La premessa indispensabile è che in Italia esiste ancora, grazie a Dio, una Repubblica parlamentare.

Poiché il Parlamento italiano ha una solida maggioranza di destra, la conseguenza inevitabile è che il governo italiano è un governo di destra.

Negli ultimi mesi si era creata una situazione spaventosamente anomala; il governo in carica, che già in passato, diciamo così, mostrava qualche limite culturale, assumeva sempre di più l’aspetto di un pittoresco freak show, e le poche volte che riusciva ad esprimere suoni articolati si metteva a parlare di intercettazioni telefoniche. E questo nel mezzo di una preoccupante tempesta finanziaria internazionale.

Il Presidente della Repubblica, che non ha il compito di indirizzare l’attività politica delle istituzioni, ma di vigilare sul loro corretto funzionamento, è intervenuto per porre fine a quell’angosciante paralisi. Con una serie di interventi, piuttosto arditi, ma sempre nel rispetto formale della Costituzione, ha ottenuto alla fine un risultato che corrisponde anche alle esigenze del rispetto sostanziale dei principi della democrazia parlamentare: un governo funzionante, ma un governo funzionante di destra: cioè quello che hanno chiesto gli elettori nelle ultime votazioni.

Poiché io non sono di destra, la cosa non mi soddisfa per niente, ma non potevo certo pretendere una soluzione diversa.

Ora, questo governo di destra, attua una politica di destra. In primo luogo, il pareggio di bilancio. Che è la fissa di ogni destra seria. Niente keynesismo, neppure quella orrenda caricatura del keynesismo impastrocchiato di spesa clientelare e di pacche sulle spalle agli evasori che Tremonti somministrava agli Italiani col suo supponente birignao. Niente spesa per lo sviluppo: la crescita economica si attua con le liberalizzazioni ecc. Niente equità: i real men sanno che l’unica vera equità è il mercato.

Certo, è una medicina indigesta, perfino per gran parte degli elettori di destra. Ma questi in ogni caso non devono dimenticarsi che se questa è la medicina, la malattia si chiama berlusconismo. Che se in questa politica non si riconoscono, be’, è una giusta nemesi: dopo vent’anni che l’elettore di sinistra non si riconosce nelle forze politiche di sinistra, niente di strano che l’elettore di destra non si riconosca nel primo governo veramente di destra degli ultimi vent’anni. Avete voluto la bicicletta? Adesso pedalate.

E l’elettore di sinistra? In attesa che nuove votazioni mandino al governo forze politiche di sinistra, con un chiaro mandato ad attuare una politica di sinistra, deve far tesoro delle poche magre soddisfazioni che gli sono concesse.

Soprattutto, poiché la verità è rivoluzionaria, dev’essere salutata con soddisfazione l’ascesa di amministratori che dicono le cose come stanno, almeno un po’ di più di Roberto da Crema e dei sui pallidi imitatori longobardi; che alle domande imbarazzanti, invece di sparare la prima cazzata che gli passa per la testa, rispondono “devo ancora esaminare questo dossier”.


Ma a parte la soddisfazione morale di non fare più la figura dei coglioni davanti al mondo intero, quali sono i vantaggi concreti di un governo di professori? dov’è la ciccia?

Ebbene, il punto centrale è che un qualunque governo dell’economia, sia esso di destra o di sinistra, presuppone che l’economia sia governabile. Che quindi siano per lo meno attenuati alcuni dei meccanismi perversi che rendono l’economia italiana una bestia malata e impazzita.

Fra i principali di questi meccanismi vi sono il debito pubblico e l’evasione fiscale.

Purtroppo, un po’ per furbizia, un po’ per disperazione, è stata forte la tentazione finora a sottovalutare questi due fenomeni. Soprattutto a trascurare il peso di questi due fenomeni sul funzionamento complessivo dell’economia

Parlo dei grandi flussi di ricchezza all’interno della società italiana.

Il debito pubblico, dicono alcuni, è una fissazione da ragionieri. È una specie di grande partita di giro, chi ha e chi dà, e poi è compensato dal risparmio privato.

Ciò che rende intollerabile il debito pubblico italiano sono gli interessi. Una quota che ha raggiunto, e ormai probabilmente supera, il 4,5% del PIL. Vuol dire che almeno il 10% di quello che gli Italiani pagano come tasse serve a pagare questi interessi. Sono risorse che escono dall’economia reale, per andare a finire verso l’economia finanziaria, e per oltre metà all’estero. Sono in grandissima parte risorse che non verranno mai più recuperate, né come consumi, né come investimenti. Una paurosa voragine depressiva, una macchina “antikeynesiana” che costantemente trascina la nostra economia verso il basso.

L’altro meccanismo impazzito è l’evasione fiscale. Anche qui, ci hanno raccontato per anni una balla consolatoria. Che la lotta all’evasione fiscale sarebbe una fissazione moralistica e un po’ persecutoria, perché tanto l’evasore i suoi soldi li spende, o in consumi o in investimenti, e quindi l’effetto sull’economia è nullo.

Ma la quota che di evasione che finisce in Lamborghini e in cene a Cortina è minima. Le risorse drenate attraverso l’evasione finiscono in gran parte nella finanza, e di nuovo, le risorse che finiscono in ricchezza finanziaria difficilmente tornano verso l’economia reale. L’evasore piccolo e medio poi è alla ricerca ossessiva di beni rifugio. In primo luogo il mercato immobiliare. L’edilizia è esplosa in questi ultimi dieci-quindici anni, facendo lievitare i prezzi e riempiendo città e campagne di case decorate con un bel cartello VENDESI. In Italia abbiamo il record di case non occupate – oltre ad affitti altissimi, s’intende. Il piccolo impresario costruisce anche capannoni industriali a cui appende un cartello VENDESI/AFFITTASI. Il furbo di provincia fa incetta di terreni agricoli in attesa che un sindaco amico modifichi il piano regolatore – sempre per “far girare l’economia”, s’intende. Poi vabbe’ ci sono i lingotti d’oro nelle cassette di sicurezza ecc.

Sia come sia, anche questo è un flusso costante di ricchezza che il sistema fiscale sottrae all’economia reale, e che in gran parte non verrà mai più recuperata. Altro potentissimo meccanismo con un soffocante effetto depressivo, “antikeynesiano”.

Non credo assolutamente che le liberalizzazioni ecc. da sole possano rilanciare l’economia. Ma anche interventi più tosti, parliamoci chiaro, soldi tirati fuori dallo Stato, in queste condizioni sono solo un rivolo misero e stentato, inevitabilmente travolto da quest’enorme flusso che si muove in senso contrario.

Io non riesco a prevedere la misura del successo degli interventi del governo, ma poiché sono sempre ottimista, confido sul fatto che sia avviata per lo meno un’inversione di tendenza, che cominci un nuovo periodo di riduzione delle spese per il debito e di contenimento dell’evasione – almeno altrettanto lungo del periodo di degrado che lo ha preceduto – e che questo darà ai successivi governi gli strumenti per poter governare effettivamente l’economia.

Se poi il prossimo governo attuerà una politica economica di destra o di sinistra, lo decideranno gli elettori. Ma la cosa importante è che il prossimo governo sia messo nelle condizioni di poter attuare una qualche politica economica.

L’attuale crisi finanziaria ha dato la stura alle più elaborate spiegazioni complottiste.

Io non ho mai creduto nei complotti, ho sempre pensato che le cose veramente importanti avvengano alla luce del sole.

Ed anche in questo caso, questa mi sembra la spiegazione più semplice.

La spiegazione è che Reagan, Bush, Thatcher, Berlusconi ecc. hanno vinto le elezioni.

E hanno vinto le elezioni perché il loro programma è stato approvato dagli elettori. Un programma che è stato sbandierato ai quattro venti, non era un protocollo segreto di quattro Savi che si riunivano in un’oscura catacomba. Era un programma diffuso attraverso i più efficaci mezzi di informazione, sostenuto da illustri firme di economisti e politologi, sbandierato come verità inconfutabile da commentatori ed esperti.

Il programma era che i soldi è meglio lasciarli ai ricchi, che sono gli unici che sanno cosa farsene.
Che le tasse sono una schiavitù, soprattutto quando a pagarle sono i miliardari.
Che i soldi, comunque siano guadagnati, sono il segno del successo e della capacità di chi se li è guadagnati.
Che gli impiegati statali sono dei parassiti.
Che gli operai metalmeccanici e i minatori godono di assurdi privilegi, in primo luogo il posto fisso e la pensione.
Che l’istruzione pubblica è uno spreco assurdo.
Che la sanità pubblica è uno spreco assurdo.
Che l’ecologia è uno sfizio per radical chic.
Che la cultura è un passatempo per finocchi.
Che la libera iniziativa potrebbe dare in un attimo benessere sicurezza e felicità a tutti se non fosse imbrigliata da “lacci e lacciuoli” dello statalismo.
Che i poveri del mondo sono solo dei rompicoglioni – ma questo non è razzismo, macché, hanno solo da diventare miliardari anche loro, allora li accoglieremo a braccia aperte.

(L’elenco non è finito, ma ognuno è in grado di proseguire da sé.)

Hanno anche detto che questo è il “nuovo”, che queste sono le “riforme”, che chi è contro questo programma è un comunista, peggio, un conservatore, peggio, uno che non ha idee e sa solo dire dei NO.

Questo è ciò che la gente ha votato. E la situazione attuale è figlia di queste scelta.

Si uscirà da questa situazione quando si capirà che si devono fare esattamente le scelte opposte.

Un ministro fischiato all’assemblea dei costruttori è un fatto inatteso e significativo.

Fra tutte le categorie di quel mosaico che si chiama società italiana, sicuramente i costruttori sono stati quelli che negli ultimi anni hanno avuto maggiori benefici.

Abbondanti liberalizzazioni, agevolazioni fiscali, condoni edilizi, “piani casa”, soprattutto una tacita ma universalmente nota riduzione dei controlli sulle assunzioni, hanno fatto dilagare un’attività edilizia spropositata e di pessima qualità.

A questo dobbiamo aggiungere la naturale propensione verso la proprietà immobiliare come bene rifugio; ed un’attività speculativa del tutto improduttiva, ma fatta per così dire “a futura memoria”, perché tirare su in quattro e quattr’otto un capannone in mezzo a un prato in ogni caso significa che quell’area resterà definitivamente edificabile.

Il risultato è stato un dissennato consumo del territorio, la distruzione di un enorme patrimonio naturalistico, paesaggistico ed artistico, il degrado della vivibilità di molte zone urbane, ed anche di molte zone rurali, trasformate in una alienante periferia.

Ma ha significato anche spostare grandi investimenti verso un’attività a bassissimo contenuto tecnologico, verso prodotti non esportabili, verso profitti puramente speculativi, nonché l’allargamento di un serbatoio di lavoratori non tutelati ed a bassissimo reddito. Insomma, anche da un punto di vista strettamente economico, è stato un pessimo affare.

Se in Italia esistesse un minimo di capacità di programmare il futuro, si dovrebbe dedicare ogni sforzo per invertire la tendenza, spostare le risorse disponibili verso la produzione di beni reali, verso attività tecnologicamente avanzate, verso la ricerca, l’istruzione, la cultura.

È un segno ormai patologico – anche in senso strettamente clinico – di grave involuzione senile l’insistenza compulsiva su poche vecchie frasi fatte. Il “piano casa” non è che una regressione agli anni ’50, l’idea che l’Italia non abbia altre risorse che il cemento, il mattone e braccia a poco prezzo per tirare avanti.

Ma ormai questi “piani” sono del tutto fuori dalla realtà. L’attività edilizia di questi ultimi anni non ha prodotto né benessere né sviluppo né occupazione, ma solo una selva di cartelli “VENDESI” appesi a brutti manufatti in cemento.

Ora anche i costruttori si sono accorti che così non si può andare avanti – come i vescovi hanno capito che oltre un certo limite la “licenziosità” è un segno di gravissimo disordine mentale.

Alla buon’ora. Potevano pensarci prima. Tutti gli altri (diciamo quasi tutti quelli che non sono né costruttori, né vescovi) l’avevano già capito da tempo.

Non conosco i capi del movimento NO TAV, conosco solo alcune dichiarazioni che ho letto sui giornali e di cui non posso verificare l’autenticità.

“Sarà una manifestazione a volto scoperto — aveva preannunciato uno dei leader del Movimento No Tav, Alberto Perino —, senza maschere antigas, senza caschi, una manifestazione tranquilla e pacifica”. “Dobbiamo dimostrare che siamo noi che scegliamo il tipo di manifestazione e di confronto che vogliamo fare, non possono essere gli altri a dettare i tempi al movimento — ha aggiunto Perino — non ci avvicineremo alle reti, perché non ci interessano, ci siamo già avvicinati giovedì scorso, oggi no, un’altra occasione ci sarà”.
(Adncronos 30/7/2011)

«Siamo noi a scrivere il copione delle nostre manifestazioni — spiega alla fine della giornata Alberto Perino, uno dei leader dei NO TAV — e non la Digos, il Pd, Maroni e Ferrentino». Quattro ore prima, Francesco Richetto, del comitato lotta popolare di Bussoleno, all’avvio della marcia da Giaglione, urlava nel microfono: «Siamo noi che decidiamo quando vogliamo tirare giù le reti o fare una marcia pacifica».
(La Stampa 31/7/2011)

Se queste dichiarazioni sono vere, il significato è questo: legnate o non legnate, petardi o fiori, lo decidiamo noi volta per volta. Ci prendiamo la libertà di fare di giorno una marcia pacifica, e di notte un assalto con raggi laser e proiettili di metallo. Una volta un bel corteo con famigliole e bambini lontani dal cantiere, poche ore dopo un’azione di sfondamento delle recinzioni. Lo “scegliamo” noi, a seconda dell’“occasione”.

Quelli che parlano così (non so se effettivamente le persone citate negli articoli parlino così, né quanta parte rappresentino del movimento NO TAV) sono degli irresponsabili malati di delirio di onnipotenza. Si sono autonominati burattinai che tirano i fili delle manifestazioni, e si vantano di avere il dito sull’interruttore delle violenze.

Quelli che decido di seguire questi tizi devono avere ben chiaro qual è il ruolo a cui sono destinati: carne da cannone, da buttare allo sbaraglio con elmetto e maschera antigas, oppure intrattenere con canzoncine e slogan, a seconda dell’“occasione” decisa dal Capo.

Ma naturalmente queste sono tutte invenzioni dei giornali, le parole dei capi del movimento NO TAV sono state mal interpretate.

Dispiace che si sia dovuto arrivare a questo punto, ma il progetto è una priorità nazionale, e direi anche piemontese – lo dimostra il fatto che tutte le istituzioni piemontesi sono da sempre d’accordo – e in un modo o nell’altro si deve applicare la scelta della maggioranza anche se una piccola minoranza non è d’accordo.

Quando parlo di priorità piemontese, intendo anche dire che è in atto da anni un progetto di concentrare tutte le attività economiche strategiche in non più di due regioni, facendo di tutto il resto del Nord una periferia di Milano, e di tutto il resto d’Italia una terra di nessuno da colonizzare brutalmente. Se si è tardato tanto a risolvere una situazione (e non è ancora detto che sia risolta), molte cose mi dicono che ciò è dipeso anche da un sostanziale disinteresse dei gruppi di potere più marcatamente lumbard verso un’opera troppo lontana dal loro ristretto angolo visuale.

Che cosa dicevano quei palloncini arancione, in piazza, ieri?

Da più di vent’anni ci hanno raccontato un sacco di balle, ma la balla più grande, la madre di tutte le balle, è questa.

Ci hanno raccontato che il mercato è l’unica forma possibile di libertà.

E ci hanno raccontato che questo si chiama Liberalismo.

(Quest’ultima cosa io l’ho sempre presa come un affronto personale, perché io sono figlio di un uomo che ha votato liberale per tutta la vita. Io non sono mai stato liberale, ma quando parlate di liberalismo, attenzione a come parlate, perché m’incazzo).

Poi si è andati immediatamente alle conseguenze. La prima è, che se l’unica cosa che conta è il mercato, allora tutto ciò che ha valore deve essere messo in vendita. Anzi, ha valore proprio perché può essere venduto. Se qualcosa non ha un prezzo di mercato, allora non ha valore.

Tutto è in vendita: diritti, salute, scuola, ambiente, territorio, perfino l’acqua. Non cito le minorenni, perché quella è un’invenzione molto più vecchia. Pure il voto è in vendita, ma anche questa è una vecchia, vecchissima invenzione.

Invece non ha valore la dignità, non ha valore la cultura, non ha valore solidarietà. Chi venderebbe dignità, cultura, solidarietà? E chi comprerebbe queste cose? Nessuno. Ecco dimostrato.

La seconda conseguenza è che il denaro è l’essenza del mondo. I soldi. Cash, come dicono i più tonti dei miei allievi. Il denaro è l’unico valore. Il denaro è ciò che dà valore alle cose.

Per questo non esiste il “denaro sporco”. Il denaro non solo è per definizione pulito, ma pulisce. Il denaro santifica.

Gli italiani ci hanno messo vent’anni (ed è un mistero perché ci abbiano messo tanto) per capire, in primo luogo, che non funziona.

Se si mettono i soldi in cima a tutto, non funziona niente. La cosa buffa, è che non funziona neanche l’economia. Quest’Italia che per vent’anni ha pensato che il denaro fosse l’unica cosa importante, sta attraversando la più grave delle crisi economiche. Più parliamo di soldi, più diventiamo poveri.

Il fatto è, che quando parliamo di economia, non parliamo di soldi. Ecco il segreto. Quando parliamo di economia, parliamo di lavoro. Questo è quello che io ho imparato da vecchio filosofo ottocentesco, il quale però a sua volta l’aveva imparato dai grandi liberali, dagli inventori del liberalismo. È il lavoro, la Ricchezza delle Nazioni. Non i soldi.

E poi c’è tutto il resto. Tutto quello che ci portiamo dietro anche se siamo senza soldi. Tutto quello che, se non ce l’abbiamo, non lo potremo mai comprare, neanche con tutti i soldi del mondo. La dignità. La cultura. La partecipazione. La condivisione.

Ecco, questo dicevano i palloncini arancione, in piazza, ieri.

Non è solo il fatto che il grande Vincitore ha ormai dipinta in faccia la maschera del Perdente, e non se la toglierà mai più.

Ma a guardare quei giovani in piazza, mi viene in mente che per quasi vent’anni nei filmetti di serie B (che sono il vero specchio di un paese) vi era la macchietta fissa dello “sfigato di sinistra”. Una macchietta così convincente che persino quelli di sinistra l’avevevano introiettata, inventando il “tafazzismo”.

Pensando a tutti quelli che in queste settimane hanno invaso il Web di filmetti satirici, che si scambiavano messaggi derisori, che tempestavano di prese per il culo i blog di destra, a quelli che ieri erano in piazza coi palloncini; e, dall’altro lato, a tutti quelli che se ne stavano in casa a rodersi, increduli e storditi, a quei balenghi col fazzoletto verde che sono andati da Lerner ad arrampicarsi sui vetri per dire che no, non è successo niente – insomma, chi è adesso che piscia contro vento? Chi sono i tafazzisti?

Naturalmente il berlusconismo non è ancora sconfitto, tenterà il grande botto delle Ardenne, ma è chiaro che non è più trendy, è superato, è solo questione di tempo.

E allora giù legnate sul cane che annega.

Vabbè. Diciamo che ce l’avete presente.

Allora facciamo un bel riassuntino, ma non si può sempre raccontare la rava e la fava, ci sono degli evidenti prerequisiti, si dà per scontato che il lettore abbia ben presente il concetto di famiglia linguistica, che abbia un’idea abbastanza chiara dell’indueuropeo e delle sue successive suddivisioni e ramificazioni, che più o meno abbia già sentito parlare delle lingue afro-asiatiche, altaiche, na-dene ecc.

Poi si passa alla genetica, DNA e compagnia bella, caratteri ereditari permanenti come i gruppi sanguigni, e caratteri di origine più recente, dovuti alle circostanze ambientali, come il colore della pelle ecc. In tutto questo discorso, avete capito benissimo, è implicita una critica dell’idea di razze umane, ma non c’è tempo per parlarne; abbiamo fiducia che il lettore ci arrivi da sé.

Passiamo poi alla correlazione fra la diffusione delle lingue, e la diffusione dei caratteri genetici. C’è un certo parallelismo, è chiaro, ma non sono esattamente la stessa cosa, siete d’accordo? I meccanismi non sono gli stessi, come non sono le stesse le velocità di evoluzione ecc. Insomma, qui si capisce dove si vuole arrivare, al concetto di etnia, ma non c’è tempo per fare tutta la chiacchierata, anche qui il lettore deve arrivarci da solo.

A questo punto è chiaro e lampante il motivo per cui molti, incrociando i dati della linguistica con quelli della genetica, tendono a riunire parecchie famiglie (l’indoeuropea, l’altaica, l’afro-asiatica, la dravidica, e ne ho sicuramente dimenticata quacuna) nel grosso tronco del “nostratico”. Ma perché fermarci qui? Insomma, è probabile che tutte le lingue del mondo, non solo le nostratiche, alla fin fine derivino da un’unica lingua madre (lo stesso discorso vale per le etnie, ça va sans dire).

Seguono ipotesi su dove e quando sarà nata questa benedetta “lingua madre”; ma avrete già capito che ci stiamo orientando verso l’Africa Centrale, circa 130.000 anni fa. Un po’ più complicato è stabilire la possibile origine dell’indoeuropeo: Vicino Oriente 10.000 anni fa? Oppure Asia centrale circa 7000 anni fa? Si impone una pausa di riflessione, per ben ponderare queste due ipotesi, ognuna accompagnata con diverse spiegazioni sulle modalità di diffusione, ad est (fino al tocarico, mica avrete dimenticato il tocarico!?) e ad ovest. Diffusione dell’agricoltura in seguito alla rivoluzione neolitica, oppure migrazioni di popoli grazie alla formidabile invenzione del carro su ruote? Al lettore l’ardua sentenza.

Non so se ho ricordato tutto. Comunque fermiamoci qua. Ora mettiamo tutta questa roba in una paginetta in formato A4 (non una riga di più, dobbiamo salvare le foreste sì o no?) e presentiamola come esempio di “divulgazione scientifica”.

Ah, dimenticavo: io mi sono sforzato di esporre tutta questa pappardella con un minimo di ordine, non so se ci sono riuscito, ma almeno mi ci sono sforzato, perché, grazie a Dio, io so scrivere; l’autore del prefato saggio invece ha lasciato tutto ben mescolato in un unico minestrone.

Occhèi? Occhèi.

Bene, adesso somministriamo questo bel saggio di “divulgazione scientifica” ai nostri ragazzi di Seconda Superiore, e con opportune e mirate domande vediamo che cosa hanno capito.


A questo punto, che posizione prendiamo nei confronti degli esperti dell’INVALSI? Pensate che un bel vestito di catrame e piume sia la soluzione idonea?

Hai voglia essere abituato a tutto, averci fatto il callo, ma l’espressione di solidarietà rivolta dalla signora Marcegaglia all’amministratore delegato della Thyssen, condannato per la morte dei sette operai di Torino, è di quelle cose che riescono ancora a farti saltare sulla sedia.

No, proprio non me l’aspettavo. Si può essere disincantati, “uomini di mondo”, fin che si vuole, ma c’è sempre qualcuno (in questo caso qualcuna) che riesce a darti una botta a tradimento alla bocca dello stomaco che ti lascia senza fiato.

Be’, consoliamoci. Almeno queste parole (che spero non verranno domani liquidate come una gaffe, “è stata male interpretata” ecc.: sarebbe addirittura peggio) portano un po’ di chiarezza. Diciamo pure che chiudono un’epoca. Un’epoca che anch’io avevo accolto come un fatto largamente positivo, anche se era l’espressione di un mondo che non è il mio, anche se ormai sono anni che s’era trasformata in uno stanco luogo comune. L’epoca, dico, cominciata quasi vent’anni or sono, in cui la “società civile”, il mondo dell’imprenditoria, della produzione, il mondo dell’industria, aveva annunciato la sua Rivoluzione, la volontà di prendersi la sua parte di carico dei problemi dell’intera società.

Lasciamo perdere l’esito che ha avuto, nel mondo politico politicante, l’ingresso della cosiddetta “società civile”. Ma oggi anche l’imprenditoria militante, l’imprenditoria che non fa politica in senso stretto, ma la vorrebbe fare in un senso più ampio, come forza propulsiva di una società in trasformazione, ha detto, per bocca della sua rappresentante eletta, che gli industriali non hanno più voglia di farsi carico dei problemi della società. A partire della sicurezza del lavoro. Muoiono sette operai? Be’, l’importante è che gli investimenti non abbiano a soffrirne. Ed ora un bell’applauso al nostro A.D., trattato come se fosse un assassino.

Neanche avesse ammazzato sette persone.


Addio, signora Marcegaglia. Ci mancherà. Ma impareremo presto a fare a meno di lei.

Come premessa ad ogni discorso sul tradimento dell’Europa, sarebbe il caso di ricordare che questa è un’Europa di destra.

A suo tempo, l’espansione non solo delle forze di centrodestra “rispettabili”, e un po’ tiepidine nei confronti dell’integrazione europea, ma anche delle forze un po’ meno rispettabili, xenofobe e più o meno sfacciatamente anti-europeiste, era stata salutata con grande soddisfazione da parte di quelli che adesso strillano.

Certo, mettere il governo dell’Europa nelle mani degli anti-europei, è una genialata tale quale mettere il governo dell’Italia nelle mani degli anti-italiani: come si dice in piemontese, furb come Gariboja.

Una genialata che espone agli spettacoli comici che abbiamo visto ultimamente: gli anti-italiani che chiedono agli anti-europei la solidarietà dell’Europa verso l’Italia.

Ancora una volta, si dimostra che il primo requisito per essere di destra è la mancanza del più elementare buon senso.


Poiché la grana risulta più grave con la Francia, allora parliamo un po’ della destra in Francia.

Per mezzo secolo la destra in Francia è stata rappresentata dagli eredi di De Gaulle; un uomo fatto a modo suo, ma che aveva saputo dare alla destra francese un indirizzo diverso da quello vecchio, radicale, razzista, la pancia profonda della Francia rurale e piccolo-borghese, con le sue paranoie anti-semite, le ossessioni anti-moderne, il razzismo esasperato, il populismo aggressivo, la voglia di menar le mani.

Ciò è stato vero fino a Sarkozy, che, non confondiamoci, è anni luce da Berlusconi e Bossi; ma per motivi elettorali ha dovuto esibire qualche ammiccamento alle ideologie identitarie, alla gran pancia dei “padroni in casa propria”. Naturalmente gli imbecilli di casa nostra si compiacquero, a suo tempo, della vittoria di Sarkozy ottenuta su così bel fondamento; ed ancor più si compiacciono dei progressi della signora Marine Le Pen, che di questa destra radicale è l’espressione compiuta.

Poiché il secondo requisito per essere di destra è quello di non avere memoria, allora ricordo che la destra della Francia profonda è anti- un bel po’ di cose, ma ai primissimi posti è anti-italiana. (Beh, i francesi anti-italiani hanno almeno la scusante di essere francesi: a differenza degli italiani anti-italiani, che sono soltanto delle grandissime teste di cazzo).

Senza andare a risvegliare i ricordi dell’accoglienza riservata agli immigrati italiani in Francia nell’800 (immigrati per lo più delle regioni del nord), possiamo ricordare che da una cinquantina d’anni il maître chez soi, il padrone a casa propria francese, ha un grande sogno: far sparire il vino italiano dai negozi francesi.

È a questi francesi profondamente anti-italiani che gli italiani – anche gli italiani anti-italiani, ma da Ponte Chiasso in su e da Ventimiglia in là di queste distinzioni se ne fottono, ed hanno perfettamente ragione – è a questi Francesi che gli italiani hanno chiesto di prendersi un po’ di tunisini.

Intendiamoci: la Francia ha da secoli le mani in pasta in tutta l’Africa nord-occidentale; ha in casa milioni di immigrati, tra cui seicentomila tunisini, in gran parte di seconda o terza generazione. Ed a loro modo loro i Francesi, anche i francesi “padroni a casa propria”, hanno trovato il modo di gestire questa situazione. Un paio di treni in più o in meno è roba da non alzare neanche un sopracciglio.

Ma quello che l’elettore della pancia francese — quell’elettore che Sarkozy ha un bisogno disperato di portar via da Mme Le Pen — non poteva assolutamente tollerare è che fossero proprio gli italiani a scaricare la loro incapacità a prendersi cura un pugno di disperati trasferendoli in Francia. La destra francese ormai si è adeguata all’Europa, si è adeguata pure ad a un milione e mezzo di maghrebini; ma quei due treni che arrivavano dal valico di Ventimiglia no, quello era un affronto intollerabile, un motivo sufficiente per minacciare l’uscita dall’Europa.


— Pronto, Bruxelles? Sono il ministro Maroni. Abbiamo un proble…

— Fora di ball!

— Ma sono migliaia, sbarcano…

— Fora di ball! Fora di ball!

— Ma la solidarietà europea… Schengen…

— La vuoi capire sì o no, italiano di merda? Va’ fora di ball!

— Ma io non sono italiano, sono padano… pronto?….. Pronto?……… Pronto?…

© 2012 Maurizio Pistone Suffusion theme by Sayontan Sinha