admin

Non conosco i capi del movimento NO TAV, conosco solo alcune dichiarazioni che ho letto sui giornali e di cui non posso verificare l’autenticità.

“Sarà una manifestazione a volto scoperto — aveva preannunciato uno dei leader del Movimento No Tav, Alberto Perino —, senza maschere antigas, senza caschi, una manifestazione tranquilla e pacifica”. “Dobbiamo dimostrare che siamo noi che scegliamo il tipo di manifestazione e di confronto che vogliamo fare, non possono essere gli altri a dettare i tempi al movimento — ha aggiunto Perino — non ci avvicineremo alle reti, perché non ci interessano, ci siamo già avvicinati giovedì scorso, oggi no, un’altra occasione ci sarà”.
(Adncronos 30/7/2011)

«Siamo noi a scrivere il copione delle nostre manifestazioni — spiega alla fine della giornata Alberto Perino, uno dei leader dei NO TAV — e non la Digos, il Pd, Maroni e Ferrentino». Quattro ore prima, Francesco Richetto, del comitato lotta popolare di Bussoleno, all’avvio della marcia da Giaglione, urlava nel microfono: «Siamo noi che decidiamo quando vogliamo tirare giù le reti o fare una marcia pacifica».
(La Stampa 31/7/2011)

Se queste dichiarazioni sono vere, il significato è questo: legnate o non legnate, petardi o fiori, lo decidiamo noi volta per volta. Ci prendiamo la libertà di fare di giorno una marcia pacifica, e di notte un assalto con raggi laser e proiettili di metallo. Una volta un bel corteo con famigliole e bambini lontani dal cantiere, poche ore dopo un’azione di sfondamento delle recinzioni. Lo “scegliamo” noi, a seconda dell’“occasione”.

Quelli che parlano così (non so se effettivamente le persone citate negli articoli parlino così, né quanta parte rappresentino del movimento NO TAV) sono degli irresponsabili malati di delirio di onnipotenza. Si sono autonominati burattinai che tirano i fili delle manifestazioni, e si vantano di avere il dito sull’interruttore delle violenze.

Quelli che decido di seguire questi tizi devono avere ben chiaro qual è il ruolo a cui sono destinati: carne da cannone, da buttare allo sbaraglio con elmetto e maschera antigas, oppure intrattenere con canzoncine e slogan, a seconda dell’“occasione” decisa dal Capo.

Ma naturalmente queste sono tutte invenzioni dei giornali, le parole dei capi del movimento NO TAV sono state mal interpretate.

Dispiace che si sia dovuto arrivare a questo punto, ma il progetto è una priorità nazionale, e direi anche piemontese – lo dimostra il fatto che tutte le istituzioni piemontesi sono da sempre d’accordo – e in un modo o nell’altro si deve applicare la scelta della maggioranza anche se una piccola minoranza non è d’accordo.

Quando parlo di priorità piemontese, intendo anche dire che è in atto da anni un progetto di concentrare tutte le attività economiche strategiche in non più di due regioni, facendo di tutto il resto del Nord una periferia di Milano, e di tutto il resto d’Italia una terra di nessuno da colonizzare brutalmente. Se si è tardato tanto a risolvere una situazione (e non è ancora detto che sia risolta), molte cose mi dicono che ciò è dipeso anche da un sostanziale disinteresse dei gruppi di potere più marcatamente lumbard verso un’opera troppo lontana dal loro ristretto angolo visuale.

Che cosa dicevano quei palloncini arancione, in piazza, ieri?

Da più di vent’anni ci hanno raccontato un sacco di balle, ma la balla più grande, la madre di tutte le balle, è questa.

Ci hanno raccontato che il mercato è l’unica forma possibile di libertà.

E ci hanno raccontato che questo si chiama Liberalismo.

(Quest’ultima cosa io l’ho sempre presa come un affronto personale, perché io sono figlio di un uomo che ha votato liberale per tutta la vita. Io non sono mai stato liberale, ma quando parlate di liberalismo, attenzione a come parlate, perché m’incazzo).

Poi si è andati immediatamente alle conseguenze. La prima è, che se l’unica cosa che conta è il mercato, allora tutto ciò che ha valore deve essere messo in vendita. Anzi, ha valore proprio perché può essere venduto. Se qualcosa non ha un prezzo di mercato, allora non ha valore.

Tutto è in vendita: diritti, salute, scuola, ambiente, territorio, perfino l’acqua. Non cito le minorenni, perché quella è un’invenzione molto più vecchia. Pure il voto è in vendita, ma anche questa è una vecchia, vecchissima invenzione.

Invece non ha valore la dignità, non ha valore la cultura, non ha valore solidarietà. Chi venderebbe dignità, cultura, solidarietà? E chi comprerebbe queste cose? Nessuno. Ecco dimostrato.

La seconda conseguenza è che il denaro è l’essenza del mondo. I soldi. Cash, come dicono i più tonti dei miei allievi. Il denaro è l’unico valore. Il denaro è ciò che dà valore alle cose.

Per questo non esiste il “denaro sporco”. Il denaro non solo è per definizione pulito, ma pulisce. Il denaro santifica.

Gli italiani ci hanno messo vent’anni (ed è un mistero perché ci abbiano messo tanto) per capire, in primo luogo, che non funziona.

Se si mettono i soldi in cima a tutto, non funziona niente. La cosa buffa, è che non funziona neanche l’economia. Quest’Italia che per vent’anni ha pensato che il denaro fosse l’unica cosa importante, sta attraversando la più grave delle crisi economiche. Più parliamo di soldi, più diventiamo poveri.

Il fatto è, che quando parliamo di economia, non parliamo di soldi. Ecco il segreto. Quando parliamo di economia, parliamo di lavoro. Questo è quello che io ho imparato da vecchio filosofo ottocentesco, il quale però a sua volta l’aveva imparato dai grandi liberali, dagli inventori del liberalismo. È il lavoro, la Ricchezza delle Nazioni. Non i soldi.

E poi c’è tutto il resto. Tutto quello che ci portiamo dietro anche se siamo senza soldi. Tutto quello che, se non ce l’abbiamo, non lo potremo mai comprare, neanche con tutti i soldi del mondo. La dignità. La cultura. La partecipazione. La condivisione.

Ecco, questo dicevano i palloncini arancione, in piazza, ieri.

Non è solo il fatto che il grande Vincitore ha ormai dipinta in faccia la maschera del Perdente, e non se la toglierà mai più.

Ma a guardare quei giovani in piazza, mi viene in mente che per quasi vent’anni nei filmetti di serie B (che sono il vero specchio di un paese) vi era la macchietta fissa dello “sfigato di sinistra”. Una macchietta così convincente che persino quelli di sinistra l’avevevano introiettata, inventando il “tafazzismo”.

Pensando a tutti quelli che in queste settimane hanno invaso il Web di filmetti satirici, che si scambiavano messaggi derisori, che tempestavano di prese per il culo i blog di destra, a quelli che ieri erano in piazza coi palloncini; e, dall’altro lato, a tutti quelli che se ne stavano in casa a rodersi, increduli e storditi, a quei balenghi col fazzoletto verde che sono andati da Lerner ad arrampicarsi sui vetri per dire che no, non è successo niente – insomma, chi è adesso che piscia contro vento? Chi sono i tafazzisti?

Naturalmente il berlusconismo non è ancora sconfitto, tenterà il grande botto delle Ardenne, ma è chiaro che non è più trendy, è superato, è solo questione di tempo.

E allora giù legnate sul cane che annega.

Vabbè. Diciamo che ce l’avete presente.

Allora facciamo un bel riassuntino, ma non si può sempre raccontare la rava e la fava, ci sono degli evidenti prerequisiti, si dà per scontato che il lettore abbia ben presente il concetto di famiglia linguistica, che abbia un’idea abbastanza chiara dell’indueuropeo e delle sue successive suddivisioni e ramificazioni, che più o meno abbia già sentito parlare delle lingue afro-asiatiche, altaiche, na-dene ecc.

Poi si passa alla genetica, DNA e compagnia bella, caratteri ereditari permanenti come i gruppi sanguigni, e caratteri di origine più recente, dovuti alle circostanze ambientali, come il colore della pelle ecc. In tutto questo discorso, avete capito benissimo, è implicita una critica dell’idea di razze umane, ma non c’è tempo per parlarne; abbiamo fiducia che il lettore ci arrivi da sé.

Passiamo poi alla correlazione fra la diffusione delle lingue, e la diffusione dei caratteri genetici. C’è un certo parallelismo, è chiaro, ma non sono esattamente la stessa cosa, siete d’accordo? I meccanismi non sono gli stessi, come non sono le stesse le velocità di evoluzione ecc. Insomma, qui si capisce dove si vuole arrivare, al concetto di etnia, ma non c’è tempo per fare tutta la chiacchierata, anche qui il lettore deve arrivarci da solo.

A questo punto è chiaro e lampante il motivo per cui molti, incrociando i dati della linguistica con quelli della genetica, tendono a riunire parecchie famiglie (l’indoeuropea, l’altaica, l’afro-asiatica, la dravidica, e ne ho sicuramente dimenticata quacuna) nel grosso tronco del “nostratico”. Ma perché fermarci qui? Insomma, è probabile che tutte le lingue del mondo, non solo le nostratiche, alla fin fine derivino da un’unica lingua madre (lo stesso discorso vale per le etnie, ça va sans dire).

Seguono ipotesi su dove e quando sarà nata questa benedetta “lingua madre”; ma avrete già capito che ci stiamo orientando verso l’Africa Centrale, circa 130.000 anni fa. Un po’ più complicato è stabilire la possibile origine dell’indoeuropeo: Vicino Oriente 10.000 anni fa? Oppure Asia centrale circa 7000 anni fa? Si impone una pausa di riflessione, per ben ponderare queste due ipotesi, ognuna accompagnata con diverse spiegazioni sulle modalità di diffusione, ad est (fino al tocarico, mica avrete dimenticato il tocarico!?) e ad ovest. Diffusione dell’agricoltura in seguito alla rivoluzione neolitica, oppure migrazioni di popoli grazie alla formidabile invenzione del carro su ruote? Al lettore l’ardua sentenza.

Non so se ho ricordato tutto. Comunque fermiamoci qua. Ora mettiamo tutta questa roba in una paginetta in formato A4 (non una riga di più, dobbiamo salvare le foreste sì o no?) e presentiamola come esempio di “divulgazione scientifica”.

Ah, dimenticavo: io mi sono sforzato di esporre tutta questa pappardella con un minimo di ordine, non so se ci sono riuscito, ma almeno mi ci sono sforzato, perché, grazie a Dio, io so scrivere; l’autore del prefato saggio invece ha lasciato tutto ben mescolato in un unico minestrone.

Occhèi? Occhèi.

Bene, adesso somministriamo questo bel saggio di “divulgazione scientifica” ai nostri ragazzi di Seconda Superiore, e con opportune e mirate domande vediamo che cosa hanno capito.


A questo punto, che posizione prendiamo nei confronti degli esperti dell’INVALSI? Pensate che un bel vestito di catrame e piume sia la soluzione idonea?

Hai voglia essere abituato a tutto, averci fatto il callo, ma l’espressione di solidarietà rivolta dalla signora Marcegaglia all’amministratore delegato della Thyssen, condannato per la morte dei sette operai di Torino, è di quelle cose che riescono ancora a farti saltare sulla sedia.

No, proprio non me l’aspettavo. Si può essere disincantati, “uomini di mondo”, fin che si vuole, ma c’è sempre qualcuno (in questo caso qualcuna) che riesce a darti una botta a tradimento alla bocca dello stomaco che ti lascia senza fiato.

Be’, consoliamoci. Almeno queste parole (che spero non verranno domani liquidate come una gaffe, “è stata male interpretata” ecc.: sarebbe addirittura peggio) portano un po’ di chiarezza. Diciamo pure che chiudono un’epoca. Un’epoca che anch’io avevo accolto come un fatto largamente positivo, anche se era l’espressione di un mondo che non è il mio, anche se ormai sono anni che s’era trasformata in uno stanco luogo comune. L’epoca, dico, cominciata quasi vent’anni or sono, in cui la “società civile”, il mondo dell’imprenditoria, della produzione, il mondo dell’industria, aveva annunciato la sua Rivoluzione, la volontà di prendersi la sua parte di carico dei problemi dell’intera società.

Lasciamo perdere l’esito che ha avuto, nel mondo politico politicante, l’ingresso della cosiddetta “società civile”. Ma oggi anche l’imprenditoria militante, l’imprenditoria che non fa politica in senso stretto, ma la vorrebbe fare in un senso più ampio, come forza propulsiva di una società in trasformazione, ha detto, per bocca della sua rappresentante eletta, che gli industriali non hanno più voglia di farsi carico dei problemi della società. A partire della sicurezza del lavoro. Muoiono sette operai? Be’, l’importante è che gli investimenti non abbiano a soffrirne. Ed ora un bell’applauso al nostro A.D., trattato come se fosse un assassino.

Neanche avesse ammazzato sette persone.


Addio, signora Marcegaglia. Ci mancherà. Ma impareremo presto a fare a meno di lei.

Come premessa ad ogni discorso sul tradimento dell’Europa, sarebbe il caso di ricordare che questa è un’Europa di destra.

A suo tempo, l’espansione non solo delle forze di centrodestra “rispettabili”, e un po’ tiepidine nei confronti dell’integrazione europea, ma anche delle forze un po’ meno rispettabili, xenofobe e più o meno sfacciatamente anti-europeiste, era stata salutata con grande soddisfazione da parte di quelli che adesso strillano.

Certo, mettere il governo dell’Europa nelle mani degli anti-europei, è una genialata tale quale mettere il governo dell’Italia nelle mani degli anti-italiani: come si dice in piemontese, furb come Gariboja.

Una genialata che espone agli spettacoli comici che abbiamo visto ultimamente: gli anti-italiani che chiedono agli anti-europei la solidarietà dell’Europa verso l’Italia.

Ancora una volta, si dimostra che il primo requisito per essere di destra è la mancanza del più elementare buon senso.


Poiché la grana risulta più grave con la Francia, allora parliamo un po’ della destra in Francia.

Per mezzo secolo la destra in Francia è stata rappresentata dagli eredi di De Gaulle; un uomo fatto a modo suo, ma che aveva saputo dare alla destra francese un indirizzo diverso da quello vecchio, radicale, razzista, la pancia profonda della Francia rurale e piccolo-borghese, con le sue paranoie anti-semite, le ossessioni anti-moderne, il razzismo esasperato, il populismo aggressivo, la voglia di menar le mani.

Ciò è stato vero fino a Sarkozy, che, non confondiamoci, è anni luce da Berlusconi e Bossi; ma per motivi elettorali ha dovuto esibire qualche ammiccamento alle ideologie identitarie, alla gran pancia dei “padroni in casa propria”. Naturalmente gli imbecilli di casa nostra si compiacquero, a suo tempo, della vittoria di Sarkozy ottenuta su così bel fondamento; ed ancor più si compiacciono dei progressi della signora Marine Le Pen, che di questa destra radicale è l’espressione compiuta.

Poiché il secondo requisito per essere di destra è quello di non avere memoria, allora ricordo che la destra della Francia profonda è anti- un bel po’ di cose, ma ai primissimi posti è anti-italiana. (Beh, i francesi anti-italiani hanno almeno la scusante di essere francesi: a differenza degli italiani anti-italiani, che sono soltanto delle grandissime teste di cazzo).

Senza andare a risvegliare i ricordi dell’accoglienza riservata agli immigrati italiani in Francia nell’800 (immigrati per lo più delle regioni del nord), possiamo ricordare che da una cinquantina d’anni il maître chez soi, il padrone a casa propria francese, ha un grande sogno: far sparire il vino italiano dai negozi francesi.

È a questi francesi profondamente anti-italiani che gli italiani – anche gli italiani anti-italiani, ma da Ponte Chiasso in su e da Ventimiglia in là di queste distinzioni se ne fottono, ed hanno perfettamente ragione – è a questi Francesi che gli italiani hanno chiesto di prendersi un po’ di tunisini.

Intendiamoci: la Francia ha da secoli le mani in pasta in tutta l’Africa nord-occidentale; ha in casa milioni di immigrati, tra cui seicentomila tunisini, in gran parte di seconda o terza generazione. Ed a loro modo loro i Francesi, anche i francesi “padroni a casa propria”, hanno trovato il modo di gestire questa situazione. Un paio di treni in più o in meno è roba da non alzare neanche un sopracciglio.

Ma quello che l’elettore della pancia francese — quell’elettore che Sarkozy ha un bisogno disperato di portar via da Mme Le Pen — non poteva assolutamente tollerare è che fossero proprio gli italiani a scaricare la loro incapacità a prendersi cura un pugno di disperati trasferendoli in Francia. La destra francese ormai si è adeguata all’Europa, si è adeguata pure ad a un milione e mezzo di maghrebini; ma quei due treni che arrivavano dal valico di Ventimiglia no, quello era un affronto intollerabile, un motivo sufficiente per minacciare l’uscita dall’Europa.


— Pronto, Bruxelles? Sono il ministro Maroni. Abbiamo un proble…

— Fora di ball!

— Ma sono migliaia, sbarcano…

— Fora di ball! Fora di ball!

— Ma la solidarietà europea… Schengen…

— La vuoi capire sì o no, italiano di merda? Va’ fora di ball!

— Ma io non sono italiano, sono padano… pronto?….. Pronto?……… Pronto?…

È sera, sono sulla riva del mare, una mezz’oretta dopo la chiusura dello stabilimento.

Finalmente c’è un po’ di calma, comincio a non sopportare più la confusione e il rumore della gente in spiaggia. Certo, ci sono persone simpatiche, come quella ragazza carina della seconda fila… Ho fatto un po’ il galletto con lei, niente di serio, s’intende, ma così, tanto per passare il tempo… Invece altri sono proprio insopportabili, il ragioniere della terza fila, per esempio, che parla sempre di calcio, della macchina nuova, fa battute sulle belle donne che dice di frequentare…

Adesso per fortuna non c’è nessuno, si sente solo il rumore del mare. C’è un po’ di vento, e si alzano le onde.

Però… laggiù, in mare… a qualche decina di metri dalla riva c’è qualcuno… Che imprudenza! con questo tempo si mette a nuotare! Un momento… ma io la conosco… è la ragazza carina della seconda fila… Si agita, sembra che gridi qualcosa. Forse è in difficoltà. Effettivamente mi ha detto di non essere tanto brava nel nuoto, e a quest’ora c’è sempre una forte corrente che spinge al largo. Sì, chiaramente è in difficoltà, e chiama aiuto.

Mi butto in mare, sono – ero – un discreto nuotatore, s-ciaf-s-ciaf, con qualche bracciata le sono vicino. Mi fermo e la guardo. Effettivamente è nei guai, le manca il respiro, tossisce, come se avesse già bevuto un bel po’ d’acqua… Adesso la prendo e la tiro a riva.

Ma… chi c’è un po’ più in là? Il ragioniere antipatico della terza fila! anche lui sembra nei guai. Si sbraccia, grida aiuto. Accidenti! di sicuro non ce la faccio a salvare tutti e due! Sono fuori esercizio, ho già il fiatone, ed è tanto se riesco a portare a riva la ragazza.

Bravo, mi dico! Salvi la ragazza carina e lasci annegare il ragioniere antipatico? Non è che nel tuo gesto eroico c’è un bel po’ di interesse personale, il desiderio, neanche tanto nascosto, di trarre profitto dalla situazione? E il ragioniere antipatico, invece, lo lasci annegare senza tanti rimpianti? Altro che eroismo! Sei un bell’approfittatore!

Adesso che ci penso, mi viene anche un sospetto. Un paio d’ore prima, sulla spiaggia, scherzavo con la ragazza carina, lei diceva di avere paura del mare, io ho detto ma no, non c’è pericolo, non ci sono correnti… Volevo solo fare lo sbruffone, non pensavo che lei potesse credere alle mie parole, e mettersi in una situazione pericolosa. Forse la ragazza sta annegando proprio per colpa mia, e allora, con che faccia, con che autorità morale adesso posso presentarmi come il salvatore, l’eroe della situazione?

È meglio che torni indietro e riconsideri con calma la situazione.

Mi siedo sulla sabbia. Quando mi sono gettato in mare ho preso una decisione troppo precipitosa. Non ho tenuto conto del contesto, non ho considerato le cause remote dell’incidente, il vissuto delle persone coinvolte. Col mio intervento disordinato e dilettantesco avrei condannato a morte sicura il 50% di quelli che avevano chiesto il mio aiuto.

Per prima cosa, non sono certo io quello autorizzato all’intervento. Qui devono intervenire i bagnini. Bagninoooo… Non c’è nessuno, lo stabilimento è chiuso, il personale se ne è andato. Come se la gente annegasse solo in orario di lavoro! Domani scriverò una bella lettera di protesta. Le persone oneste devono farsi sentire, se no siamo tutti complici. Se non ci sono i bagnini, potrebbe intervenire la Guardia Costiera… in fondo, salvare le persone in pericolo è il loro mestiere. Devo telefonare alla Guardia Costiera. Non ho il numero, ma adesso vado a casa, lo troverò di sicuro in Internet. Io non sono certo uno di quelli che guardano la gente che annega senza muovere un dito!

Mi alzo in piedi. Guardo il mare. Nessuno. Chissà che fine hanno fatto la ragazza e il ragioniere? Potrebbero essere annegati, o forse no. Ci sarà sicuramente un’inchiesta, domani leggeremo sui giornali… – ma figuriamoci, come al solito, si insabbierà tutto! La gente non ha coscienza, le autorità sono disposte a qualunque menzogna pur di pararsi il culo! Lavarsene le mani, ecco tutto quello che sanno fare! E invece la salvezza della gente in mare dovrebbe essere responsabilità comune! È una tragedia che tocca la coscienza di ognuno di noi!

L’annegamento in mare. Sembra incredibile, la nostra civiltà di qua, il progresso di là, eppure c’è ancora gente che annega in mare. L’annegamento in mare dovrebbe essere dichiarato un tabù, come l’incesto!

Da questa vicenda ho tratto motivo per alcune serie riflessioni. Adesso vado a casa, metto giù due righe, e le condivido con i miei amici su FaceBook. Bisogna che tutte le persone responsabili si impegnino ad elaborare un piano per l’eliminazione DEFINITIVA di TUTTI gli annegamenti in mare! Non uno di meno!

Ho postato su alcuni gruppi di discussione, fra cui news:it.cultura.linguistica.italiano, la registrazione del Bis del Va’ Pensiero nel concerto di Roma del 12 Marzo 2011.

Ne è seguita una discussione, nella quale alcuni sono intervenuti piccati contro il “pistolotto” di Riccardo Muti, e soprattutto, contro l’idea che la musica sia qualcosa per cui lo Stato debba spendere dei soldi.

I toni sono poi, come spesso succede su Usenet, degenerati, ed io ho chiuso la mia partecipazione alla discussione con questo messaggio.


Arturo Toscanini

Dopo la II Guerra Mondiale l’Italia era un cumulo di macerie.

Gli Italiani di allora si diedero a ricostruirla, e a ricostruirla tutta; ospedali e teatri, scuole e fabbriche. Costruirono la democrazia, riguadagnarono al nostro Paese la dignità in faccia al mondo.

Nel 1946 il Teatro alla Scala, distrutto dai bombardamenti, era già di nuovo in piedi, e il concerto inaugurale fu diretto da Arturo Toscanini, proprio quel Toscanini che i fascisti avevano preso a schiaffi quindici anni prima – questo sembra un elemento di continuità tra i fascisti di oggi e quelli di ottant’anni fa: considerare i direttori d’orchestra solo come degli “avversari politici”.

Che cos’è successo, in questi ultimi anni, di peggio della II Guerra Mondiale, perché oggi non sia più possibile fare la stessa cosa? Perché non si possano gestire i teatri senza mandare in rovina gli ospedali? Perché siamo costretti a scegliere tra il risanamento del debito pubblico e la ricostruzione delle città terremotate, tra il lavoro e la tutela del territorio, tra la scuola e l’economia! Col risultato che alla fine va tutto a catafascio: i teatri come gli ospedali, il debito e l’Aquila, il lavoro il territorio la scuola l’economia!

Cos’è successo a questo povero Paese?

Sono abbastanza vecchio per ricordarmi l’Italia del 1961.

Sono passati cinquant’anni, e gli enormi palazzoni dell’Esposizione sulle rive del Po sono ancora lì, nessuno li ha buttati giù, e nessuno ha mai trovato veramente un modo per utilizzarli. Memorabili monumenti dell’ingegneria, quasi del tutto inutili.

Mio figlio ha fatto scuola di roccia nel Palazzo a Vela, prima che venisse riutilizzato per le Olimpiadi del 2006. Vi erano pareti artificiali vertiginose. Il palazzo di Nervi si trova su tutti i libri di storia dell’architettura; ma è vuoto, e coperto di ruggine.

Nel 1961 a Roma c’era Andreotti. A Torino c’era la Fiat.

A Torino c’erano anche dei quartieri poco raccomandabili, pieni di immigrati: Porta Palazzo, San Salvario. Le vie della periferia erano piene di prostitute.

La città aveva un 10% circa di abitanti più di oggi. Le strade erano più o meno le stesse. In centro vi erano due grandi corsi dai pomposi nomi celebrativi: Corso Stati Uniti, e Corso Unione Sovietica. Cosa notabile: ci sono ancora, e si chiamano allo stesso modo.

Non c’era la metropolitana, le linee tranviarie erano più o meno le stesse, c’era un po’ meno macchine, ma l’aria era molto più inquinata. Riscaldamento domestico a carbone o a nafta. Niente metano.

La scuola. Nel 1961 facevo la seconda media. Ero fortunato, molti dei miei coetanei frequentavano i “tre corsi” dell’Avviamento, e poi a lavorare a 14 anni.

Poi avrei fatto il mio Liceo, dall’inizio alla fine, in giacca e cravatta. Ma non lasciatevi raccontare delle frottole: a parte l’abbigliamento, era più o meno come adesso.

La gente in casa aveva il frigorifero, la radio, il telefono, qualcuno la televisione. In bianco e nero, con un solo canale. Ma era pur sempre la Rai Tivvù. C’erano Mike Buongiorno, Emilio Fede, Piero Angela.

Se si voleva uscire la sera, si poteva andare al cinema: la scelta era tra superproduzioni americane, oppure commediole italiane, per lo più volgarucce e fatte in economia.

Fuori città, lì sì, c’era una grande differenza. C’erano ancora gli ultimi contadini, quelli che vivevano con sei vacche nella stalla, e il fieno ammucchiato con i forconi nel fienile. Ma sarebbero durati poco.

Nel mondo, c’era un po’ di guerre qua e là. L’uomo non era ancora andato sulla Luna, ma c’erano già missili e aerei supersonici capaci di portare bombe atomiche dall’altra parte del globo.

E soprattutto, il mondo conosceva da anni l’invasione della plastica, onnipresente.

Insomma, immaginiamo una macchina del tempo, che in un attimo porti un uomo del 1961 nel 2011, e un altro dal 2011 al 1961. Le cose sarebbero un po’ diverse, ma quanto ci metterebbero ad adattarsi?

Se proprio uno ci pensa su, tra la nostra vita nel 1961 e quella di oggi, la differenza più grande è che oggi io posso salire in macchina nel primo pomeriggio, e se non mi addormento in autostrada, faccio cena a Lubiana, senza che nessuno mi abbia chiesto chi sei dove vai. Pago il conto con i soldi che ho in tasca, se non ho contanti, esibisco un pezzo di plastica. Cinquant’anni fa, perfino andare da Torino a Mentone comportava un passaggio di frontiera, documenti, cambio, niente da dichiarare?

Ah, dimenticavo: oggi ci portiamo il telefono in tasca.


Prendiamo la stessa macchina del tempo, e facciamo un salto dal 1961 al 1911.

Sono sempre gli stessi cinquant’anni, ma tanto per cominciare, dobbiamo scavalcare cinque guerre.

Per celebrare il 50° dell’Unità, s’è abbattuto un pezzo di Campidoglio per costruire un enorme monumento, già all’epoca definito unanimemente orrendo. Giovanni Pascoli, per l’occasione, ha scritto due sterminati poemi in lingua latina: l’Hymnus in Romam, e l’Hymnus in Taurinos =>.

Al Quirinale c’è un Re appassionato di numismatica, con il suo corteggio di principi di Piemonte, di Genova ecc. La bandiera d’Italia ha lo scudo sabaudo nel centro(*). Non votano ancora le donne, e neppure tutti i maschi.

Le donne portano gonne fino a terra; gli uomini rispettabili si massacrano con uno stretto ed alto colletto rigido, in celluloide, anche in piena estate. Non esiste lo shampoo, non ci si asciuga i capelli col fòn, anche le case borghesi raccolgono, accanto al cesso, un discreto blocchetto di pezzi di carta di giornale, per la necessaria pulizia. Ma nella maggior parte delle case, anche in città, è considerato normale andare a farla in un gabbiotto in cortile. Sempre in cortile, ci sono le fontane per il lavaggio di panni. I regolamenti condominiali vietano di fare il bucato in casa. Niente pannolini per i neonati. Però chi può permetterselo trova già il Borotalco in farmacia.

(Naturalmente, niente plastica. Guardatevi in giro per casa. Anche una casa del 1961. Togliete tutti gli oggetti in qualche materiale sintetico. Dite che cosa vi rimane.)

Mussolini è un giovane deputato socialista. D’Annunzio, inseguito dai creditori, è scappato in Francia. A Parigi si parla ancora di un duello di cui s’è reso protagonista, due anni prima, F.T. Marinetti.

Le città sono decisamente più piccole di adesso. A Torino la campagna comincia, ad ovest, dopo Corso Tassoni; a sud, percorrendo corso Peschiera si vedono ancora, da una parte e dall’altra, vaste aree non edificate.

Sorgono le prime fabbriche. C’è ovviamente la Fiat, in mezzo a dozzine di altre piccole aziende, ancora incerte tra le quattro ruote e il biciclo, oppure, come la gloriosa Chiribiri, tra le automobili e gli aereoplani. Ma sono sicuro che sulla totalità della popolazione italiana, la maggioranza non ha mai visto né un’automobile, né un aeroplano; e forse neanche una bicicletta. E questo, a prescindere dalle differenze tecniche fra i mezzi.

La Fiat fa anche macchine da corsa: il modello più potente ha 14.000 di cilindrata, e tocca i 165 kmh. Gli aerei del 1911, be’, lasciamo perdere. Cinematografo, fonografo, radio, telefono, ecc: diavolerie moderne, chissà se avranno un futuro.

Si va in America con il vapore; per i più, dati costo e lunghezza del viaggio, non ci sarà ritorno.

Le città stanno realizzando l’illuminazione pubblica: ma alcune non si sono ancora decise tra il gas e l’elettricità.

Gli analfabeti sono quasi la metà della popolazione: un po’ più le femmine che i maschi. Quasi il 50% della popolazione attiva lavora nei campi.


Insomma, avete capito dove voglio arrivare. Negli ultimi cent’anni, la storia ha viaggiato a due velocità diversissime. Per i primi cinquant’anni ha cavalcato come una Walkiria col culo pieno di peperoncino; poi, ha poltroneggiato per il secondo mezzo secolo.


(*)Ai tempi del Fascio, tutti avevano in casa una bandiera, da esporre nelle festività di precetto. L’abitudine rimase ancora per qualche anno dopo la guerra, ma ben pochi si erano sobbarcati la spesa di un drappo repubblicano. Alcuni miei zii tiravano fuori quello vecchio, ma lo lasciavano mezzo arrotolato, in modo che la croce di San Maurizio non fosse troppo visibile. Non era nostalgia monarchica, solo tirchieria.

[Torna al testo ^]

© 2012 Maurizio Pistone Suffusion theme by Sayontan Sinha