiato, dall’aria robusta. Ha una folta chioma bianchissima. Indossa una camicia biancastra con le maniche arrotolate, su cui spiccano due larghe bretelle nere che reggono i pantaloni. Gli manca la mano destra. La mano sinistra, con sgradevoli unghie lunghe e sporche, e il moncherino, grondano acqua.

Dice scusandosi che da quando gli è morta la moglie deve fare “l’uomo e la donna”, e si sta lavando la maglietta. Gli sporgo la chiave. A quel punto lui riesce ad agganciarmi. “Lei di dov’è?” “Di Torino”. “Ah, Torino. Avevo un grande amico di Torino. Adesso è morto. Squadrista!”

Ormai avviato nella conversazione, cerca di spostare la chiave dalla mano sinistra a quella destra, ma non ha la mano destra, allora la stringe tra il moncherino e il petto, sulla camicia bagnata.

Continua il suo racconto, di cui non riesco a cogliere bene tutte le parole. “Gli anni più belli. Quindici anni a Torino, al Comando della Milizia. Avevo un altro amico, un capitano della Milizia. Anche lui è morto. Guerra di Spagna. Anch’io sono partito volontario per la Spagna. Prima ero stato in Africa” L’espressione si fa sempre più triste, e la parlata sempre più confusa. “Anche sei anni di prigionia. Gli Inglesi”. Fa una smorfia di disgusto. “Mio nonno mi diceva sempre: impara a conoscere i cani, così ti sai difendere”.

Mentre si perde a rievocare i saggi insegnamenti del nonno, gli amici, in macchina, mostrano evidenti segni di impazienza. Lo saluto, e lui si scusa sorridendo di avermi trattenuto.

Durante il viaggio di ritorno, cerchiamo di ricostruire l’età dell’anziano combattente. Almeno novantadue anni, concludiamo.

 

Dialogo d’un Pessimista e di Giacomo Leopardi

martedì, 1 luglio 2008

Un Pessimista e Giacomo Leopardi s’incontrano per caso su di un colle, di fronte ad una siepe.

Gava via ste ronze ch’a ‘mbreujo!”(*) esclama il Pessimista, rivolto al zappatore in fondo al campo.

Giacomo Leopardi non ribatte. Sa ch’è vano dialogare con un Pessimista.

***

Come ognuno avrà capito, in questi giorni sono impegnato nel colloqui d’Esame.

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(*) Togli via codesti rovi, che ingombrano!