La riforma della Costituzione spiegata da Eraclito

È venuto a trovarmi un mio vecchio amico, il filosofo Eraclito.

È un filosofo greco della vecchia scuola, cresciuto al sole della Ionia.

In realtà “filosofo” non so se è il termine giusto, lui non si è mai occupato di grandi sistemi di pensiero. La sua “filosofia” è fatta di frasette strane, apparentemente insignificanti, un po’ misteriose, che però sotto sotto lasciano scorgere un grande buon senso.

Stavamo parlando del più e del meno, ad un certo punto dice:

— Sono andato a nuotare nel fiume. Ma l’acqua non era quella di una volta. —

— Stai attento, nei fiumi succedono sempre disgrazie, sembra una cosa da nulla, lo so che tu sei un bravo nuotatore, ma ci sono i mulinelli, le correnti… —

— Sì sì, ma l’acqua non era quella di una volta… —

— Eh sì, l’inquinamento… —

— No no, non è quello, l’acqua scorre… —

— Certo, scorre perché è un fiume, se no sarebbe un lago… — Ma non mi dava retta, continuava a bofonchiare la stessa frase.

Per cercare di toglierlo da quest’idea fissa, ho cercato di cambiare argomento.

So che non avrei dovuto, a lui queste cose non interessano, ma è il tema del giorno, ad un certo punto mi sono messo a parlare della riforma di Renzi, Italicum e Costituzione. Mi sono accalorato un po’ troppo, ho parlato di quest’enorme pasticcio, norme confuse, disordinate, a volte contraddittorie, probabilmente inapplicabili. Un testo, anche linguisticamente, scritto con i piedi.

Lui è stato ad ascoltarmi attentamente, poi ha detto: — L’acqua scorre… —

Aiuto, è di nuovo fuori, ho pensato. Ma lui ha continuato a parlare.

— Vedi, mi hai parlato delle elezioni politiche del 2013, di quel lunedì di febbraio quando Bersani ha detto “Siamo arrivati primi, ma non abbiamo vinto”… È vero? —

— Certo — ho risposto, stupito che avesse seguito questi discorsi che per lui devono essere insignificanti.

— Poi alle Europee, quando Renzi ha battuto Grillo per 40 a 20… —

— Proprio così! —

— Vedi, il fiume scorre. Non lo puoi fermare, non lo puoi far tornare indietro… —

Ci risiamo, ho pensato, ma non ho detto niente.

— Invece è quello che vorrebbe fare Renzi. Far tornare indietro il fiume. Perché questo è il suo pensiero. Se nel 2013 invece del Porcellum ci fosse stato l’ItalicumSe invece del Senato della Repubblica ci fosse stato il Senato dei consiglieri regionali… Se ci fosse stato il ballottaggio, e al ballottaggio fosse andata come alle Europee del 2014… e soprattutto se al posto di Bersani ci fosse stato Renzi… Renzi avrebbe potuto dire: Abbiamo vinto! Ma non è così! —

— Non è così — ho gridato. — Non puoi far tornare indietro il fiume! Non ti bagnerai due volte nelle stesse acque! Non voterai due volte alle stesse elezioni! —

— Ecco! Hai capito! —

Avevo capito. Questo è il senso delle riforme di Renzi. Per capirle, non dobbiamo guardare avanti, pensare a quali potranno essere le conseguenze in futuro. Dobbiamo guardare indietro, ad un passato che non tornerà mai più, a elezioni perdute che non saranno mai più rivinte. Allora tutto torna, tutto ha un senso, perfino gli arzigogoli di Sua Mediocrità il Ministro delle Riforme.

Un passato che non sarà mai più il nostro futuro. Questa è la prospettiva di quella Riforma.

Il resto della serata è trascorso in grande serenità, da vecchi amici. Gli ho fatto assaggiare il Freisa della nostra Cantina, una scelta di formaggi locali.

— Non mangerai un’altra volta una robiola come questa! — gli ho detto.

— Certo che no! —

Tu non sei Jorge Luis Borges

Il tema delle false attribuzioni letterarie sembra essere infinito.

Dopo la falsa poesia di Hemingway, un personaggio italiano piuttosto noto da noi e all’estero pare che abbia declamato questa poesiola, in uno spagnolo piuttosto maccheronico, di cui si sa solo una cosa: non è di Borges.

Poema a la amistad

No puedo darte soluciones para todos los problemas de la vida,
ni tengo respuestas para tus dudas o temores,
pero puedo escucharte y compartirlo contigo.
No puedo cambiar tu pasado ni tu futuro.
Pero cuando me necesites estaré junto a ti.
No puedo evitar que tropieces.
Solamente puedo ofrecerte mi mano para que te sujetes y no caigas.
Tus alegrías, tus triunfos y tus éxitos no son míos.
Pero disfruto sinceramente cuando te veo feliz.
No juzgo las decisiones que tomas en la vida.
Me limito a apoyarte, a estimularte y a ayudarte si me lo pides.
No puedo trazarte limites dentro de los cuales debes actuar,
pero si te ofrezco el espacio necesario para crecer.
No puedo evitar tus sufrimientos cuando alguna pena te parta el corazón,
pero puedo llorar contigo y recoger los pedazos para armarlo de nuevo.
No puedo decirte quien eres ni quien deberías ser.
Solamente puedo quererte como eres y ser tu amigo.
En estos días pensé en mis amigos y amigas,
entre ellos, apareciste tu.
No estabas arriba, ni abajo ni en medio.
No encabezabas ni concluías la lista.
No eras el numero uno ni el numero final.
Y tampoco tengo la pretensión de ser el primero,
el segundo o el tercero de tu lista.
Basta que me quieras como amigo.

Del voto secondo coscienza

firma

In questi giorni si fa un gran parlare di quei partiti che lasciano libertà di voto “secondo coscienza”, ed un gran malparlare, perché se in un partito si vota “secondo coscienza” vuol dire che quel partito “si spacca”.

Io sono fatto all’antica, e vorrei che tutti i voti fossero “secondo coscienza” e non secondo gli ordini del Mister. S’intende, vi sono molte materie in cui prevalgono considerazioni pratiche, e la “coscienza” c’entra poco, e quindi è bene che si segua un certo progetto con un po’ di coerenza; ma per le grosse questioni, se il parlamentare non sa votare “secondo coscienza”, meglio che cambi mestiere.

Queste considerazioni non sono più attuali, come non è più attuale la nostra Costituzione. Secondo quel testo, ogni parlamentare “rappresenta la Nazione”, e poiché “tante teste tante idee”, nella Nazione c’è un’infinità di scelte, di posizioni e di sfumature, e poiché il Parlamento rappresenta la Nazione, ogni parlamentare deve poter esprimere “senza vincolo di mandato” la sua personale interpretazione di quell’arcobaleno di posizioni.

Si sta ora passando dalla democrazia rappresentativa ad una democrazia plebiscitaria, in cui sono possibili solo due idee: c’è un Capo, un Mister, e o si è pro, o si è contro. Quindi c’è “uno che vince”, e gli altri perdono (preferibilmente la gara si riduce a due, come nelle finali dei tornei sportivi: “uno che vince, l’altro che perde”, e nei casi dubbi si passa al secondo turno dei rigori). Poi ognuno dei Mister ha un suo pacchetto di voti, il pacchetto di voti del Mister che ha vinto sa in partenza di essere in maggioranza, il/i pacchetto/pacchetti dei voti di chi ha perso sa in partenza di essere in minoranza.

È un sistema spiccio, solamente non so spiegarmi perché per ottenere questo risultato si debbano stipendiare lautamente parecchie centinaia di marionette, che stanno lì solo per votare a comando, e guai a chi “gufa”, perché così facendo “spacca” il partito.

Ma sono tante le cose che non capisco.

Essere tedeschi a Istanbul

L’altro giorno su Facebook qualcuno si è chiesto perché la strage di turisti ad Istambul (12 gennaio 2015) non ha suscitato da noi nessuna particolare reazione.

Niente “siamo tutti …” boh, che cosa? Istanbuliti? Istanbulesi?

Io ho risposto: perché i morti sono in massima parte tedeschi, e i tedeschi sono antipatici a tutti.

Per questa mia affermazione sono stato pesantemente ripreso.

Ma chi mi ha attaccato non mi sembra che abbia offerto nessun’altra spiegazione.

Allora io insisto.


Il mondo è in fiamme. Una mostruosa creazione politico-militare a due passi da casa nostra sta cercando di ergersi a Stato, uno Stato teocratico e intollerante, e ha mosso guerra in primo luogo a tutti cittadini di quella regione, ma soprattutto ai valori di laicità, umanità e tolleranza che sono il vanto della storia europea.

Contro questo attacco, le istituzione europee, ma anche le forze politiche, la società civile e la cultura mostrano tutta la loro impotenza.

La costruzione di un’Europa veramente unita dovrebbe essere il vanto del XXI secolo, un passo avanti nella storia capace di dare la sua impronta a tutta la vita del resto del mondo.

Ma l’Europa in prima persona offre di sé uno spettacolo veramente degradante.

È evidente a tutti che l’Europa non ha una politica estera, e questo si deve imputare non solo all’inadeguatezza delle persone che di questo dovrebbero occuparsi, ma anche agli effetti di un disorientamento culturale e sociale che è sfociato in una vera e propria campagna di denigrazione verso tutto ciò che è europeo.

In quest’Europa la Germania non è solo la più grande realtà economica, dovrebbe anche essere il modello di quello che potrebbe diventare l’Europa se solo riconoscesse sé stessa. Uno stato sociale invidiabile, una amministrazione efficiente, un ordine che nasce da un diffuso senso civico e non dalla repressione. In Germania, caso ormai unico, i due più grandi partiti storici sono capaci di collaborare senza insultarsi, senza accusarsi reciprocamente di tutto quello che non va, senza che elettori e giornaletti d’ogni conformismo strillino all’“inciucio” e al “tradimento”.

Su questa Germania e sulla personalità che la guida il nostro politico più navigato ha espresso già da qualche anno un giudizio chiaro: “culona inchiavabile”; e questo Verbo è stato fatto proprio dalla folla di nullità a due gambe che da noi ha preso il posto di una classe politica.

Al di fuori della Germania, l’Europa non riesce a dare altro spettacolo di una rumorosa rissa da pollaio. Alcuni dei più grandi leader non propongono al popolo dei loro elettori altra prospettiva che non sia quella di tirare a campare all’infinito accumulando debiti su debiti, e molti di loro vantano in tutta serietà di voler riportare tutto il continente indietro di un’intera epoca storica, alla folla di bandiere, bandierine e banderuole nazionali, macro- e micro-regionali e di paese e di borgata: l’Inghilterra regina dei mari e Napoli borbonica regina della pizza, la Scozia regina dei gonnellini e la Grecia regina dei debiti.

Tutti si odiano, ma hanno un’unica idea chiara, declinata nelle molteplici lingue della Babele continentale: la Merkel è una culona nazista.


In questa grande cagnara una bomba esplode a Istanbul.

La Turchia è una delle porte dell’Inferno, una delle chiavi principali dell’attuale crisi, ma:

  1. la Turchia mostra tali e quali tutte le debolezze e gli squallori della politica europea; è stato rieletto a grande maggioranza alla massima carica un politico meschino e mediocre, che pensa solo a ottenere vantaggi a breve termine, ma è ossessionato da ridicole ambizioni (resuscitare il Sultanato già dominatore dell’Islam) e rancori atavici (l’odio verso il popolo curdo);
  2. l’Europa verso la Turchia non è riuscita a concepire altra idea se non quella di allungarle una qualche mancia di un due o tre miliardi di euro per non si capisce bene quale scopo.

Allora quella bomba ad Istanbul, quella strage di turisti tedeschi, ha mostrato tutta la debolezza di un’Europa che in questi ultimi anni non è riuscita a formulare altra idea se non questa: i tedeschi sono sommamente antipatici a tutti.

Se qualcuno ha un’altra idea, si faccia avanti.

Storia di un articolo di giornale, ovvero l’utopia del colonialismo caritatevole

Il documento di cui voglio parlare è citato nella biografia di un missionario francese, Monsignor André Jarosseau (1858-1941), un cappuccino che fu il secondo successore di Guglielmo Massaja (1809-1889) nella carica di Vicario Apostolico dei Galla.

[Trovate il testo completo → qui; per gli eventi di cui sto parlando, si veda in particolare il → Cap. XV.]

La premessa indispensabile, che ora non posso approfondire, è che le missioni cattoliche nel Corno d’Africa nel XIX secolo furono avviate da italiani: i lazzaristi Giuseppe Sapeto e Giustino de Jacobis, il cappuccino Massaja. Ma alla fine del secolo, sia nel vicariato apostolico d’Abissinia (di fatto: il Tigrai), sia nel Vicariato Apostolico dei Galla, con sede ad Harar, troviamo missionari francesi.

Questo naturalmente era un enorme problema, poiché dal punto di vista del colonialismo europeo i missionari rappresentavano l’avanguardia della penetrazione nelle regioni africane, ed era quindi intollerabile che un territorio ritenuto di interesse per una potenza europea avesse missionari di un’altra nazione. Per questo, nel 1894 si tolse il Tigrai sotto controllo italiano alla missione lazzarista francese e si formò la Prefettura d’Eritrea affidata a cappuccini italiani; e nel 1913 dietro le insistenze sia dei Missionari della Consolata sia del governo italiano si decise di ritagliare dal Vicariato di Harar la Prefettura del Kaffa, affidata al consolatino Gaudenzio Barlassina. Per anticipare la conclusione della storia, nel 1937, immediatamente dopo la conquista , fu completamente riorganizzata la struttura missionaria dell’Etiopia: il vicariato d’Abissinia fu trasformato in Archieparchia di Addis Abeba, e i lazzaristi francesi sostituiti dai cappuccini italiani guidati da Giovanni Maria Castellani; il Vicariato Apostolico dei Galla, ridotto di dimensioni e rinominato Vicariato Apostolico di Harar, fu tolto ai cappuccini francesi di Jarosseau e affidato ai cappuccini italiani sotto la guida di Leone Ossola.

[Sul tema del rapporto fra missioni e colonialismo si leggono frasi drammatiche nell’enciclica → Maximum Illud di Benedetto XV, 1919].

Ma torniamo al nostro Andé Jarosseau.

Come il suo predecessore Taurin Cahagne, e come lo stesso Massaja, Jarosseau aveva eccellenti rapporti con importanti membri dell’aristocrazia scioana. Il principale collaboratore di Menelik, Ras Makonnen, prima di partire per la battaglia di Adua gli aveva raccomandato il figlio Tafari, pregandolo di curare la sua educazione. Jarosseau aveva affidato il fanciullo alle cure di un prete cattolico indigeno. Così il futuro imperatore d’Etiopia crebbe in strettissimi rapporti con la missione cattolica, ovviamente senza staccarsi dalla sua chiesa nazionale, cosa impossibile per una personalità del suo rango. Succeduto al padre, il giovane Ras Tafari Makonnen divenne coreggente accanto a Zauditù, figlia di Menelik, e alla morte di questa, nel 1930, Imperatore d’Etiopia col nome di Hailé Selassié (“Potenza della Trinità”).

Gravi minacce si addensavano però sul trono. L’Italia si mostrava sempre più aggressiva, e l’Imperatore si rese conto ben presto di essere solo: nessuno era disposto ad inimicarsi il Duce al culmine della sua fortuna, le altre due potenze presenti nella regione, la Francia e l’Inghilterra, e la Società delle Nazioni, non sarebbero andate al di là di una solidarietà di facciata.

Ma da alcuni anni in Europa esisteva un nuovo Stato, lo Stato della Città del Vaticano: uno stato microscopico, ma con un grande prestigio ed una diplomazia molto attiva. Hailé Selassié tentò un’ultima disperata impresa: chiese al suo vecchio amico Jarosseau di farsi mediatore per stabilire con il Vaticano rapporti diplomatici al più alto livello, uno scambio di ambasciatori.

Il vecchio missionario si mise subito all’opera, scrisse ai suoi superiori, al Card. Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, ricevendo risposte incoraggianti. Ma il 25 aprile 1935 arrivava dall’Imperatore una lettera desolata, a cui era accluso un ritaglio di giornale. Con grande delicatezza, Hailé Selassié parlava di “gravi difficoltà”, che facevano temere un cattivo esito delle trattative.

Quel ritaglio di giornale, o per meglio dire di agenzia di stampa, riporta alcune frasi di un articolo comparso poche settimane prima sull’Osservatore Romano. Quest’articolo, non firmato, semplicemente siglato C., si esprime in termini molto generali, come se fosse un una semplice nota culturale, e non cita mai né l’Etiopia né l’Italia. Ma il senso è ugualmente chiaro. L’autore definisce la colonizzazione

… un’opera di immensa solidarietà umana, fatta di pazienza tenace, profonda volontà e tenace amore … Nessun popolo, nessuna razza ha il diritto di rimanere al di fuori del movimento della vita collettiva e solidale dei popoli. Le ricchezze materiali offerte dalla terra non possono rimanere abbandonate o inerti, e le persone che detengono queste ricchezze, se non sono in grado di gestirle, devono lasciarsi aiutare e guidare. I colonizzatori di oggi, preparati al loro compito in scuole speciali, considerano la colonizzazione come una collaborazione fra le razze e non il brutale sfruttamento di una razza da parte di un’altra. L’indigeno sente i benefici di una colonizzazione così intesa e si mostra in generale soddisfatto. La Chiesa ha sempre sostenuto e incoraggiato una tale opera con un’adesione piena e protettiva. In sintesi, la Chiesa ritiene che il problema della colonizzazione sia principalmente d’ordine morale, e che non possa essere risolto mediante l’impiego della sola forza.

[Ho ritradotto il riassunto dell’articolo come riportato nella biografia. L’articolo originale, intitolato L’idea colonizzatrice, del 24 febbraio 1935, si può leggere → qui]

Naturalmente a quest’articolo seguono le precisazioni e le smentite, lo stesso Card. Pacelli assicura che non è intenzione della Chiesa appoggiare una brutale guerra di conquista.

Mais rien n’y fait. Le mot de colonisation demeure, comme une flèche fichée au cœur abyssin… Le projet d’une représentation officielle de l’Abyssinie au Vatican restera sans suite”.
[Ma non c’è niente da fare. La parola colonizzazione rimane, come una freccia piantata nel cuore abissino… Il progetto di una rappresentanza ufficiale dell’Abissinia presso il Vaticano resterà senza seguito].

Il 10 ottobre è la guerra.


Poiché nella biografia del Jarosseau non sono indicati con precisione data e titolo dell’articolo, ho dovuto sfogliare attentamente parecchi numeri dell’Osservatore Romano, dalla fine di Aprile 1935 al febbraio. Certo, è un’epoca terribile. Il giornale riporta informazioni molto puntuali di politica estera; si dà grande risalto alle minacce che il nazismo da poco al potere rappresenta per la libertà d’azione della chiesa cattolica in Germania. Anche le notizie sugli altri fronti non sono rassicuranti. Possiamo quindi capire che la diplomazia vaticana desideri mantenere buoni rapporti con lo stato italiano, non più visto come un nemico laicista ma come un baluardo della Chiesa in un mondo sempre più tempestoso. Tanto più che l’esaltazione patriottica e guerresca sembra circondata da un grande consenso. Quasi ogni settimana viene riferita la partenza di navigli con armati e materiali verso i porti dell’Eritrea e della Somalia, salutati da folle festanti che si accalcano al porto.

Non credo però che siano sufficienti questi motivi di opportunità a giustificare una presa di posizione tanto più clamorosa, in quanto presentata come una visione generale dei rapporti fra paesi europei e mondo coloniale.

Vi è sicuramente una base ideologica condivisa, nell’idea che i popoli arretrati debbano accettare non solo una partecipazione allo sviluppo, ma una guida paternalistica forte, sia pure accettata docilmente – e se i popoli arretrati non l’accettano? l’ipotesi non sembra neanche presa in considerazione.

Un missionario molto attivo sul campo, il → Card. Giovanni Cagliero, da poco scomparso, a proposito di un’area che non rientrava nelle mire espansionistiche dell’Italia, il Sud America, si era espresso in toni entusiastici sulle possibilità di sviluppo economico dell’immensa Patagonia: mandrie di bestiame, greggi di pecore, grandi fattorie, oro, petrolio! la brutalità dell’occupazione di quelle terre da parte del governo argentino non sembrava un prezzo troppo elevato, in vista dei vantaggi prospettati per tutti, ed ai “selvaggi” non restava altra scelta che accettare con cristiana rassegnazione il posticino loro riservato nelle riserve, e mandar i figli e le figlie ad imparare l’ortografia e il ricamo nelle scuole salesiane.

Dobbiamo difendere la millenaria civiltà romana e cristiana

Partiamo pure dalla civiltà cristiana, anche se io non sono un cristiano.

Un punto fermo del cristianesimo, da sempre, per lo meno da San Paolo, è l’idea dell’unità del genere umano. L’idea stessa di “razza” è estranea al cristianesimo; vi sono sì diversi popoli, diverse culture, ma l’unico modo per affrontare il tema della diversità è riconoscere che le cose che abbiamo in comune sono più e più importanti di quelle che ci dividono.

Non mi credete? Allora andate a leggere un po’ di encicliche papali, a partire dalla Maximum Illud di Benedetto XV.

Parliamo adesso della civiltà romana, anche se non sono un romano, ma un torinese – ma anche Torino è una città romana, con le sue vie ad angolo retto, le due porte, una a nord e una ad est, i suoi licei classici e le sue grandi piazze d’armi.

I Romani hanno avuto tutti i difetti di questo mondo, tranne uno: non sono mai stati razzisti. L’Impero Romano è stata la più grande realtà multietnica e multiculturale della storia. E questa è stata la sua grande forza.

Lo strumento principale dell’espansione della civiltà romana è stata l’estensione sistematica della cittadinanza agli stranieri. La cittadinanza romana non veniva concessa per motivi di solidarietà e uguaglianza, concetti completamente estranei alla cultura romana (neanche il più balengo dei leghisti riuscirebbe a dare l’appellativo di “buonista” all’Impero Romano), ma era concepita proprio come mezzo per il rafforzamento dello Stato.

Fin quando l’Impero Romano ha accolto nuove popolazioni nei suoi confini, ed ha trasformato gli stranieri in cittadini, è stato forte.

Ad un certo punto, ha cominciato a dire, ai Goti e ad altre popolazioni nordiche, “potete venire, ma non siete cittadini romani, rimanete stranieri in terra romana”. Tempo cinquant’anni, e l’Impero Romano non esisteva più.

Se i fasci non sono d’accordo, possono andarsene in Gotland, e rimanerci.

Chi è il vero Tsipras

Portrait_of_Niccolò_Machiavelli_by_Santi_di_Tito

Può darsi che mi sia fatto influenzare un po’ troppo dalle polemiche di casa nostra, ma questa è l’impressione che ho ricavato.

Esiste uno Tsipras vero, ed uno Tsipras immaginario.

Lo Tsipras immaginario è il piccolo Davide ellenico che con un preciso tiro di fionda ha messo in ginocchio la grossa e grassa Goliassa germanica. Che guida il risveglio delle Nazioni oppresse sotto il duro stivale della Finanza mondiale. Un po’ Pascoli di “la grande Proletaria si è mossa”, un po’ Duce in lotta contro le “demoplutocrazie”, un po’ Woody Allen del Ruggito del Topo, questo Tsipras immaginario da tempo fa sognare le piccole schiere della Sinistra sinistra italiana, ma in occasione del Referendum ha suscitato soprattutto sguaiati cori di consenso presso le diverse anime della Destra, sia quella che vorrebbe ridurre l’Europa ad un pollaio di repubblichette, sia quella che non ha perdonato all’antipatica Merkel e all’odioso Schultz di aver ridacchiato e arricciato il naso di fronte alle clownerie della politica italiana.

Poi esiste il vero Tsipras – che è esattamente quello che lui dice di essere.

Il vero Tsipras è un politico vero, un politico serio e responsabile.

Come ogni vero politico, punta al consenso, perché sa che il consenso è la benzina, anzi, la materia prima della politica.

Ma essendo un politico serio e responsabile – un genere di politico che da noi è estinto nel Cretaceo – sa che il consenso non è un dono gratuito e permanente. Il consenso, il politico lo riceve in prestito, come un capitale da far fruttare, e della cui buona gestione sarà tenuto a rispondere.

Questo Tsipras, politico serio e responsabile, si è esibito in alcuni machiavellismi, alcune mosse negoziali un po’ troppo “mediterranee” per essere comprese dalla diplomazia nordica; ma ha detto con chiarezza, soprattutto in occasione del recente referendum, che il suo unico obiettivo è cercare ad ogni costo un accordo in modo da tenere la Grecia nella zona Euro. Questo è il mandato che ha ricevuto dal popolo greco, col 61% dei consensi. E questo è il risultato che noi, soprattutto per rispetto verso la volontà democratica dei greci, vorremmo vedere realizzato.

Il grande No

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Kostantinos Kavafis, Alessandria d’Egitto 1863 – 1933

Il No di Metaxas a Mussolini il 28 Ottobre 1940. Il No al referendum del 5 Luglio 2015.

Senza entrare nel merito delle due vicende storiche, questa parola greca, ΟΧΙ, era entrata nella storia e nella memoria di quel paese attraverso i versi del suo più grande poeta moderno.

CHE FECE… IL GRAN RIFIUTO

Σὲ μερικοὺς ἀνθρώπους ἔρχεται μιὰ μέρα

ποὺ πρέπει τὸ μεγάλο Ναὶ ἢ τὸ μεγάλο τὸ Ὄχι

νὰ ποῦνε. Φανερώνεται ἀμέσως ὅπιος τὄχει

ἔτοιμο μέσα του τὸ Ναί, καὶ λέγοντάς το πέρα

πηγαίνει στὴν τιμὴ καί στὴν πεποίθησί του.

Ὁ ἀρνηθεὶς δὲν μετανοιώνει. Ἂν ρωτιοῦνταν πάλι,

ὄχι θὰ ξαναέλεγε. Κι ὅμως τὸν καταβάλλει

ἐκεῖνο τ᾿ ὄχι – τὸ σωστὸ – εἰς ὅλην τὴν ζωή του.

Per certi di noi arriva quel giorno

che c’è da dire il grande Sì, o il grande No.

Subito si fa avanti quello che il Sì ce l’ha già bell’e pronto,

in saccoccia: lo dice, e si fa strada

nella stima e nella considerazione di sé.

Chi s’è negato, non se ne pente. Gli chiedessero di nuovo,

ancora direbbe di no. Eppure lo manda in rovina

quel No – benedetto No! – per tutta la sua vita.

(Traduzione mia. Il titolo in italiano è nell’originale.)