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Pomigliano

sabato, 26 giugno 2010

Il referendum a Pomigliano non serviva a ratificare un accordo sindacale. Non era neanche un vero referendum.

Un vero referendum si vince con il 51%. O sì, o no. Fine della discussione.

Il referendum di Pomigliano doveva dimostrare che in Italia non esiste più la classe operaia. Esistono gli operai, sì, ma non esiste la classe operaia.

Gli operai del Nord sono degli zombie in camicia verde che amano il padrone e odiano gli zingari.

Gli operai del Sud sono dei cafoni con il cappello in mano, disposti a qualunque umiliazione per un posto di lavoro.

La sinistra in Italia è formata da pochi irriducibili intellettuali, che non hanno più nessun contatto con la realtà.

Questo si voleva dimostrare. E per dimostrare questo, occorreva una maggioranza bulgara. Non bastava il 51%. Non è bastato neanche il 62%. Bisognava dimostrare che il no non esiste

Ecco perché un referendum vinto con una maggioranza di quasi due terzi per loro è una sconfitta. Perché è stato un vero referendum. Perché la gente ha potuto scegliere, e ha scelto.

Se qualcuno avesse chiesto il mio parere prima, avrei detto che era meglio non andare a votare. Non si volta per l’abolizione dei diritti costituzionali.

Mi sarei sbagliato.

È bene che siano andati a votare. È bene che siano stati sconfitti, ma sconfitti in un vero referendum, in una vera consultazione democratica.

Quindi, onore agli operai di Pomigliano. Anche a quelli che hanno votato Sì. Hanno dimostrato che in Italia esiste ancora una classe operaia pensante, esiste ancora una sinistra, esiste ancora una possibilità di democrazia.

È possibile dirlo? (Piccolo coming out sul federalismo)

mercoledì, 21 aprile 2010

Non so se è possibile dirlo, ma anche se non è possibile, lo dico lo stesso.

Io sono contro il federalismo.

Non lo dico per astratti motivi ideologici.

Lo dico per tanti motivi storici e politici concreti, ma soprattutto per aver visto con i miei occhi la paurosa proliferazione, in nome della “sussidiarietà”, di piccole e piccolissime lobby, di piccoli e piccolissimi centri di spesa, di piccoli e piccolissimi centri di potere, che proprio perché numerosissimi, e piccolissimi, e placidamente immersi in quella palude grigia che si estende sempre di più tra pubblico e privato, sono al di fuori di ogni controllo, di ogni trasparenza, di ogni responsabilità.

Lo dico perché il federalismo, come si sta attuando tra noi, non si risolve in una semplificazione della macchina amministrativa, ma al contrario, nella moltiplicazione dei centri decisionali, e quindi di norme potenzialmente contraddittorie; e contemporaneamente resta in vita tutta la precedente macchina, a partire dalle province, enti di cui confesso di non essere mai riuscito a capire l’utilità.

Lo dico perché vivo la realtà della scuola, e lì è particolarmente evidente la totale confusione e sovrapposizione di competenze, tra progetti comunitari, regionali e provinciali; calendari regionali e provinciali e comunali e di istituto. Vedo la patologica proliferazione di “agenzie” di ogni genere; vedo che mentre si mette in discusione il valore legale dei titoli di studio, ad essi si vorrebbero sovrapporre “certificazioni” di ogni genere, rilasciate dagli enti più improbabili. Vedo il crescere incontrollato della neolingua della “sussidiarietà”, con alcuni vocaboli che dovrebbero far venire il brivido nella schiena di tutti benpensanti, come “surroga”, cioè l’idea che uno possa fare qualcosa che non è il proprio mestiere, al posto di qualcun altro (ma non è detto neanche che sia il mestiere di quell’altro). O “accreditamento”, per cui la scuola di Stato deve andare bene non allo Stato ma alla Regione, per fare cose che non si capisce bene a che titolo sono compito dello Stato – o forse della Regione.

Questa è una mia piccola presa di posizione personale, ma mi farebbe piacere sapere se qualcuno è d’accordo con me.

Ripartire dal quel 61,3%

venerdì, 9 aprile 2010

Una delle cose più stupefacenti del nostro paese, è che perfino quando si parla di Riforme istituzionali, si ha l’impressione di vivere in un mondo virtuale.

Si parla della Grande Riforma, come se fosse qualcosa di collocato in un imprecisato futuro.

Invece la Grande Riforma c’è già stata, in un passato neanche tanto lontano. Approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005, è stata sottoposta al voto dei cittadini il 25 e 26 giugno 2006, ottenendo un bel 61,3% di NO.

Un 61,3% di cittadini, che non sono andati a votare per questo o quel partito, per questo o quel lìder, ma per la nostra Costituzione repubblicana.

È stupefacente che questo fatto, che sicuramente nei decenni futuri (quando si uscirà dalla Realtà Virtuale, e si tornerà alla Realtà Reale) sarà ricordato come uno dei pasaggi decisivi di questa fase della storia d’Italia, sia stato completamente dimenticato.

È una colpa imperdonabile degli attuali dirigenti delle forze di (centro-)sinistra, che non abbiano il coraggio, la lungimiranza, la lucidità di dire con forza che è a quel 61,3% di cittadini italiani che bisogna dare una prospettiva per il futuro.

Un futuro, in primo luogo, democratico e repubblicano.

Considerazioni finali sulle elezioni del 27 e 28 marzo

sabato, 3 aprile 2010

1. Grillo

Inutile stare a piangere su Grillo.

In ogni elezione, da trent’anni a questa parte, c’è stata una certa dose di… possiamo chiamarlo “qualunquismo di sinistra”? Insomma, quella roba che “tanto sono tutti uguali”, “fanno tutti schifo allo stesso modo”.

C’è stata quasi sempre una qualche lista che è “contro tutti”, “contro i professionisti della politica” ecc. Una volta è stata una qualche lista di sinistra estrema, un’altra volta i radicali, oggi è stato Grillo, la prossima volta vedrete che sarà qualcun altro. È un dato costante, non possiamo cambiarlo ed è inutile rovinarsi il fegato.


2. Chi ha vinto?

Ormai l’elettorato ragiona in termini bipolari. Non c’è più spazio per il proporzionalismo. Prima si decide se votare di qua o di là, poi, all’interno di uno dei due schieramenti, si decide quale lista votare. Non si può ragionare per somme algebriche delle singole liste. Andare a fare chissà quale ragionamento sugli spostamenti all’interno delle coalizioni è ozioso.

Per questo Berlusconi ha ragione di essere contento. Lo schieramento di destra ha vinto, e lui è lo schieramento di destra. Berlusconi non è il PDL. Berlusconi è Berlusconi, cioè una bizzarra chimera che tiene insieme scissionisti e ultranazionalisti, liberisti e statalisti, ultracattolici ed ex radicali, ultramoderati ed eversori. La nomenclatura delle liste non ha per lui la minima importanza – per ora. Ce l’avrà per i suoi successori, quando gli alleati oggi tenuti insieme a forza si prenderanno a sprangate.

Casini invece si trova col culo per terra. Il suo progetto è fallito: non perché ha avuto l’un per cento in più o in meno, ma perché l’idea di rappresentare un Centro che fa da ago della bilancia non ha funzionato. Mi dispiace per lui, ma si deve mettere in testa che oggi, in Italia, il Centro non esiste.


3. Il territorio

Il dato più importante delle ultime elezioni è il dato territoriale (lascio perdere qui Campania e Calabria, dove temo che il voto sia fortemente influenzato da altri fattori). Non nord e sud, non questa o quella regione. Berlusconi ha adottato la strategia di Mao Tse Tung: le campagne che accerchiano le città.

In Piemonte la Bresso ha stravinto in provincia di Torino, ha straperso in tutte le altre.

Nel Lazio ha vinto la Polverini, ma nella circoscrizione di Roma la Bonino ha fatto il 51%, a Roma città (la città del Papa!) ha fatto il 54%.

(Prima di sputare addosso alla radicale abortista e bestemmiatrice, ricordiamoci sempre che alle ultime comunali quel picio di Rutelli era riuscito a far vincere Alemanno in una città che alle politiche e alle provinciali aveva votato per il centrosinistra.)

Il Lombardia Formigoni ha stravinto, ma a Milano è solo un pelino sopra il 50%.

Il Veneto va trinfalmente alla Lega, ma Venezia (che non è solo la città delle gondole, ma comprende il grande complesso industriale di Mestre) ha di nuovo un sindaco di centrosinistra.

Anche in Puglia Vendola ha vinto a Bari e Taranto col 51%, a scalare nelle città minori.

Perfino nella provincia dell’Aquila, dove ha vinto la destra, nelle quattro circoscrizioni dell’Aquila città la Pezzopane (PD) è andata tra il 53 e il 57%

Insomma, Berlusconi è riuscito a vincere usando l’arma della divisione. E la divisione territoriale non è che l’aspetto elettorale della divisione sociale. È riuscito a convincere le diverse categorie sociali che potranno scaricare il peso della crisi su qualcun altro. Ha detto ai lavoratori autonomi che la crisi la pagheranno i lavoratori dipendenti (i “fannulloni”). Ha detto ai lavoratori dipendenti che la crisi la pagheranno gli immigrati. Ha detto ai marsicani che il terremoto lo pagheranno gli aquilani. Agli immigrati non ha detto niente perché non votano. Ma il giorno che dovessero votare, vedrete che riuscirà a vendere qualcosa anche a loro.

La strategia ha funzionato nei centri minori, dove di immigrati ce ne sono pochi, ed gli operai sono divisi in tante minuscole aziende, senza nessun tipo di coesione sociale. Non ha funzionato nei grandi centri, dove l’immigrazione è più forte, ma meglio metabolizzata, e dove il peso della crisi sui ceti più deboli è più visibile – non più forte: più visibile.

Ma alla fine, tirando le somme, la strategia ha funzionato.

Il libro, la lettera, Internet

sabato, 27 febbraio 2010

Le norme sull’informazione sono state fissate in età moderna quando i grandi settori della comunicazione erano due:

  1. La stampa: libri, giornali e periodici. In questo caso abbiamo la comunicazione unidirezionale da uno (o pochi) a molti. La comunicazione avviene attraverso supporti singoli, concreti, numerabili, non riproducibili senza un’attrezzatura complessa.

    È su questa base tecnica che sono state costruite le moderne leggi sui diritti d’autore e sulla libertà di stampa.

    Le stesse leggi sono poi state estese a tutti i supporti fisici, come i dischi ecc., e alle forme di trasmissione broadcasting, come la radio e la televisione, che hanno in comune con la stampa la comunicazione unidirezionale da uno a molti, anche se la trasmissione non avviene su supporti fisici numerabili.

  2. L’altro settore è la posta: un grande servizio pubblico che permette la comunicazione bidirezionale e riservata uno a uno.

    Prima dell’800 esisteva già la lettera, ma farla pervenire a destinazione era sempre una cosa difficoltosa. Con i servizi postali nazionali, e con l’invenzione del francobollo, la posta diventa un servizio alla portata di tutti.

    Sulla base del servizio postale sono state emanate le norme sulla riservatezza della corrispondenza, norme poi estese al telefono e ad altri sistemi analoghi.


L’estensione di queste norme all’informatica e al Web all’inizio hanno puntato su delle forme di semplice analogia.

Internet è stata vista per un certo tempo come una televisione con milioni di canali.

La diffusione del software è stata considerata un’estensione della diffusione della stampa – per questo continua l’affezione ad un supporto ormai obsoleto come il disco ottico.

Le mail anche nel nome richiamano la buona vecchia posta.

I siti di attualità sono stati considerati alla stregua di testate giornalistiche, con tanto di obbligo di registrazione – anche se nessuno è mai riuscito a definire in modo soddisfacente che cosa è una “testata giornalistica” in rete.

Usenet, forum, P2P… be’, qui è un po’ più difficile. Una piazza? un mercato? una bacheca? un suk?

Poiché appunto sono estensioni analogiche di vecchie categorie, la realtà ormai scappa da tutte le parti.


Prendiamo in mano un buon vecchio libro, e pensiamo di che cosa si tratta, da un punto di vista concreto, materiale, prescindendo dalla normativa che ne regola la produzione e la circolazione.

Il libro è prodotto in grandi stabilimenti industriali, con una tiratura predeterminata, e costi proporzionali alla tiratura. Non può essere riprodotto agevolmente con strumenti semplici. Se voglio comunicare ad un amico le informazioni che ho trovato in un libro, la cosa migliore è regalarglielo, o imprestarglielo (operazione che spesso coincide con la prima). Ma dal momento in gliel’ho dato, io rimango senza.

Accendiamo ora il computer, e pensiamo a quando per la prima volta ci è stato spiegato che cos’è un sistema operativo. Dentro la memoria del computer le informazioni sono organizzate sotto forma di file. Le operazioni fondamentali sono: copiare un file, spostare, cancellare

Da un punto di vista tecnico (di nuovo, prescindendo dalla normativa) il computer è essenzialmente questo: una macchina che maneggia informazioni con modalità che ne permettono l’immediata, illimitata e gratuita replicazione e diffusione.

Possiamo girarla come vogliamo, ma a questo ambiente, non a quello del libro, dobbiamo dare una regolamentazione.

Prendiamo ora una lettera (quand’è l’ultima volta che avete scritto una lettera?) Un foglio scritto pazientemente con inchiostro nero – o romanticamente azzurro, verde, marroncino seppia ecc. Una busta, chiusa (lap!), un francobollo (lap!). Si mette nella cassetta, e si aspetta con trepidazione la risposta: due giorni, tre giorni… una settimana… perché non arriva?

Si fa più in fretta con una mail, no? Più o meno è la stessa cosa, a parte che non si usa l’inchiostro verde ecc. e non si compra il francobollo. Se dopo mezz’ora non arriva niente, cominciamo ad innervosirci.

Le due forme di comunicazione hanno un aspetto importante in comune: la riservatezza. Se qualcuno, non autorizzato, apre le nostre lettere, sbircia nella nostra casella di posta, ci secchiamo, e non poco.

Però… la stessa mail può essere mandata a due, tre, trenta… destinatari. Senza fatica, senza spesa. In un click. Ci sono tanti programmini gratuiti per creare una vera newsletter. Siamo passati quasi senza accorgercene ad una comunicazione di tipo broadcasting. È un po’ più complicato, ma sempre alla portata di chiunque, creare una mailing-list. Ciò che ognuno dei corrispondenti scrive, viene letto automaticamente da tutti gli iscritti. È una cosa che con la posta normale non si potrebbe fare – neanche usando un pacco così di francobolli. Siamo passati all’agorà. Tutti parlano con tutti, tutti leggono ad alta voce sulla pubblica piazza le lettere che hanno ricevute e spedite. Questo non ha più niente a che vedere con la vecchia lettera, il francobollo, l’indirizzo svolazzante…

Internet è stata inventata per questo, non per altro. Tutti sono in contatto con tutti. È così che funziona.


Riassumendo:

  1. Stampa: comunicazione unidirezionale, pubblica, da uno (pochi) a molti.
  2. Posta: comunicazione bidirezionale, riservata, da uno a uno.
  3. Internet: comunicazione, tendenzialmente pubblica, da tutti a tutti.

La comunicazione informatica può essere inclusa nei due sistemi precedenti, a patto però di limitarne enormemente le potenzialità.

Le regole fissate nell’800 per le forme 1 e 2 non si adattano alla comunicazione di tipo 3. Sarebbe come costruire il Codice della Strada partendo da norme emanate al tempo in cui si trasportavano le merci su carovane di muli attraverso i valichi transalpini.

Le potenzialità tecniche prima o poi abbattono le normative irrazionali. Con l’invenzione dell’automobile, abbiamo un sistema di trasporto molto più veloce di un mulo. Certo, è necessario imporre, per esempio, un limite di velocità. Ma deve essere un limite coerente con le caratteristiche tecniche del mezzo che vogliamo regolamentare.

C’è una strada in mezzo alla campagna, un bel rettilineo di quattro corsie, pulito, con le righe bianche verniciate di fresco, senza ostacoli. Il limite è di 90kmh. Vabbe’, non pretendiamo che andiate proprio ai 90, magari si spinge un po’, ai 100, ai 110… Chi non l’ha fatto. Ma se tirate fino ai 220, 240, 260, siete proprio dei pazzi. 90 è un limite ragionevole.

Ecco, in quel rettilineo dove tutti vanno a 90 all’ora, o poco più, improvvisamente compare un cartello: LIMITE 20KMH. È una follia. Nove su dieci proseguono senza badarci. “C’era il limite? Ah sì? tu l’hai visto? E di quanto?” Uno su dieci si butta sul freno, inchioda, e si fa tamponare violentemente da quelli che vengono dietro. Un disastro.

È inutile dire: se tutti avessero rispettato il limite non sarebbe successo niente. Invece è successo. Le automobili esistono, e finché non avremo un sistema di trasporto migliore, ci teniamo quelle. Sono state fatte per viaggiare più velocemente di un mulo – anche di un mulo da corsa che va a 20kmh. Non le possiamo disinventare. Non possiamo trasformare il traffico in un’assurdità tecnica solo perché il sindaco di un piccolo comune ha le paranoie.

Il Web e il diritto

venerdì, 26 febbraio 2010

Vi sono stati due eventi – uno già di qualche settimana fa, l’altro di questi giorni – che, pur essendo apparentemente limitati a situazioni specifiche, pongono dei grandi interrogativi, a cui sarebbe un gravissimo errore non saper dare una risposta.

Dico subito che questi due eventi hanno in comune un aspetto: che alcune funzioni tradizionalmente proprie dello Stato vengono trasferite a privati, e che in questo trasferimento di competenze seguono regole che sono esattamente l’opposto di quelle che dovrebbero regolare i rapporti fra i cittadini e l’amministrazione pubblica.

È nota la vicenda della tassazione dei supporti di memoria. Prima si è trattato di supporti tradizionali: CD ecc. Poi, qualche settimana fa, la tassazione è stata estesa ad ogni tipo di supporto: comprese le memorie dei telefonini e le unità di back-up. I proventi di questa tassazione dovrebbero compensare i titolari di diritti d’autore, organizzati nella SIAE, dei danni subiti ad opera della pirateria informatica, che si basa appunto sulla possibilità di memorizzare e distribuire opere su supporti elettronici.

Si tratterà di pochi euri, per carità. E i pirati informatici sono così antipatici. Ma se guardiamo alla logica che sta alla base di questo ragionamento, vediamo che si sono affermati due principi completamente nuovi:

  1. Lo Stato agisce come percettore di una tassa a favore non di un servizio pubblico, ma direttamente di un privato. È paradossale, ma altamente significativo, che questa iniziativa sia stata presa da forze politiche che hanno costruito gran parte del loro successo elettorale non solo promettendo una riduzione del carico fiscale, ma presentandosi come eversori di una “dittatura statalista” che avrebbe proprio nel sistema fiscale un pilastro del proprio dominio. Padoa Schioppa fu messo in crode per aver definito “bellissime” la tasse che servono a pagare i servizi pubblici. Ora è “bellissima” una tassa a favore di privati.
  2. La norma parte da un pregiudizio di colpevolezza. Chi compra un supporto di memoria “molto probabilmente” lo userà per conservarci sopra materiale illegale; e in base a questo semplice sospetto, deve essere sottoposto ad una misura punitiva. Di nuovo, è paradossale, e significativo, che una misura di questo genere sia stata presa da forze politiche che hanno fatto del “garantismo” una bandiera. Ma il garantismo vale, evidentemente, solo quando si tratta di reati contro la pubblica amministrazione e il pubblico interesse; quando si tratta di danni nei confronti dei privati, vale la giacobina “loi des suspects”.

L’altra vicenda è quella relativa alla condanna dei dirigenti di Google.

Vorrei premettere alcune parole rispetto alle modalità con cui viene comunicata la vicenda. Si insiste sul fratto che tutto nasce da un video di violenze a carico di un disabile. Ed anche sul fatto che Google da queste attività ricavi un mucchio di quattrini. Sono due modalità tipiche del populismo. Si prende un fatto singolo, un caso estremo, che colpisce fortemente l’emotività, e lo si usa per costruire un criterio generale. Un caso di stupro diventa il criterio e il movente per la politica nei confronti dei Rom ecc. L’altra modalità è individuare nel nemico l’odioso “ricco”. La Repubblica attacca Berlusconi! Ma la Repubblica appartiene al ricchissimo De Benedetti ecc. Ecco la prova che Berlusconi è nel mirino di “poteri forti” ecc.

Google ha permesso la circolazione di un video di violenze a carico di un disabile! Anzi, ci ha guadagnato sopra! È da condannare, no?

La prima cosa che viene in mente è l’art. 21 della Costituzione

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili…

Con questa sentenza viene affermato il principio che in un sistema di comunicazione di tipo “forum”, come Google Video o YouTube, il gestore deve effettuare una censura preventiva dei contenuti. Una censura preventiva che è espressamente vietata dalla Costituzione; ed effettuata da un soggetto privato, non da un magistrato.

(Che la cosa sia molto dubbia è dichiarato già dalla sentenza stessa: i dirigenti di Google sono stati assolti dall’accusa di diffamazione nei confronti della vittima della violenza, ma sono stati condannati in base a quella specie di oggetto misterioso che è la “tutela della privacy”.)

Estendiamo il principio. Il gestore di un servizio è responsabile di ciò che fanno i suoi clienti. Dei delinquenti hanno progettato una rapina riunendosi in un bar. Da condannare i delinquenti, ma anche il proprietario del bar, non vi sembra? Ebbene d’ora in poi i baristi devono guardare bene in faccia i loro clienti, prima di prendere le comande; e se sarà necessario, dovranno accompagnare alla porta quelli che hanno la faccia da delinquente.

È curioso che questo servizio di vigilanza da parte di fornitori privati di un servizio sia preteso in un paese in cui si discute della limitazione delle intercettazioni telefoniche da parte della magistratura.

Alla base di entrambe le decisioni c’è sicuramente un problema culturale. La società fa ancora fatica a comprendere le nuove tecnologie – a comprendere non da un punto di vista strettamente tecnico, intendo. Non è imparando a schiacciare i bottoncini che si impara che cos’è il Web (anche nella scuola, una delle iniziative più deleterie di questi ultimi anni è stata la promozione della cd. ECDL). Manca una riflessione culturale sulle trasformazioni economiche e sociali indotte dalla Rete. Quindi ci si arrabatta, applicando in modo maldestro ai nuovi fenomeni una normativa nata in un contesto completamente diverso – come se si cercasse di regolare la Borsa con le norme dell’Editto di Rotari.

C’è però anche un enorme problema politico. L’esaltazione del Mercato ha portato a concepire l’utopia in cui l’interesse privato prende il posto delle leggi dello Stato. Il Diritto stesso viene privatizzato; la tutela della legalità viene spostata dalle istituzioni agli operatori privati. È l’astrazione di una Società Civile che non ha più bisogno dello Stato; una esercitazione teorica che viene trasformata in un progetto politico concreto.

Ebbene, su queste cose è necessaria una riflessione approfondita.

Brunetta

lunedì, 8 febbraio 2010

‘‘Volevo vincere il premio Nobel per l’economia. Non dico di esserci arrivato vicino, ma … Poi mi sono innamorato della politica e ho dovuto rinunciare al Nobel’’.


Sì, lo so, è vecchia, ma non dobbiamo rischiare di dimenticarcela.

Non dobbiamo dimenticare niente.

Fondamenti di una nuova dottrina politica

venerdì, 5 febbraio 2010

Mentre vedo snocciolarsi i nuovi quadri orari della Riforma Epocale, mi rivedo, un pezzetto dopo l’altro, scaricato dal Torrente, Der Unterfall (La Caduta – Gli ultimi giorni di Hitler).

Per carità. C’è un abisso. Ma fa ugualmente pensare.

Il popolo, all’epoca, più civilizzato e istruito del pianeta, si mette nelle mani di un perfetto psicopatico. Lo segue con metodica precisione verso l’autodistruzione. Alla fine, anche se i più – perfino la maggior parte dei fedelissimi – si rendono conto che in quella testa le rotelle girano all’incontrario, il giuramento di fedeltà vale più dell’elementare istinto di conservazione.

Gli Italiani, popolo di Furbi, hanno invece deciso di farsi comandare da un Imbecille.

Non lasciatevi ingannare dal luccichìo dei lustrini. Non basta il successo economico – non basta il potere – per fare di un cretino un intelligente. Mi dispiace deludervi (berlusconiani e antiberlusconiani), ma Silvio è in primis una grandissima testa di cazzo. Tutto il resto viene di conseguenza.

Poiché le teste di cazzo che hanno il potere sono naturalmente spaventate dai confronti, ogni dittatorello cercherà di circondarsi di persone intellettualmente inferiori. Se il Berlusca è una testa di cazzo, figuratevi i suoi ministri.

Figuratevi la Gelmini.

Mi rendo conto che quanto sto per dire è un’eresia dal punto di vista di ogni dottrina storico-politica. Mi dispiace per Machiavelli. Mi dispiace per Marx. Mi dispiace per Gramsci. Ma alle loro teorie manca un tassello fondamentale. La possibilità che il Principe sia un imbecille – e proprio per questo, invincibile.

Un uomo, un sistema del potere, che non è schiacciato dal pesante fardello della Razionalità. Libero dai condizionamenti dell’Intelligenza.

Potete ben dirmi che nella riforma Gelmini si vedono i tagli di Tremonti. Che si vede il diabolico piano del Potere di avere un popolo di ignoranti, per mettere al riparo il Sistema da ogni critica. Un governante perverso e cinico, ma intelligente, non riuscirebbe a combinare un pasticcio simile. Avrebbe un minimo di senso estetico – di schifoso, egoistico senso estetico.

Dominare, distruggere, condizionare, corrompere sì, ma in bel modo. Con stile.

Questi Decreti di Attuazione della Riforma Epocale – approvati da gente che non li ha letti – che non li ha letti perché al momento dell’approvazione non erano ancora stati scritti – questo pedante e piccino togliere un’ora di qua e metterla di là – hanno la stessa faccia ottusa di una povera, eterna Apprendista di Studio Legale, che non ha saputo fare altro che mettere all’insegna della Nuova Scuola quello che è il senso della sua personale esistenza:

Ultimo nella Scuola, primo nella Vita.

L’Europa deve ritrovare le proprie radici culturali

domenica, 31 gennaio 2010

Le radici culturali dell’Europa sono:

  • piena occupazione
  • welfare state
  • scuola per tutti
  • indifferenza religiosa.

Per secoli l’Europa è stata massacrata da spaventosi conflitti alimentati dalla fede religiosa e dall’estremismo identitario.

Le più grandi potenze europee si sono scontrate come titani per difendere una Messa.

Secoli di guerre tra papisti e antipapisti hanno provocato più morti di Auschwitz.

La cattolica Polonia e la Russia ortodossa hanno rappresentato, l’una per l’altra, l’incarnazione del Male assoluto, ed in entrambi i paesi una lunga tradizione epica celebra gli eroi ed i fasti di quest’odio disumano.

Sempre in Russia, farsi il segno della Croce con due oppure con tre dita è stato il detonatore di una tragica lacerazione.

Ancora pochi anni fa, nell’ex Jugoslavia, tra cattolici, ortodossi e islamici è stata una mattanza che ha fatto inorridire il mondo intero.

Eppure, già ai tempi di Re Luigi un uomo illuminato aveva pronunciato le parole della pace:

Certo, questi sono temi molto importanti, ma noi dobbiamo coltivare il nostro giardino.

Quest’Annuncio è stato per troppo tempo un germe dormiente, fin quando il benessere economico ha risvegliato la piantina – e c’è ancora molto lavoro da fare.

Anche i reietti d’Europa, gli Ebrei, hanno conosciuto questa liberazione.

Duemilacinquecento anni di persecuzioni non sono riusciti a far vacillare la loro fede. Chiusi nei ghetti, ridotti ad uno sparuto drappello di miserabili cenciaioli, hanno sopportati di buon grado torture spaventose pur di non rinunciare ad uno solo dei 613 precetti di Maimonide.

È bastato aprire le porte dei ghetti, permettere l’accesso agli impieghi pubblici, alle professioni, all’Università, perché gli Ebrei dimenticassero in una sola generazione di essere stati Ebrei. C’è voluto l’Olocausto, che ha riassunto in una mezza dozzina di anni venticinque secoli di pogrom, perché se ne ricordassero.

Finalmente tutta l’Europa s’è unificata in un unico Credo:

Ah che bello! Si va a sciare! Fai le valigie, mentre io preparo la macchina!
Ma caro, ti sei già dimenticato che c’è la Cresima / la Confermazione / il Bar Mitzvòth di tuo nipote?
Uffa che palle!


In molte regioni d’Italia, ancora due o tre generazioni fa, gli uomini giravano con la coppola in testa e la lupara in spalla, tenevano le mogli segregate in casa a figliare come coniglie, esibivano di fronte ai turisti i selvaggi rituali di una religiosità arcaica. La salvifica ala del Consumismo ha cancellato tutto ciò.

Oggi nelle nostre strade si aggira il Musulmano. Lo guardiamo con diffidenza, e ci guarda con diffidenza. Ha lo sguardo rancoroso, copre la moglie con pesanti scafandri, coltiva ostinati rituali. Chissà cosa pensa – chissà cosa sta per fare. E soprattutto, fa un mucchio di figli.

Dategli un lavoro fisso e ben pagato, una bella casa, l’automobile, la televisione, le ferie. In un battibaleno si trasformerà in un pacifico Consumista, la moglie vedrà nelle gravidanze solo un danno per la linea e la carriera, e tutt’e due celebreranno il Ramadan con grandi mangiate, avendo ancora in bocca il sapore dell’aperitivo con stuzzichini consumato al bar un’ora prima.


Purtroppo, non c’è mai una conquista per sempre. La Crisi, sapientemente alimentata da chi pensava che stessimo troppo bene, fa vacillare le nostre sicurezze.

Torna a soffiare il vento del fanatismo. Intere regioni d’Italia sono oggi in mano a Ciellini integralisti, a Padagnoli aggressivi. Vogliono convincerci ad agitare il Crocifisso, così come secoli fa il lebbroso agitava la sua campanella, gridando: “Attenzione! State alla larga! Non mi toccate!”

Sono un ottimista, e confido che le persone di buon senso sapranno respingere questa rozza offensiva.

Ma la minaccia più insidiosa viene dall’altra parte. Uomini dalla carità pelosa suggeriscono come rimedio il Dialogo Interreligioso. Guai a farci convincere. Significherebbe mettere ancora una volta il nostro futuro nelle mani di chierici più o meno barbuti d’ogni fede e d’ogni tonaca.

Teniamo alto il nostro vessillo:

Coltivate il vostro giardino!

E vivete in pace!

Al Qaida lotta “in nome degli oppressi”?

lunedì, 25 gennaio 2010

Questo è il seguito di una discussione su it.politica.sinistra

Tutti dicono di lottare in nome degli oppressi, o del popolo…

eh, ma gli oppressi ci devono essere. E nei paesi in cui AQ fa proseliti, ce ne sono eccome…

dài, ci siamo passati anche noi, e da cent’anni abbondanti. Possibile che non abbiamo imparato la lezione.

Quando Giolitti decise la conquista della Libia, il povero Giovannino Pascoli (poeta che per altro amo moltissimo) se ne uscì con la più clamorosa cazzata del secolo: “la grande proletaria si è mossa”. E l’imperialismo fascista ha sbandierato per vent’anni la lotta contro la grassa Inghilterra che sfrutta i poveri popoli africani.

Trovami una differenza tra Mussolici che dichiara guerra alla plutocrazia degli Stati Uniti d’America, e Bin Laden che attacca le Torri “in nome degli oppressi”.

Be’, una differenza c’è: Mussolini sull’America non è riuscito (fortunatamente) a spedire neanche un petardo. Bin Laden ha ammazzato tremila persone – “in nome degli oppressi”, s’intende. Ed ha provocato una reazione spaventosamente distruttiva nel paese in cui aveva stabilito la propria base, così come gli stupidi razzetti di Hamas hanno ammaccato qualche muro di cinta in Israele, ma hanno quasi raso al suolo Gaza. Non ci vuole molto a capire che proprio questo era l’obiettivo di Hamas: provocare una reazione che giustificasse la prosecuzione di una lotta suicida “in nome degli oppressi”.


Certo che in molti paesi islamici il fascismo ha una grande presa. È tipico delle società in preda ad una crisi di cui non si vede l’uscita affidarsi ad uno squilibrato che agita la bandiera “o noi o loro”.

Non c’è bisogno di essere islamici per questo, è capitato a quasi tutte le nazioni europee ottant’anni fa. Ancora oggi, nel nostro piccolo, nella nostra piccola crisi, è quello che fa la Lega.

Rimane il fatto che i più grandi danni il fascismo islamico continua a farli proprio nei paesi in cui maggiormente si estende la sua attività. Sono pazzi, ma non stupidi. Sanno benissimo che non distruggeranno mai l’America. Né è questo il loro obiettivo. Il loro obiettivo è conquistare il potere nei paesi più poveri, trascinando un miliardo di sfigati in una permanente guerra civile, sempre dietro la bandiera “o noi o loro”. Gli Stati Uniti sono sopravvissuti alle torri Gemelle; non so se i paesi musulmani riusciranno a sopravvivere all’antichissima feroce faida sunniti-sciiti, e a tutte le altre nobili cause “in nome degli oppressi”.