Premetto che sono un moderato. Da giovane ero un rivoluzionario, da vecchio sono diventato un moderato.

Moderato (lo sa bene chi mi conosce un pochino) non nel senso di orientamento politico, ma nel senso che per me parlare è meglio che prendersi a legnate.

Sotto questo punto di vista cerco di capire le conseguenze di quest’ultima iniziativa imprenditoriale sulle relazioni sociali nel nostro paese. E poiché sono moderato, nell’espressione “relazioni sociali” l’accento è sulla parola “relazioni”. Il nostro paese sembra caduto in una tale babele linguistica (oltre che morale e culturale) che nessuno finora ha voluto sottolineare il significato di questa semplicissima parola. Allora lo faccio io: relazioni. È una parola che, in un mondo normale, sembrerebbe appartenere più all’ambito del parlarsi, che a quello del prendersi a bastonate.

Ora, un imprenditore, nell’ambito di una vertenza sindacale, ha detto papale papale ai suoi dipendenti: o così, o chiudo la fabbrica.

Nel linguaggio sindacale di qualche decennio fa, questo si chiamava “serrata”. E la serrata era considerata una cosa brutta, perché si pensava che l’esito di un’operazione di questo genere non potesse che essere un peggioramento del sistema delle relazioni. Tra il parlarsi e il prendersi a legnate, si rischiava fortemente che il peso si spostasse più verso la seconda opzione.

Ma lasciamo perdere il passato, proviamo ad immaginare il futuro. Un futuro in cui, da parte imprenditoriale, diventi normale dire: o così, o chiudo la fabbrica. Oltre, ovviamente, alle moltissime fabbriche che chiudono e basta. Mi chiedo se qualcuno ha provato a immaginare le conseguenze di questo sistema non solo sulle relazioni sindacali all’interno delle fabbriche, ma sull’insieme delle relazioni sociali nel nostro paese.


Il nuovo accordo prevede che i sindacati che non accetteranno saranno esclusi dalla rappresentanza all’interno della fabbrica. Due sindacati sembrano orientati ad accettare una simile conseguenza. Due sindacati si sono dichiarati disposti ad accettare che un terzo sindacato sia spinto ad una condizione di clandestinità sul luogo di lavoro.

Ora, io sono un moderato. Di moderati siamo rimasti in pochi, perché il vento sembra piuttosto favorevole a soluzioni estremiste. Da decenni cova, in una parte cospicua dell’opinione pubblica e del mondo politico, un rancore, un senso di rivalsa verso il movimento sindacale, il desiderio di una resa dei conti che liquidi definitivamente il sindacalismo – o almeno una parte di questo, il sindacalismo “rosso”. È un atteggiamento estremista, che non si pone minimamente la domanda sulle conseguenze, in termini di relazioni sociali – in termini, diciamolo pure, di ordine pubblico – di una scelta di questo genere. L’esclusione della FIOM dagli stabilimenti Fiat dà soddisfazione a quest’odio fanatico coltivato per generazioni, ed è stata accolta con urla di giubilo. Ma l’odio fanatico non è un modo razionale per costruire il futuro. L’odio fanatico – ce lo insegna la storia – porta a selvagge bastonature; alla fine viene sconfitto, ma solo dopo aver trasformato il paese in un deserto di macerie.


E le conseguenze sull’economia? Poiché, come sappiamo tutti, l’economia non è solo questione di quattrini, ma è l’“anatomia della società civile”, e sull’economia generale del nostro paese le relazioni sociali, lo stato dell’ordine pubblico pesano un po’ di più di qualche minuto di pausa in fabbrica, ebbene, da un punto di vista economico, il nostro paese può permettersi un Marchionne?

Ho la soddisfazione di dire che questa volta l’unico che si è comportato in modo impeccabile è stato Silvio Berlusconi.

Di fronte alla defezione dell’ex-alleato, ha dato l’unica risposta sensata: vieni avanti, e vediamo chi vince. Le minestre riscaldate del Governo di Responsabilità, del Governo dei Tecnici, del Berlusconi bis erano inaccettabili – inaccettabili ovviamente per lui, e direi che anche per noi erano l’unico esito peggiore del berlusconismo stesso. Ha vinto, e può giustamente dire di essere soddisfatto.

Chi si è comportato peggio è Fini. Uno che dopo sedici anni scopre che Berlusconi fa politica solo per tutelare i propri interessi economici e giudiziari, non può sottrarsi alla domanda: ma non potevi accorgertene prima?

Uno che dilapida il patrimonio di un partito di quattro milioni e rotti di elettori, per trovarsi con una sparuta truppa che ha come esponenti di spicco degli zeri come Italo Bocchino, Benedetto Della Vedova e Luca Barbareschi; e che dopo una stagione di ditini puntati impugna la sciaboletta e muove all’assalto di Fort Viagra, non può poi gridare al tradimento, alla compra dei voti ecc. Dovrebbe ripensare tutta la sua carriera politica, e prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di cambiare mestiere. Certo che prendersi in faccia il gesto dell’ombrello da parte di un borderline come Gasparri, è dura; ma può essere anche questo un segno della Provvidenza.

Bossi, come fa spesso, è rimasto a guardare, aspettando che il padre Eridano gli portasse il cadavere del presidente della Camera; ha avuto ragione, ma in fondo era una scelta troppo facile per meritare più di un fiacco plauso di circostanza.

Casini non si è tolto di dosso (credo che non se lo toglierà per tutta la vita) il sospetto di essere uno che fa lo schizzinoso solo per alzare il prezzo della collaborazione. Nel suo caso, è difficile prevedere se si sarà trattato di un calcolo giusto.

Una sufficienza stiracchiata per il PD, che (ovviamente) ha votato per la sfiducia: bella forza: è l’Opposizione! Ma anche loro non hanno fatto sufficienti sforzi per togliersi di dosso l’immagine di quelli che stanno al rimorchio delle crisi interne della destra. Non è proprio così, ne sono convinto: ma bisogna riuscire a convincere tutti.

Dieci e lodissima, infine, ai manifestanti che, in tutt’Italia, hanno ricordato che la crisi che si sta vivendo non è solo questione del mutuo di Tizio, del CEPU di Sempronia, del ditino di Finuccio: ma è questione di vita o di morte per milioni di lavoratori, del futuro dell’Italia fra le nazioni civili del mondo.

È ormai quasi una generazione che gli ominicchi di tutt’Italia ci pisciano addosso il loro ritornello: che cos’è la destra… che cos’è la sinistra… gnégné gnégné.

Lui, invece, non ha avuto dubbi. La destra Lui la conosce. Gli è bastato dire: o con me, o contro di me, e subito tutti si sono adeguati. La Destra? A Me!


Da mesi gli dicono di “fare un passo indietro”. Ma perché? Perché dovrebbe ascoltare quelli che gli chiedono di fare un passo indietro, ma loro, non avranno mai il coraggio di fare un passo avanti? Perché dovrebbe farsi sgambettare da Fini, un pirla che si è fatto sgambettare da La Russa?

Da settimane dicono: ci vedremo il 14 dicembre. A fare che? Era il 30 novembre che bisognava muoversi. Con le città in subbuglio, con i giovani in piazza. Ma no, il Capo ha detto: O con me, o contro di me, e tutta la truppa delle schiene di burro – anche il Capo delle schiene di burro, quello del “passo indietro” – ha detto sì. L’ha fatto lui, il passettino indietro. Sa benissimo – ne sono sicuro – che questo “sì” butta a mare tutti gli sforzetti, tutte le manovrine, tutti i ditini puntati degli ultimi mesi. Ma è stato più forte di lui. I fasci con la schiena di burro sono fatti così. Il 14 dicembre farà lo stesso. Altrimenti, sarà una seconda figura da pirla. Quello che butta la palla in rete quando l’arbitro ha fischiato la fine della partita da due settimane.


Un vecchio nostalgico che scrive su it.cultura.storia.moderato ne ha detta una forte: Mussolini non ha mai sparato sulla folla. Be’, è vero, non ne ha mai avuto bisogno. Sono le mezze calzette che sparano sulla folla. Le mezze calzette come il generale Adami Rossi, che dopo il 25 luglio spara sugli operai di Torino che festeggiano la caduta del Duce. O le mezze calzette come Fini, che quando ormai la Marcia su Roma ha vinto, e non ce n’è più bisogno, manda la truppa a devastare, di notte, la scuola Diaz, per far vedere che anche lui – anche lui sa usare il manganello.

Ma gli ominicchi, le mezze calzette, i fasci con la schiena di burro, sono in ogni epoca una buona metà della popolazione italiana. È genetico. Di grandi capi, di fasci che gli basta dire: o con me, o contro di me, ne salta fuori al massimo uno per secolo. E allora i fasci con la schiena di burro si piegano. Inutile prendersela, sono fatti così.


Uno che ha capito come stanno le cose è il Grande Capo dei Balenghi Padagni. Lui saprebbe fare un passo avanti. L’ha dimostrato una volta. Ma ha capito che non gli conviene. Che non ce n’è bisogno. Che gli basta suonare la trombetta: seguite Me, che seguo Lui! e poi passare alla cassa. Il vecchio studente della Scuola Radio Elettra, il capo delle Camicie Verdi, è il secondo vincitore di questa giornata, che ha visto, perdenti, da una parte l’Università, dall’altra il capo delle Camicie Stinte.


Il povero Monicelli, lui sì che aveva le palle. Uno dei pochi. Avesse avuto vent’anni di meno, è uno di quelli che ci avrebbero guidati in Montagna. A novantacinque anni, con il cancro, l’unica Montagna che è riuscito a scalare è stata la ringhiera del balcone. Ma l’ha fatto da uomo: niente piagnistei, niente messe, niente acque benedette in articulo mortis (perché… poi… non si sa mai… brrrrr…). Ma ugualmente ha dimostrato di essere un grande Resistente. Perché le palle, o le hai, o non le hai. È genetico. E se le hai, le hai sempre: anche a novanticinqe anni, e con il cancro.


Oggi e sempre Resistenza.

Ho ascoltato con molta attenzione le parole di Marchionne, e ci sono parecchie cose che continuano a sfuggirmi.

Lui dice che le fabbriche in Italia sono ingovernabili. Sarà, ma che vuol dire? e perché?

Non credo che uno possa dire che negli ultimi anni – diciamo pure: gli ultimi vent’anni, se non di più – sono stati caratterizzati da una forte conflittualità sindacale. Difficile scaricare la colpa sulla FIOM, che – dice lo stesso Marchionne – vede l’adesione di un operaio su otto.

Si è parlato della richiesta di passare da due pause di venti minuti a tre pause di dieci minuti. Dieci minuti al giorno. È in questi dieci minuti che si concentra il gap di efficienza del lavoro in Italia?

Dice che un solo stabilimento in Polonia, con settemila operai, produce tanto quanto cinque stabilimenti in Italia, con ventimila operai. Un rapporto di quasi tre a uno! Vuol dire che in Italia gli operai ogni ora lavorano venti minuti, e per quaranta minuti si girano i pollici? È la solita storia dell’italiano lazzarone?

Queste sono le domande che avrei fatto volentieri a Marchionne, se fossi stato presente.

Non c’ero, e quindi non le ho fatte.

Ragazzi, oggi vi voglio parlare di un terribile peccato.

È una cosa veramente paurosa, credo che vi farà molta impressione, ma bisogna conoscere il male per evitarlo.

È il tunnel del berlusconismo.

Vedo che molti di voi impallidiscono. La fama di questa peste è arrivata anche nel nostro Oratorio.

Per spiegarvi meglio che cos’è, vi racconto una storia, una storia molto comune, che potrebbe capitare anche a voi.

Conoscevo una volta un povero ragazzo, si chiamava Gianfranco.

Come molti di voi, era un po’ monello, ma aveva il cuore buono e la mente limpida, non aveva mai compiuto un’azione veramente cattiva. Solo, non aveva quella buona qualità senza la quale tutte le altre sono come fondamenta erette sulla sabbia: la prudenza.

Un giorno si trovò di fronte al tunnel del berlusconismo. Ne aveva sentito molto parlare, sapeva che tanti altri giovani erano stati rovinati da promesse fallaci, da subdole lusinghe. Ma lui era convinto di essere più forte, di saper dominare le tentazioni e gli inganni del Maligno. Imprudentemente entrò nel tunnel, sciaguratamente si unì a quel popolo perduto.

Cercai più volte di farlo recedere da quel vizio ripugnante. Ma lui rispondeva sempre: “Non sono berlusconiano! Posso smettere quando voglio!”

Quanto si ingannava! E in che misero stato s’è ridotto!

Oggi non può più prendere il sole a Montecarlo senza che gli crolli addosso il Giornale. Va in un mobilificio a comprare una cucina, ed è scosso da terribili conati di Feltri.

Cosa farà? Il suo futuro sembra senza speranza. Gli rimangono, come trista compagnia, le smorfie di Bocchino, le lagrime Della Vedova. Veramente, una vita rovinata.

Figlioli, state attenti! Già la mia buona Mamma, quand’ero bambino, mi diceva sempre: “Toca nen ij bërluscon se ‘t veule nen vnì bòrgno!”(*) E quel giovinetto tanto buono che viveva qui con noi, ed ora è in Paradiso, il savio Domenico, il giorno della sua prima Comunione scrisse sul quaderno dei suoi pensieri: “La morte ma non berlusconi!”


(*) Non toccare i berlusconi se non vuoi diventare cieco

Il referendum a Pomigliano non serviva a ratificare un accordo sindacale. Non era neanche un vero referendum.

Un vero referendum si vince con il 51%. O sì, o no. Fine della discussione.

Il referendum di Pomigliano doveva dimostrare che in Italia non esiste più la classe operaia. Esistono gli operai, sì, ma non esiste la classe operaia.

Gli operai del Nord sono degli zombie in camicia verde che amano il padrone e odiano gli zingari.

Gli operai del Sud sono dei cafoni con il cappello in mano, disposti a qualunque umiliazione per un posto di lavoro.

La sinistra in Italia è formata da pochi irriducibili intellettuali, che non hanno più nessun contatto con la realtà.

Questo si voleva dimostrare. E per dimostrare questo, occorreva una maggioranza bulgara. Non bastava il 51%. Non è bastato neanche il 62%. Bisognava dimostrare che il no non esiste

Ecco perché un referendum vinto con una maggioranza di quasi due terzi per loro è una sconfitta. Perché è stato un vero referendum. Perché la gente ha potuto scegliere, e ha scelto.

Se qualcuno avesse chiesto il mio parere prima, avrei detto che era meglio non andare a votare. Non si volta per l’abolizione dei diritti costituzionali.

Mi sarei sbagliato.

È bene che siano andati a votare. È bene che siano stati sconfitti, ma sconfitti in un vero referendum, in una vera consultazione democratica.

Quindi, onore agli operai di Pomigliano. Anche a quelli che hanno votato Sì. Hanno dimostrato che in Italia esiste ancora una classe operaia pensante, esiste ancora una sinistra, esiste ancora una possibilità di democrazia.

Non so se è possibile dirlo, ma anche se non è possibile, lo dico lo stesso.

Io sono contro il federalismo.

Non lo dico per astratti motivi ideologici.

Lo dico per tanti motivi storici e politici concreti, ma soprattutto per aver visto con i miei occhi la paurosa proliferazione, in nome della “sussidiarietà”, di piccole e piccolissime lobby, di piccoli e piccolissimi centri di spesa, di piccoli e piccolissimi centri di potere, che proprio perché numerosissimi, e piccolissimi, e placidamente immersi in quella palude grigia che si estende sempre di più tra pubblico e privato, sono al di fuori di ogni controllo, di ogni trasparenza, di ogni responsabilità.

Lo dico perché il federalismo, come si sta attuando tra noi, non si risolve in una semplificazione della macchina amministrativa, ma al contrario, nella moltiplicazione dei centri decisionali, e quindi di norme potenzialmente contraddittorie; e contemporaneamente resta in vita tutta la precedente macchina, a partire dalle province, enti di cui confesso di non essere mai riuscito a capire l’utilità.

Lo dico perché vivo la realtà della scuola, e lì è particolarmente evidente la totale confusione e sovrapposizione di competenze, tra progetti comunitari, regionali e provinciali; calendari regionali e provinciali e comunali e di istituto. Vedo la patologica proliferazione di “agenzie” di ogni genere; vedo che mentre si mette in discusione il valore legale dei titoli di studio, ad essi si vorrebbero sovrapporre “certificazioni” di ogni genere, rilasciate dagli enti più improbabili. Vedo il crescere incontrollato della neolingua della “sussidiarietà”, con alcuni vocaboli che dovrebbero far venire il brivido nella schiena di tutti benpensanti, come “surroga”, cioè l’idea che uno possa fare qualcosa che non è il proprio mestiere, al posto di qualcun altro (ma non è detto neanche che sia il mestiere di quell’altro). O “accreditamento”, per cui la scuola di Stato deve andare bene non allo Stato ma alla Regione, per fare cose che non si capisce bene a che titolo sono compito dello Stato – o forse della Regione.

Questa è una mia piccola presa di posizione personale, ma mi farebbe piacere sapere se qualcuno è d’accordo con me.

Una delle cose più stupefacenti del nostro paese, è che perfino quando si parla di Riforme istituzionali, si ha l’impressione di vivere in un mondo virtuale.

Si parla della Grande Riforma, come se fosse qualcosa di collocato in un imprecisato futuro.

Invece la Grande Riforma c’è già stata, in un passato neanche tanto lontano. Approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005, è stata sottoposta al voto dei cittadini il 25 e 26 giugno 2006, ottenendo un bel 61,3% di NO.

Un 61,3% di cittadini, che non sono andati a votare per questo o quel partito, per questo o quel lìder, ma per la nostra Costituzione repubblicana.

È stupefacente che questo fatto, che sicuramente nei decenni futuri (quando si uscirà dalla Realtà Virtuale, e si tornerà alla Realtà Reale) sarà ricordato come uno dei pasaggi decisivi di questa fase della storia d’Italia, sia stato completamente dimenticato.

È una colpa imperdonabile degli attuali dirigenti delle forze di (centro)-sinistra, che non abbiano il coraggio, la lungimiranza, la lucidità di dire con forza che è a quel 61,3% di cittadini italiani che bisogna dare una prospettiva per il futuro.

Un futuro, in primo luogo, democratico e repubblicano.

1. Grillo

Inutile stare a piangere su Grillo.

In ogni elezione, da trent’anni a questa parte, c’è stata una certa dose di… possiamo chiamarlo “qualunquismo di sinistra”? Insomma, quella roba che “tanto sono tutti uguali”, “fanno tutti schifo allo stesso modo”.

C’è stata quasi sempre una qualche lista che è “contro tutti”, “contro i professionisti della politica” ecc. Una volta è stata una qualche lista di sinistra estrema, un’altra volta i radicali, oggi è stato Grillo, la prossima volta vedrete che sarà qualcun altro. È un dato costante, non possiamo cambiarlo ed è inutile rovinarsi il fegato.


2. Chi ha vinto?

Ormai l’elettorato ragiona in termini bipolari. Non c’è più spazio per il proporzionalismo. Prima si decide se votare di qua o di là, poi, all’interno di uno dei due schieramenti, si decide quale lista votare. Non si può ragionare per somme algebriche delle singole liste. Andare a fare chissà quale ragionamento sugli spostamenti all’interno delle coalizioni è ozioso.

Per questo Berlusconi ha ragione di essere contento. Lo schieramento di destra ha vinto, e lui è lo schieramento di destra. Berlusconi non è il PDL. Berlusconi è Berlusconi, cioè una bizzarra chimera che tiene insieme scissionisti e ultranazionalisti, liberisti e statalisti, ultracattolici ed ex radicali, ultramoderati ed eversori. La nomenclatura delle liste non ha per lui la minima importanza – per ora. Ce l’avrà per i suoi successori, quando gli alleati oggi tenuti insieme a forza si prenderanno a sprangate.

Casini invece si trova col culo per terra. Il suo progetto è fallito: non perché ha avuto l’un per cento in più o in meno, ma perché l’idea di rappresentare un Centro che fa da ago della bilancia non ha funzionato. Mi dispiace per lui, ma si deve mettere in testa che oggi, in Italia, il Centro non esiste.


3. Il territorio

Il dato più importante delle ultime elezioni è il dato territoriale (lascio perdere qui Campania e Calabria, dove temo che il voto sia fortemente influenzato da altri fattori). Non nord e sud, non questa o quella regione. Berlusconi ha adottato la strategia di Mao Tse Tung: le campagne che accerchiano le città.

In Piemonte la Bresso ha stravinto in provincia di Torino, ha straperso in tutte le altre.

Nel Lazio ha vinto la Polverini, ma nella circoscrizione di Roma la Bonino ha fatto il 51%, a Roma città (la città del Papa!) ha fatto il 54%.

(Prima di sputare addosso alla radicale abortista e bestemmiatrice, ricordiamoci sempre che alle ultime comunali quel picio di Rutelli era riuscito a far vincere Alemanno in una città che alle politiche e alle provinciali aveva votato per il centrosinistra.)

Il Lombardia Formigoni ha stravinto, ma a Milano è solo un pelino sopra il 50%.

Il Veneto va trinfalmente alla Lega, ma Venezia (che non è solo la città delle gondole, ma comprende il grande complesso industriale di Mestre) ha di nuovo un sindaco di centrosinistra.

Anche in Puglia Vendola ha vinto a Bari e Taranto col 51%, a scalare nelle città minori.

Perfino nella provincia dell’Aquila, dove ha vinto la destra, nelle quattro circoscrizioni dell’Aquila città la Pezzopane (PD) è andata tra il 53 e il 57%

Insomma, Berlusconi è riuscito a vincere usando l’arma della divisione. E la divisione territoriale non è che l’aspetto elettorale della divisione sociale. È riuscito a convincere le diverse categorie sociali che potranno scaricare il peso della crisi su qualcun altro. Ha detto ai lavoratori autonomi che la crisi la pagheranno i lavoratori dipendenti (i “fannulloni”). Ha detto ai lavoratori dipendenti che la crisi la pagheranno gli immigrati. Ha detto ai marsicani che il terremoto lo pagheranno gli aquilani. Agli immigrati non ha detto niente perché non votano. Ma il giorno che dovessero votare, vedrete che riuscirà a vendere qualcosa anche a loro.

La strategia ha funzionato nei centri minori, dove di immigrati ce ne sono pochi, ed gli operai sono divisi in tante minuscole aziende, senza nessun tipo di coesione sociale. Non ha funzionato nei grandi centri, dove l’immigrazione è più forte, ma meglio metabolizzata, e dove il peso della crisi sui ceti più deboli è più visibile – non più forte: più visibile.

Ma alla fine, tirando le somme, la strategia ha funzionato.

Le norme sull’informazione sono state fissate in età moderna quando i grandi settori della comunicazione erano due:

  1. La stampa: libri, giornali e periodici. In questo caso abbiamo la comunicazione unidirezionale da uno (o pochi) a molti. La comunicazione avviene attraverso supporti singoli, concreti, numerabili, non riproducibili senza un’attrezzatura complessa.

    È su questa base tecnica che sono state costruite le moderne leggi sui diritti d’autore e sulla libertà di stampa.

    Le stesse leggi sono poi state estese a tutti i supporti fisici, come i dischi ecc., e alle forme di trasmissione broadcasting, come la radio e la televisione, che hanno in comune con la stampa la comunicazione unidirezionale da uno a molti, anche se la trasmissione non avviene su supporti fisici numerabili.

  2. L’altro settore è la posta: un grande servizio pubblico che permette la comunicazione bidirezionale e riservata uno a uno.

    Prima dell’800 esisteva già la lettera, ma farla pervenire a destinazione era sempre una cosa difficoltosa. Con i servizi postali nazionali, e con l’invenzione del francobollo, la posta diventa un servizio alla portata di tutti.

    Sulla base del servizio postale sono state emanate le norme sulla riservatezza della corrispondenza, norme poi estese al telefono e ad altri sistemi analoghi.


L’estensione di queste norme all’informatica e al Web all’inizio hanno puntato su delle forme di semplice analogia.

Internet è stata vista per un certo tempo come una televisione con milioni di canali.

La diffusione del software è stata considerata un’estensione della diffusione della stampa – per questo continua l’affezione ad un supporto ormai obsoleto come il disco ottico.

Le mail anche nel nome richiamano la buona vecchia posta.

I siti di attualità sono stati considerati alla stregua di testate giornalistiche, con tanto di obbligo di registrazione – anche se nessuno è mai riuscito a definire in modo soddisfacente che cosa è una “testata giornalistica” in rete.

Usenet, forum, P2P… be’, qui è un po’ più difficile. Una piazza? un mercato? una bacheca? un suk?

Poiché appunto sono estensioni analogiche di vecchie categorie, la realtà ormai scappa da tutte le parti.


Prendiamo in mano un buon vecchio libro, e pensiamo di che cosa si tratta, da un punto di vista concreto, materiale, prescindendo dalla normativa che ne regola la produzione e la circolazione.

Il libro è prodotto in grandi stabilimenti industriali, con una tiratura predeterminata, e costi proporzionali alla tiratura. Non può essere riprodotto agevolmente con strumenti semplici. Se voglio comunicare ad un amico le informazioni che ho trovato in un libro, la cosa migliore è regalarglielo, o imprestarglielo (operazione che spesso coincide con la prima). Ma dal momento in gliel’ho dato, io rimango senza.

Accendiamo ora il computer, e pensiamo a quando per la prima volta ci è stato spiegato che cos’è un sistema operativo. Dentro la memoria del computer le informazioni sono organizzate sotto forma di file. Le operazioni fondamentali sono: copiare un file, spostare, cancellare

Da un punto di vista tecnico (di nuovo, prescindendo dalla normativa) il computer è essenzialmente questo: una macchina che maneggia informazioni con modalità che ne permettono l’immediata, illimitata e gratuita replicazione e diffusione.

Possiamo girarla come vogliamo, ma a questo ambiente, non a quello del libro, dobbiamo dare una regolamentazione.

Prendiamo ora una lettera (quand’è l’ultima volta che avete scritto una lettera?) Un foglio scritto pazientemente con inchiostro nero – o romanticamente azzurro, verde, marroncino seppia ecc. Una busta, chiusa (lap!), un francobollo (lap!). Si mette nella cassetta, e si aspetta con trepidazione la risposta: due giorni, tre giorni… una settimana… perché non arriva?

Si fa più in fretta con una mail, no? Più o meno è la stessa cosa, a parte che non si usa l’inchiostro verde ecc. e non si compra il francobollo. Se dopo mezz’ora non arriva niente, cominciamo ad innervosirci.

Le due forme di comunicazione hanno un aspetto importante in comune: la riservatezza. Se qualcuno, non autorizzato, apre le nostre lettere, sbircia nella nostra casella di posta, ci secchiamo, e non poco.

Però… la stessa mail può essere mandata a due, tre, trenta… destinatari. Senza fatica, senza spesa. In un click. Ci sono tanti programmini gratuiti per creare una vera newsletter. Siamo passati quasi senza accorgercene ad una comunicazione di tipo broadcasting. È un po’ più complicato, ma sempre alla portata di chiunque, creare una mailing-list. Ciò che ognuno dei corrispondenti scrive, viene letto automaticamente da tutti gli iscritti. È una cosa che con la posta normale non si potrebbe fare – neanche usando un pacco così di francobolli. Siamo passati all’agorà. Tutti parlano con tutti, tutti leggono ad alta voce sulla pubblica piazza le lettere che hanno ricevute e spedite. Questo non ha più niente a che vedere con la vecchia lettera, il francobollo, l’indirizzo svolazzante…

Internet è stata inventata per questo, non per altro. Tutti sono in contatto con tutti. È così che funziona.


Riassumendo:

  1. Stampa: comunicazione unidirezionale, pubblica, da uno (pochi) a molti.
  2. Posta: comunicazione bidirezionale, riservata, da uno a uno.
  3. Internet: comunicazione, tendenzialmente pubblica, da tutti a tutti.

La comunicazione informatica può essere inclusa nei due sistemi precedenti, a patto però di limitarne enormemente le potenzialità.

Le regole fissate nell’800 per le forme 1 e 2 non si adattano alla comunicazione di tipo 3. Sarebbe come costruire il Codice della Strada partendo da norme emanate al tempo in cui si trasportavano le merci su carovane di muli attraverso i valichi transalpini.

Le potenzialità tecniche prima o poi abbattono le normative irrazionali. Con l’invenzione dell’automobile, abbiamo un sistema di trasporto molto più veloce di un mulo. Certo, è necessario imporre, per esempio, un limite di velocità. Ma deve essere un limite coerente con le caratteristiche tecniche del mezzo che vogliamo regolamentare.

C’è una strada in mezzo alla campagna, un bel rettilineo di quattro corsie, pulito, con le righe bianche verniciate di fresco, senza ostacoli. Il limite è di 90kmh. Vabbe’, non pretendiamo che andiate proprio ai 90, magari si spinge un po’, ai 100, ai 110… Chi non l’ha fatto. Ma se tirate fino ai 220, 240, 260, siete proprio dei pazzi. 90 è un limite ragionevole.

Ecco, in quel rettilineo dove tutti vanno a 90 all’ora, o poco più, improvvisamente compare un cartello: LIMITE 20KMH. È una follia. Nove su dieci proseguono senza badarci. “C’era il limite? Ah sì? tu l’hai visto? E di quanto?” Uno su dieci si butta sul freno, inchioda, e si fa tamponare violentemente da quelli che vengono dietro. Un disastro.

È inutile dire: se tutti avessero rispettato il limite non sarebbe successo niente. Invece è successo. Le automobili esistono, e finché non avremo un sistema di trasporto migliore, ci teniamo quelle. Sono state fatte per viaggiare più velocemente di un mulo – anche di un mulo da corsa che va a 20kmh. Non le possiamo disinventare. Non possiamo trasformare il traffico in un’assurdità tecnica solo perché il sindaco di un piccolo comune ha le paranoie.

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