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Ancora sul posto fisso.

[Bibliografia: “Il posto”, di Ermanno Olmi, 1961]

In tutta la recente discussione, il “posto fisso”, di cui l’Italia del passato sembra che fosse la patria esclusiva, è associato invariabilmente all’impiego statale, o peggio, all’assitenzialismo. E si dà per scontato che qui (insieme all’art. 18) si trovi la causa del debito pubblico.

L’illicenziabilità come espressione del pestifero “buonismo” dell’Italia mammona

Anche questo luogo comune va, per usare un eufemismo, contro la realtà storica.

In Italia, fino agli anni ‘80, il posto fisso era prevalentemente legato alle grandi aziende, per lo più industriali.

Adesso più nessuno se lo ricorda, ma c’è stata un’epoca in cui in Italia avevamo aziende medio-grandi e grandi e grandissime che operavano nel campo della chimica, della meccanica (che non è non solo automobile: si pensi agli elettrodomestici, alle macchine per ufficio ecc.), dell’elettronica, dell’informatica, della cantieristica, delle costruzioni ferroviarie, delle costruzioni aeronautiche, della siderurgia…

Era anche l’epoca in cui l’economia italiana era caratterizzata da forti esportazioni (questo per prevenire l’obiezione di chi vorrebbe far credere che si trattava di un’economia chiusa, “sovietica”). Erano quindi aziende competitive.

Certo, in caso di difficoltà, c’era il trucco: la svalutazione della moneta, e subito le esportazioni riprendevano. Ma era un trucco che usavano un po’ tutti, Americani in testa. (In ogni caso adesso quel trucco non c’è più, e dobbiamo farcene una ragione.)

È nella natura delle strutture grandi e complesse, come le grandi aziende – pubbliche o private, non fa differenza – avere una massa di personale stabile, almeno un ampio zoccolo duro di dipendenti assunti a lungo termine, tendenzialmente a vita.

Adesso non sto troppo ad argomentare se no mi ammazzate, ma è irragionevole che un’azienda con 100.000 dipendenti, che opera in un campo un po’ più complesso della raccolta dei pomodori, metta per strada ogni sei mesi tutto il suo personale e il giorno dopo rifaccia il pieno – magari riassumendo quelle stesse persone che aveva fatto fuori il giorno prima.

Mi limito a dire che esigenza primaria di qualunque organizzazione complessa è quella di poter fare un minimo di affidamento sui propri dipendenti; cosa impossibile in quella specie di situazione di separati in casa in cui, tanto da una parte quanto dall’altra, si sa che il rapporto finirà a brevissimo termine, vada come vada, e ognuno si guarda in giro per cercare di capire cosa farà domani.

Ora , tutto questo avveniva quando l’Italia era una grande potenza industriale. Anche prima dell’articolo 18. Un posto in una qualunque di queste grandi aziende era ambito per tanti motivi, ma in primo luogo perché dava la sicurezza di una notevole stabilità. Era possibile rimanere in quell’azienda fino all’età della pensione; in certi casi era prevedibile anche un certo avanzamento di carriera (certo, una carriera con le modalità tipiche dei grandi organismi burocratici. Ma nessuno è perfetto.)

Tutto questo finisce intorno al 1980. Una dopo l’altra, queste grandi aziende entrano in crisi, vengono ridimensionate, molte chiudono del tutto. È a questo punto, mentre cadono le cittadelle del posto fisso, che il debito pubblico comincia ad espandersi fino a diventare incontrollabile. Non quindi a causa del posto fisso: ma contestualmente con la scomparsa di questo.

Da anni ci si vanta delle piccole e medie imprese. Io ho sempre trovato un po’ stucchevole questa visione un po’ populista della folla di padroncini che tengono in piedi l’Italia. Va bene che ci siano le piccole imprese, ma se abbiamo solo quelle, è perché abbiamo perduto le altre. So benissimo che non si possono creare posti di lavoro per decreto, non si possono creare posti fissi per decreto, non si possono creare grandi imprese per decreto. Ma vorrei che si cominciasse ad ammettere che la perdita del posto fisso non è la grande “riforma” che renderà l’Italia più moderna e competitiva; è un adeguamento al declino.

Cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, se vogliamo avere un briciolo di speranza di cambiarle.

Un ministro di un importante paese occidentale ha detto che nel suo paese i giovani vogliono il lavoro sotto casa, vicino alla mamma.

Non so quale sia quel paese, ma sicuramente non è l’Italia.

In Italia c’è stato, negli ultimi sessant’anni, un fenomeno migratorio massiccio, dalle zone dove il lavoro il lavoro non c’è a quelle dove c’è. È un fatto che ha profondamente trasformato la composizione demografica di tutte le regioni italiane. È l’evento sicuramente più rilevante per la storia del nostro Paese dopo la seconda guerra mondiale: in confronto, tutto il resto è spettacolo.

Penso che in tutte le Università Italiane il fenomeno sia studiato in modo approfondito.

Adesso la gente non si sposta più, semplicemente perché non sa dove andare, visto che di lavoro non ce n’è da nessuna parte. Ma appena si manifesta la minima possibilità, la gente si sottopone a trasferimenti estenuanti. Io avevo un collega che tutte le mattine partiva da Genova per venire ad insegnare in provincia di Asti. Coi mezzi pubblici. Prima prendeva il treno da Genova a Torino, poi prendeva una corriera, che nei giorni feriali fa il percorso quattro volte al giorno, fermandosi nei più piccoli paesini. È un giovane intelligente, serio e molto volenteroso, penso che farebbe la sua bella figura anche come Ministro. Un altro veniva da una cittadina della provincia di Alessandria. Prendeva la macchina, 93 km puliti puliti, di cui 80 in autostrada. Penso che spendesse gran parte dello stipendio in viaggio. Era già un uomo di mezza età, ma era ancora precario. Una volta gli ho chiesto che cosa faceva prima di insegnare, “il panettiere”, mi ha risposto.

Così siamo a posto anche con la mobilità intercompartimentale.


Mi ricordo ancora di quando una grande critica che veniva mossa al pensiero socialista e comunista era quella di non tenere conto della qualità del lavoro. Gli storici dell’economia dicevano che tutto il Capitale di Marx è basato sull’assunto che il lavoro in tempi uguali produce valori uguali. Caduto quell’assunto, della teoria di Marx rimarrebbero solo macerie fumanti.

Ma oggi anche sotto questo punto di vista siamo nel Mondo alla Rovescia.

La qualità del lavoro! Chi ne ha più sentito parlare? Tutti i lavori e tutti i lavoratori sono intercambiabili. Chiunque deve essere preparato a fare qualunque cosa, ed a cambiare di sei mesi in sei mesi. Certo, esiste un problema di “produttività” del lavoro, ma secondo la vulgata corrente questa dipende solo da quante volte l’operaio lascia la catena di montaggio per andare a fare pipì. Meno pipì, più produttività. Le scuole del futuro inseriranno nei loro programmi il controllo degli sfinteri, e finalmente avremo una scuola che dà una preparazione competitiva secondo i parametri OCSE.

Ironia a parte, l’idea della mobilità come condizione permanente del lavoratore sottintende una totale svalutazione della qualità del lavoro. Preparazione, formazione, esperienza, senso di identità del lavoratore, che considera le sue capacità acquisite come parte di sé, come ciò che definisce il suo ruolo nella società, sono cose irrilevanti. Il lavoro è una variabile puramente quantitativa, tante ore di lavoro tanto valore, come diceva il cinico figlio del rabbino rinnegato di Treviri.

La premessa indispensabile è che in Italia esiste ancora, grazie a Dio, una Repubblica parlamentare.

Poiché il Parlamento italiano ha una solida maggioranza di destra, la conseguenza inevitabile è che il governo italiano è un governo di destra.

Negli ultimi mesi si era creata una situazione spaventosamente anomala; il governo in carica, che già in passato, diciamo così, mostrava qualche limite culturale, assumeva sempre di più l’aspetto di un pittoresco freak show, e le poche volte che riusciva ad esprimere suoni articolati si metteva a parlare di intercettazioni telefoniche. E questo nel mezzo di una preoccupante tempesta finanziaria internazionale.

Il Presidente della Repubblica, che non ha il compito di indirizzare l’attività politica delle istituzioni, ma di vigilare sul loro corretto funzionamento, è intervenuto per porre fine a quell’angosciante paralisi. Con una serie di interventi, piuttosto arditi, ma sempre nel rispetto formale della Costituzione, ha ottenuto alla fine un risultato che corrisponde anche alle esigenze del rispetto sostanziale dei principi della democrazia parlamentare: un governo funzionante, ma un governo funzionante di destra: cioè quello che hanno chiesto gli elettori nelle ultime votazioni.

Poiché io non sono di destra, la cosa non mi soddisfa per niente, ma non potevo certo pretendere una soluzione diversa.

Ora, questo governo di destra, attua una politica di destra. In primo luogo, il pareggio di bilancio. Che è la fissa di ogni destra seria. Niente keynesismo, neppure quella orrenda caricatura del keynesismo impastrocchiato di spesa clientelare e di pacche sulle spalle agli evasori che Tremonti somministrava agli Italiani col suo supponente birignao. Niente spesa per lo sviluppo: la crescita economica si attua con le liberalizzazioni ecc. Niente equità: i real men sanno che l’unica vera equità è il mercato.

Certo, è una medicina indigesta, perfino per gran parte degli elettori di destra. Ma questi in ogni caso non devono dimenticarsi che se questa è la medicina, la malattia si chiama berlusconismo. Che se in questa politica non si riconoscono, be’, è una giusta nemesi: dopo vent’anni che l’elettore di sinistra non si riconosce nelle forze politiche di sinistra, niente di strano che l’elettore di destra non si riconosca nel primo governo veramente di destra degli ultimi vent’anni. Avete voluto la bicicletta? Adesso pedalate.

E l’elettore di sinistra? In attesa che nuove votazioni mandino al governo forze politiche di sinistra, con un chiaro mandato ad attuare una politica di sinistra, deve far tesoro delle poche magre soddisfazioni che gli sono concesse.

Soprattutto, poiché la verità è rivoluzionaria, dev’essere salutata con soddisfazione l’ascesa di amministratori che dicono le cose come stanno, almeno un po’ di più di Roberto da Crema e dei sui pallidi imitatori longobardi; che alle domande imbarazzanti, invece di sparare la prima cazzata che gli passa per la testa, rispondono “devo ancora esaminare questo dossier”.


Ma a parte la soddisfazione morale di non fare più la figura dei coglioni davanti al mondo intero, quali sono i vantaggi concreti di un governo di professori? dov’è la ciccia?

Ebbene, il punto centrale è che un qualunque governo dell’economia, sia esso di destra o di sinistra, presuppone che l’economia sia governabile. Che quindi siano per lo meno attenuati alcuni dei meccanismi perversi che rendono l’economia italiana una bestia malata e impazzita.

Fra i principali di questi meccanismi vi sono il debito pubblico e l’evasione fiscale.

Purtroppo, un po’ per furbizia, un po’ per disperazione, è stata forte la tentazione finora a sottovalutare questi due fenomeni. Soprattutto a trascurare il peso di questi due fenomeni sul funzionamento complessivo dell’economia

Parlo dei grandi flussi di ricchezza all’interno della società italiana.

Il debito pubblico, dicono alcuni, è una fissazione da ragionieri. È una specie di grande partita di giro, chi ha e chi dà, e poi è compensato dal risparmio privato.

Ciò che rende intollerabile il debito pubblico italiano sono gli interessi. Una quota che ha raggiunto, e ormai probabilmente supera, il 4,5% del PIL. Vuol dire che almeno il 10% di quello che gli Italiani pagano come tasse serve a pagare questi interessi. Sono risorse che escono dall’economia reale, per andare a finire verso l’economia finanziaria, e per oltre metà all’estero. Sono in grandissima parte risorse che non verranno mai più recuperate, né come consumi, né come investimenti. Una paurosa voragine depressiva, una macchina “antikeynesiana” che costantemente trascina la nostra economia verso il basso.

L’altro meccanismo impazzito è l’evasione fiscale. Anche qui, ci hanno raccontato per anni una balla consolatoria. Che la lotta all’evasione fiscale sarebbe una fissazione moralistica e un po’ persecutoria, perché tanto l’evasore i suoi soldi li spende, o in consumi o in investimenti, e quindi l’effetto sull’economia è nullo.

Ma la quota che di evasione che finisce in Lamborghini e in cene a Cortina è minima. Le risorse drenate attraverso l’evasione finiscono in gran parte nella finanza, e di nuovo, le risorse che finiscono in ricchezza finanziaria difficilmente tornano verso l’economia reale. L’evasore piccolo e medio poi è alla ricerca ossessiva di beni rifugio. In primo luogo il mercato immobiliare. L’edilizia è esplosa in questi ultimi dieci-quindici anni, facendo lievitare i prezzi e riempiendo città e campagne di case decorate con un bel cartello VENDESI. In Italia abbiamo il record di case non occupate – oltre ad affitti altissimi, s’intende. Il piccolo impresario costruisce anche capannoni industriali a cui appende un cartello VENDESI/AFFITTASI. Il furbo di provincia fa incetta di terreni agricoli in attesa che un sindaco amico modifichi il piano regolatore – sempre per “far girare l’economia”, s’intende. Poi vabbe’ ci sono i lingotti d’oro nelle cassette di sicurezza ecc.

Sia come sia, anche questo è un flusso costante di ricchezza che il sistema fiscale sottrae all’economia reale, e che in gran parte non verrà mai più recuperata. Altro potentissimo meccanismo con un soffocante effetto depressivo, “antikeynesiano”.

Non credo assolutamente che le liberalizzazioni ecc. da sole possano rilanciare l’economia. Ma anche interventi più tosti, parliamoci chiaro, soldi tirati fuori dallo Stato, in queste condizioni sono solo un rivolo misero e stentato, inevitabilmente travolto da quest’enorme flusso che si muove in senso contrario.

Io non riesco a prevedere la misura del successo degli interventi del governo, ma poiché sono sempre ottimista, confido sul fatto che sia avviata per lo meno un’inversione di tendenza, che cominci un nuovo periodo di riduzione delle spese per il debito e di contenimento dell’evasione – almeno altrettanto lungo del periodo di degrado che lo ha preceduto – e che questo darà ai successivi governi gli strumenti per poter governare effettivamente l’economia.

Se poi il prossimo governo attuerà una politica economica di destra o di sinistra, lo decideranno gli elettori. Ma la cosa importante è che il prossimo governo sia messo nelle condizioni di poter attuare una qualche politica economica.

L’attuale crisi finanziaria ha dato la stura alle più elaborate spiegazioni complottiste.

Io non ho mai creduto nei complotti, ho sempre pensato che le cose veramente importanti avvengano alla luce del sole.

Ed anche in questo caso, questa mi sembra la spiegazione più semplice.

La spiegazione è che Reagan, Bush, Thatcher, Berlusconi ecc. hanno vinto le elezioni.

E hanno vinto le elezioni perché il loro programma è stato approvato dagli elettori. Un programma che è stato sbandierato ai quattro venti, non era un protocollo segreto di quattro Savi che si riunivano in un’oscura catacomba. Era un programma diffuso attraverso i più efficaci mezzi di informazione, sostenuto da illustri firme di economisti e politologi, sbandierato come verità inconfutabile da commentatori ed esperti.

Il programma era che i soldi è meglio lasciarli ai ricchi, che sono gli unici che sanno cosa farsene.
Che le tasse sono una schiavitù, soprattutto quando a pagarle sono i miliardari.
Che i soldi, comunque siano guadagnati, sono il segno del successo e della capacità di chi se li è guadagnati.
Che gli impiegati statali sono dei parassiti.
Che gli operai metalmeccanici e i minatori godono di assurdi privilegi, in primo luogo il posto fisso e la pensione.
Che l’istruzione pubblica è uno spreco assurdo.
Che la sanità pubblica è uno spreco assurdo.
Che l’ecologia è uno sfizio per radical chic.
Che la cultura è un passatempo per finocchi.
Che la libera iniziativa potrebbe dare in un attimo benessere sicurezza e felicità a tutti se non fosse imbrigliata da “lacci e lacciuoli” dello statalismo.
Che i poveri del mondo sono solo dei rompicoglioni – ma questo non è razzismo, macché, hanno solo da diventare miliardari anche loro, allora li accoglieremo a braccia aperte.

(L’elenco non è finito, ma ognuno è in grado di proseguire da sé.)

Hanno anche detto che questo è il “nuovo”, che queste sono le “riforme”, che chi è contro questo programma è un comunista, peggio, un conservatore, peggio, uno che non ha idee e sa solo dire dei NO.

Questo è ciò che la gente ha votato. E la situazione attuale è figlia di queste scelta.

Si uscirà da questa situazione quando si capirà che si devono fare esattamente le scelte opposte.

Un ministro fischiato all’assemblea dei costruttori è un fatto inatteso e significativo.

Fra tutte le categorie di quel mosaico che si chiama società italiana, sicuramente i costruttori sono stati quelli che negli ultimi anni hanno avuto maggiori benefici.

Abbondanti liberalizzazioni, agevolazioni fiscali, condoni edilizi, “piani casa”, soprattutto una tacita ma universalmente nota riduzione dei controlli sulle assunzioni, hanno fatto dilagare un’attività edilizia spropositata e di pessima qualità.

A questo dobbiamo aggiungere la naturale propensione verso la proprietà immobiliare come bene rifugio; ed un’attività speculativa del tutto improduttiva, ma fatta per così dire “a futura memoria”, perché tirare su in quattro e quattr’otto un capannone in mezzo a un prato in ogni caso significa che quell’area resterà definitivamente edificabile.

Il risultato è stato un dissennato consumo del territorio, la distruzione di un enorme patrimonio naturalistico, paesaggistico ed artistico, il degrado della vivibilità di molte zone urbane, ed anche di molte zone rurali, trasformate in una alienante periferia.

Ma ha significato anche spostare grandi investimenti verso un’attività a bassissimo contenuto tecnologico, verso prodotti non esportabili, verso profitti puramente speculativi, nonché l’allargamento di un serbatoio di lavoratori non tutelati ed a bassissimo reddito. Insomma, anche da un punto di vista strettamente economico, è stato un pessimo affare.

Se in Italia esistesse un minimo di capacità di programmare il futuro, si dovrebbe dedicare ogni sforzo per invertire la tendenza, spostare le risorse disponibili verso la produzione di beni reali, verso attività tecnologicamente avanzate, verso la ricerca, l’istruzione, la cultura.

È un segno ormai patologico – anche in senso strettamente clinico – di grave involuzione senile l’insistenza compulsiva su poche vecchie frasi fatte. Il “piano casa” non è che una regressione agli anni ’50, l’idea che l’Italia non abbia altre risorse che il cemento, il mattone e braccia a poco prezzo per tirare avanti.

Ma ormai questi “piani” sono del tutto fuori dalla realtà. L’attività edilizia di questi ultimi anni non ha prodotto né benessere né sviluppo né occupazione, ma solo una selva di cartelli “VENDESI” appesi a brutti manufatti in cemento.

Ora anche i costruttori si sono accorti che così non si può andare avanti – come i vescovi hanno capito che oltre un certo limite la “licenziosità” è un segno di gravissimo disordine mentale.

Alla buon’ora. Potevano pensarci prima. Tutti gli altri (diciamo quasi tutti quelli che non sono né costruttori, né vescovi) l’avevano già capito da tempo.

Non conosco i capi del movimento NO TAV, conosco solo alcune dichiarazioni che ho letto sui giornali e di cui non posso verificare l’autenticità.

“Sarà una manifestazione a volto scoperto — aveva preannunciato uno dei leader del Movimento No Tav, Alberto Perino —, senza maschere antigas, senza caschi, una manifestazione tranquilla e pacifica”. “Dobbiamo dimostrare che siamo noi che scegliamo il tipo di manifestazione e di confronto che vogliamo fare, non possono essere gli altri a dettare i tempi al movimento — ha aggiunto Perino — non ci avvicineremo alle reti, perché non ci interessano, ci siamo già avvicinati giovedì scorso, oggi no, un’altra occasione ci sarà”.
(Adncronos 30/7/2011)

«Siamo noi a scrivere il copione delle nostre manifestazioni — spiega alla fine della giornata Alberto Perino, uno dei leader dei NO TAV — e non la Digos, il Pd, Maroni e Ferrentino». Quattro ore prima, Francesco Richetto, del comitato lotta popolare di Bussoleno, all’avvio della marcia da Giaglione, urlava nel microfono: «Siamo noi che decidiamo quando vogliamo tirare giù le reti o fare una marcia pacifica».
(La Stampa 31/7/2011)

Se queste dichiarazioni sono vere, il significato è questo: legnate o non legnate, petardi o fiori, lo decidiamo noi volta per volta. Ci prendiamo la libertà di fare di giorno una marcia pacifica, e di notte un assalto con raggi laser e proiettili di metallo. Una volta un bel corteo con famigliole e bambini lontani dal cantiere, poche ore dopo un’azione di sfondamento delle recinzioni. Lo “scegliamo” noi, a seconda dell’“occasione”.

Quelli che parlano così (non so se effettivamente le persone citate negli articoli parlino così, né quanta parte rappresentino del movimento NO TAV) sono degli irresponsabili malati di delirio di onnipotenza. Si sono autonominati burattinai che tirano i fili delle manifestazioni, e si vantano di avere il dito sull’interruttore delle violenze.

Quelli che decido di seguire questi tizi devono avere ben chiaro qual è il ruolo a cui sono destinati: carne da cannone, da buttare allo sbaraglio con elmetto e maschera antigas, oppure intrattenere con canzoncine e slogan, a seconda dell’“occasione” decisa dal Capo.

Ma naturalmente queste sono tutte invenzioni dei giornali, le parole dei capi del movimento NO TAV sono state mal interpretate.

Dispiace che si sia dovuto arrivare a questo punto, ma il progetto è una priorità nazionale, e direi anche piemontese – lo dimostra il fatto che tutte le istituzioni piemontesi sono da sempre d’accordo – e in un modo o nell’altro si deve applicare la scelta della maggioranza anche se una piccola minoranza non è d’accordo.

Quando parlo di priorità piemontese, intendo anche dire che è in atto da anni un progetto di concentrare tutte le attività economiche strategiche in non più di due regioni, facendo di tutto il resto del Nord una periferia di Milano, e di tutto il resto d’Italia una terra di nessuno da colonizzare brutalmente. Se si è tardato tanto a risolvere una situazione (e non è ancora detto che sia risolta), molte cose mi dicono che ciò è dipeso anche da un sostanziale disinteresse dei gruppi di potere più marcatamente lumbard verso un’opera troppo lontana dal loro ristretto angolo visuale.

Che cosa dicevano quei palloncini arancione, in piazza, ieri?

Da più di vent’anni ci hanno raccontato un sacco di balle, ma la balla più grande, la madre di tutte le balle, è questa.

Ci hanno raccontato che il mercato è l’unica forma possibile di libertà.

E ci hanno raccontato che questo si chiama Liberalismo.

(Quest’ultima cosa io l’ho sempre presa come un affronto personale, perché io sono figlio di un uomo che ha votato liberale per tutta la vita. Io non sono mai stato liberale, ma quando parlate di liberalismo, attenzione a come parlate, perché m’incazzo).

Poi si è andati immediatamente alle conseguenze. La prima è, che se l’unica cosa che conta è il mercato, allora tutto ciò che ha valore deve essere messo in vendita. Anzi, ha valore proprio perché può essere venduto. Se qualcosa non ha un prezzo di mercato, allora non ha valore.

Tutto è in vendita: diritti, salute, scuola, ambiente, territorio, perfino l’acqua. Non cito le minorenni, perché quella è un’invenzione molto più vecchia. Pure il voto è in vendita, ma anche questa è una vecchia, vecchissima invenzione.

Invece non ha valore la dignità, non ha valore la cultura, non ha valore solidarietà. Chi venderebbe dignità, cultura, solidarietà? E chi comprerebbe queste cose? Nessuno. Ecco dimostrato.

La seconda conseguenza è che il denaro è l’essenza del mondo. I soldi. Cash, come dicono i più tonti dei miei allievi. Il denaro è l’unico valore. Il denaro è ciò che dà valore alle cose.

Per questo non esiste il “denaro sporco”. Il denaro non solo è per definizione pulito, ma pulisce. Il denaro santifica.

Gli italiani ci hanno messo vent’anni (ed è un mistero perché ci abbiano messo tanto) per capire, in primo luogo, che non funziona.

Se si mettono i soldi in cima a tutto, non funziona niente. La cosa buffa, è che non funziona neanche l’economia. Quest’Italia che per vent’anni ha pensato che il denaro fosse l’unica cosa importante, sta attraversando la più grave delle crisi economiche. Più parliamo di soldi, più diventiamo poveri.

Il fatto è, che quando parliamo di economia, non parliamo di soldi. Ecco il segreto. Quando parliamo di economia, parliamo di lavoro. Questo è quello che io ho imparato da vecchio filosofo ottocentesco, il quale però a sua volta l’aveva imparato dai grandi liberali, dagli inventori del liberalismo. È il lavoro, la Ricchezza delle Nazioni. Non i soldi.

E poi c’è tutto il resto. Tutto quello che ci portiamo dietro anche se siamo senza soldi. Tutto quello che, se non ce l’abbiamo, non lo potremo mai comprare, neanche con tutti i soldi del mondo. La dignità. La cultura. La partecipazione. La condivisione.

Ecco, questo dicevano i palloncini arancione, in piazza, ieri.

Non è solo il fatto che il grande Vincitore ha ormai dipinta in faccia la maschera del Perdente, e non se la toglierà mai più.

Ma a guardare quei giovani in piazza, mi viene in mente che per quasi vent’anni nei filmetti di serie B (che sono il vero specchio di un paese) vi era la macchietta fissa dello “sfigato di sinistra”. Una macchietta così convincente che persino quelli di sinistra l’avevevano introiettata, inventando il “tafazzismo”.

Pensando a tutti quelli che in queste settimane hanno invaso il Web di filmetti satirici, che si scambiavano messaggi derisori, che tempestavano di prese per il culo i blog di destra, a quelli che ieri erano in piazza coi palloncini; e, dall’altro lato, a tutti quelli che se ne stavano in casa a rodersi, increduli e storditi, a quei balenghi col fazzoletto verde che sono andati da Lerner ad arrampicarsi sui vetri per dire che no, non è successo niente – insomma, chi è adesso che piscia contro vento? Chi sono i tafazzisti?

Naturalmente il berlusconismo non è ancora sconfitto, tenterà il grande botto delle Ardenne, ma è chiaro che non è più trendy, è superato, è solo questione di tempo.

E allora giù legnate sul cane che annega.

Vabbè. Diciamo che ce l’avete presente.

Allora facciamo un bel riassuntino, ma non si può sempre raccontare la rava e la fava, ci sono degli evidenti prerequisiti, si dà per scontato che il lettore abbia ben presente il concetto di famiglia linguistica, che abbia un’idea abbastanza chiara dell’indueuropeo e delle sue successive suddivisioni e ramificazioni, che più o meno abbia già sentito parlare delle lingue afro-asiatiche, altaiche, na-dene ecc.

Poi si passa alla genetica, DNA e compagnia bella, caratteri ereditari permanenti come i gruppi sanguigni, e caratteri di origine più recente, dovuti alle circostanze ambientali, come il colore della pelle ecc. In tutto questo discorso, avete capito benissimo, è implicita una critica dell’idea di razze umane, ma non c’è tempo per parlarne; abbiamo fiducia che il lettore ci arrivi da sé.

Passiamo poi alla correlazione fra la diffusione delle lingue, e la diffusione dei caratteri genetici. C’è un certo parallelismo, è chiaro, ma non sono esattamente la stessa cosa, siete d’accordo? I meccanismi non sono gli stessi, come non sono le stesse le velocità di evoluzione ecc. Insomma, qui si capisce dove si vuole arrivare, al concetto di etnia, ma non c’è tempo per fare tutta la chiacchierata, anche qui il lettore deve arrivarci da solo.

A questo punto è chiaro e lampante il motivo per cui molti, incrociando i dati della linguistica con quelli della genetica, tendono a riunire parecchie famiglie (l’indoeuropea, l’altaica, l’afro-asiatica, la dravidica, e ne ho sicuramente dimenticata quacuna) nel grosso tronco del “nostratico”. Ma perché fermarci qui? Insomma, è probabile che tutte le lingue del mondo, non solo le nostratiche, alla fin fine derivino da un’unica lingua madre (lo stesso discorso vale per le etnie, ça va sans dire).

Seguono ipotesi su dove e quando sarà nata questa benedetta “lingua madre”; ma avrete già capito che ci stiamo orientando verso l’Africa Centrale, circa 130.000 anni fa. Un po’ più complicato è stabilire la possibile origine dell’indoeuropeo: Vicino Oriente 10.000 anni fa? Oppure Asia centrale circa 7000 anni fa? Si impone una pausa di riflessione, per ben ponderare queste due ipotesi, ognuna accompagnata con diverse spiegazioni sulle modalità di diffusione, ad est (fino al tocarico, mica avrete dimenticato il tocarico!?) e ad ovest. Diffusione dell’agricoltura in seguito alla rivoluzione neolitica, oppure migrazioni di popoli grazie alla formidabile invenzione del carro su ruote? Al lettore l’ardua sentenza.

Non so se ho ricordato tutto. Comunque fermiamoci qua. Ora mettiamo tutta questa roba in una paginetta in formato A4 (non una riga di più, dobbiamo salvare le foreste sì o no?) e presentiamola come esempio di “divulgazione scientifica”.

Ah, dimenticavo: io mi sono sforzato di esporre tutta questa pappardella con un minimo di ordine, non so se ci sono riuscito, ma almeno mi ci sono sforzato, perché, grazie a Dio, io so scrivere; l’autore del prefato saggio invece ha lasciato tutto ben mescolato in un unico minestrone.

Occhèi? Occhèi.

Bene, adesso somministriamo questo bel saggio di “divulgazione scientifica” ai nostri ragazzi di Seconda Superiore, e con opportune e mirate domande vediamo che cosa hanno capito.


A questo punto, che posizione prendiamo nei confronti degli esperti dell’INVALSI? Pensate che un bel vestito di catrame e piume sia la soluzione idonea?

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