Letturina salesiana

14 agosto 2010

Ragazzi, oggi vi voglio parlare di un terribile peccato.

È una cosa veramente paurosa, credo che vi farà molta impressione, ma bisogna conoscere il male per evitarlo.

È il tunnel del berlusconismo.

Vedo che molti di voi impallidiscono. La fama di questa peste è arrivata anche nel nostro Oratorio.

Per spiegarvi meglio che cos’è, vi racconto una storia, una storia molto comune, che potrebbe capitare anche a voi.

Conoscevo una volta un povero ragazzo, si chiamava Gianfranco.

Come molti di voi, era un po’ monello, ma aveva il cuore buono e la mente limpida, non aveva mai compiuto un’azione veramente cattiva. Solo, non aveva quella buona qualità senza la quale tutte le altre sono come fondamenta erette sulla sabbia: la prudenza.

Un giorno si trovò di fronte al tunnel del berlusconismo. Ne aveva sentito molto parlare, sapeva che tanti altri giovani erano stati rovinati da promesse fallaci, da subdole lusinghe. Ma lui era convinto di essere più forte, di saper dominare le tentazioni e gli inganni del Maligno. Imprudentemente entrò nel tunnel, sciaguratamente si unì a quel popolo perduto.

Cercai più volte di farlo recedere da quel vizio ripugnante. Ma lui rispondeva sempre: “Non sono berlusconiano! Posso smettere quando voglio!”

Quanto si ingannava! E in che misero stato s’è ridotto!

Oggi non può più prendere il sole a Montecarlo senza che gli crolli addosso il Giornale. Va in un mobilificio a comprare una cucina, ed è scosso da terribili conati di Feltri.

Cosa farà? Il suo futuro sembra senza speranza. Gli rimangono, come trista compagnia, le smorfie di Bocchino, le lagrime Della Vedova. Veramente, una vita rovinata.

Figlioli, state attenti! Già la mia buona Mamma, quand’ero bambino, mi diceva sempre: “Toca nen ij bërluscon se ‘t veule nen vnì bòrgno!”(*) E quel giovinetto tanto buono che viveva qui con noi, ed ora è in Paradiso, il savio Domenico, il giorno della sua prima Comunione scrisse sul quaderno dei suoi pensieri: “La morte ma non berlusconi!”


(*) Non toccare i berlusconi se non vuoi diventare cieco

Pomigliano

26 giugno 2010

Il referendum a Pomigliano non serviva a ratificare un accordo sindacale. Non era neanche un vero referendum.

Un vero referendum si vince con il 51%. O sì, o no. Fine della discussione.

Il referendum di Pomigliano doveva dimostrare che in Italia non esiste più la classe operaia. Esistono gli operai, sì, ma non esiste la classe operaia.

Gli operai del Nord sono degli zombie in camicia verde che amano il padrone e odiano gli zingari.

Gli operai del Sud sono dei cafoni con il cappello in mano, disposti a qualunque umiliazione per un posto di lavoro.

La sinistra in Italia è formata da pochi irriducibili intellettuali, che non hanno più nessun contatto con la realtà.

Questo si voleva dimostrare. E per dimostrare questo, occorreva una maggioranza bulgara. Non bastava il 51%. Non è bastato neanche il 62%. Bisognava dimostrare che il no non esiste

Ecco perché un referendum vinto con una maggioranza di quasi due terzi per loro è una sconfitta. Perché è stato un vero referendum. Perché la gente ha potuto scegliere, e ha scelto.

Se qualcuno avesse chiesto il mio parere prima, avrei detto che era meglio non andare a votare. Non si volta per l’abolizione dei diritti costituzionali.

Mi sarei sbagliato.

È bene che siano andati a votare. È bene che siano stati sconfitti, ma sconfitti in un vero referendum, in una vera consultazione democratica.

Quindi, onore agli operai di Pomigliano. Anche a quelli che hanno votato Sì. Hanno dimostrato che in Italia esiste ancora una classe operaia pensante, esiste ancora una sinistra, esiste ancora una possibilità di democrazia.

Sul merito degli insegnanti

4 maggio 2010

Si discute da tempo sul merito degli insegnanti, e sulla necessità di legare la retribuzione alla qualità della prestazione.

Ma in questa discusione mi sembra che si confondano due cose molto diverse, anzi, opposte.


1. Una cosa è il riconoscimento del merito, o qualità dell’insegnamento.

Tutti siano andati a scuola, e abbiamo conosciuto insegnanti migliori e peggiori: per cultura, per assiduità nel lavoro, per passione, per capacità di trasmettere non solo conoscenze ma l’amore per la conoscenza. È sicuramente una valutazione soggettiva, ma in ognuno di noi saldamente radicata.

Tutti noi sappiamo che fra i nostri colleghi ci sono dei migliori e dei peggiori, anche se in genere è una valutazione indiretta, non essendo se non in rare occasioni testimoni oculari della loro attività.

Si può formulare una procedura che porti da questa valutazione soggettiva, in gran parte puramente epidermica, ad un parametro, non dico oggettivo, ma almeno largamente condiviso, per cui il riconoscimento del merito di un collega non sembri per nessuno un ingiusto privilegio, ma sia per tutti uno stimolo a migliorare, e non generi invidia, ma un pochino di orgoglio professionale, che contagi anche quelli che non l’hanno conseguito?

Io non so come si possa arrivare a questo, ma certo, sarebbe una cosa molto bella.

Ebbene, un riconoscimento di questo genere sarebbe, io sono convinto, anche e soprattutto un premio per quanto di personale, di libero, di creativo un bravo insegnante mette nel suo mestiere. Non si può essere bravi insegnanti se non si è in primo luogo convinti del supremo valore della libertà d’insegnamento.


2. Una cosa completamente diversa è una retribuzione fondata su un sistema di incentivi. Dividere l’attività didattica in tante micro operazioni, in tanti micro obiettivi, e decidere di assegnare ad ognuna di queste particelle un valore monetario. Periodicamente si ripetono su queste larghe bande le querimonie di docenti che si lamentano perché devono correggere più compiti in classe dei colleghi, e vorrebbero che questa differenza venisse remunerata. Ognuno sa a che cosa porterebbe una simile incentivazione. Che subito ognuno di noi inonderebbe i ragazzi di temi ed eserciti e disegni non perché servono, ma perché per ogni compito sono tot soldini.

Lo stesso per ogni altra forma di incentivazione su aspetti parziali della didattica, oppure su aspetti parziali di valutazione dei risultati.

Se c’è una cosa in cui il mio modo di insegnare è cambiato profondamente e progressivamente nel corso degli ultimi quindici anni, è stata la crescente insistenza sulla produzione scritta, soprattutto nelle prime classi. All’inizio facevo i canonici tre temi tri/quadrimestrali, come avevo fatto io per tanti anni alle medie e al liceo. Poi ho cominciato ad aumentare. Da un paio d’anni, almeno nel primo quadrimestre in prima, la colonna dei voti di scritto sull’aletta a sinistra del registro non mi basta più, e devo creare altre due o tre colonne sul margine destro. Dieci, undici, dodici temi a quadrimestre!

Serve? Mah, continuano a scrivere come dei cani.

Supponiamo però che domani mi dicano che i miei allievi saranno sottoposti periodicamente a una batteria di test (ovviamente, oggettivi: cioè crocette) e che in base ai risultati di questi test varierà il mio stipendio. Pensate che continuerò a passare i pomeriggi a correggere temi su temi? Ma neanche per idea! Crocettate! Crocettate! Crocettate per la Patria, per il vostro futuro – e soprattutto per il mio stipendio! Regalerò a mie spese a tutti gli allievi un abbonamento alla Settimana Enigmistica!


3. Quello che voglio dire, è che mentre una valutazione del merito del primo tipo è una valutazione a babbo morto, che al massimo può funzionare come incoraggiamento a continuare su una strada già bella spianata, ma non modifica la pratica dell’insegnamento (se sono un insegnante “di qualità” vuol dire che sono già abbastanza bravo, no? e non saranno certo i valutatori a dirmi cosa devo fare!); una retribuzione ad incentivi provoca inevitabilmente una distorsione a monte nella pratica professionale. Come quei medici ospedalieri che sono pagati “a prestazione”, con la conseguenza che se entri in ospedale per una banale aritmia finisci senza neanche accorgertene su un tavolo operatorio dove ti sostituiscono la valvola aortica (cito casi reali e ben noti).

Certo, noi insegnanti per fortuna non maneggiamo protesi, ma in ogni caso, sono soldi buttati via, per farci lavorare peggio. Almeno di questo i nostri riformatori manageriali dovrebbero essere avvisati.



· libertà d’insegnamento: che non vuol dire far quel cazzo che ti passa per la testa fregandotene di programmi ecc. Questa è l’idea di libertà del bambino, che pensa di essere libero solo se può mangiare tutta la marmellata che vuole. Dovrebbe essere ovvio, ma un segno di quanto siano infelici i nostri tempi infelici è il fatto che un concetto così semplice debba essere costantemente ripetuto.
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L’umiliazione

22 aprile 2010

In questi giorni nelle scuole italiane stanno girando i rappresentanti delle Case Editrici a proporre le novità per il prossimo anno.

È da loro, non dal nostro Ministro, che siamo informati sui programmi che dovremo svolgere.

I libri di storia dei Professionali, mi hanno spiegato, sono già stati riscritti e stampati seguendo la traccia dei programmi di storia dei licei. Anzi: la traccia di una “bozza” dei programmi dei Licei.

Far la bozza dei licei, immagino, non è stato molto difficile. In questa riforma, che è una vera rivincita postuma (almeno in parte, ammettiamolo, meritata) di Giovanni Gentile, il Liceo Classico torna a brillare di una luce non più offuscata da altri indirizzi di rango inferiore. Man mano che si scende dall’empireo, le cose si fanno più fumose e vaghe. Sugli altri indirizzi liceali mi sembra che si sia arrivati ad una definizione ancora provvisoria, ma almeno approssimativamente orientativa.

Per quanto riguarda tecnici e professionali, non c’è ancora nulla di chiaro. Non dico di certo, di definitivo. Solo di chiaro.

Per gli insegnanti di lettere, come me, non è un gran problema. La storia è sempre quella, e se devo finire il programma di prima superiore con Cartesio, oppure con Carlo Magno, oppure con Giulio Cesare, me lo possono dire anche il primo giorno di scuola. Ma penso che per la maggior parte delle materie di indirizzo non sia così banale.

Se volevamo una conferma che nella nuova Riforma gli istituti tecnici e professionali sono scuolette di poco conto, centri di addestramento destinati a produrre una pletora di pseudo diplomati usa e getta, be’, eccola.

Perfino durante il fascismo, la Confindustria, appena emanata la legge Gentile, insorse, chiedendo una totale revisione degli indirizzi più importanti per lo sviluppo tecnologico e industriale che allora aveva appena preso slancio. Dopo Bottai non è più stato possibile considerare l’istruzione tecnica e professionale come un settore residuale, per quei ragazzi che tanto sono teste di legno, e teniamoli legati a banchi finché non avranno l’età per prendere in mano un cacciavite.


La mattina dell’8 Settembre 1943, quando gli Italiani seppero dalla radio che non erano più alleati dei tedeschi a far al guerra agli americani, ma alleati degli americani a far la guerra ai tedeschi, almeno il trattato era stato firmato, alcuni giorni prima, da persone responsabili. Non furono informati dal panettiere del borgo che aveva sentito parlare di una “bozza” di armistizio.

La cosa più deprimente, è che la quasi totalità del corpo insegnante sembra rassegnata ad accettare questa situazione come normale, inevitabile. Il consenso per una Riforma che esiste solo in quanto annunciata in televisione, ma che entra in vigore prima ancora di essere stata scritta (anzi: “abbozzata”), sembra totale. Portiamo sulle spalle la nostra umiliazione come la chimera di Baudelaire, con la stessa ottusa indifferenza.

È possibile dirlo? (Piccolo coming out sul federalismo)

21 aprile 2010

Non so se è possibile dirlo, ma anche se non è possibile, lo dico lo stesso.

Io sono contro il federalismo.

Non lo dico per astratti motivi ideologici.

Lo dico per tanti motivi storici e politici concreti, ma soprattutto per aver visto con i miei occhi la paurosa proliferazione, in nome della “sussidiarietà”, di piccole e piccolissime lobby, di piccoli e piccolissimi centri di spesa, di piccoli e piccolissimi centri di potere, che proprio perché numerosissimi, e piccolissimi, e placidamente immersi in quella palude grigia che si estende sempre di più tra pubblico e privato, sono al di fuori di ogni controllo, di ogni trasparenza, di ogni responsabilità.

Lo dico perché il federalismo, come si sta attuando tra noi, non si risolve in una semplificazione della macchina amministrativa, ma al contrario, nella moltiplicazione dei centri decisionali, e quindi di norme potenzialmente contraddittorie; e contemporaneamente resta in vita tutta la precedente macchina, a partire dalle province, enti di cui confesso di non essere mai riuscito a capire l’utilità.

Lo dico perché vivo la realtà della scuola, e lì è particolarmente evidente la totale confusione e sovrapposizione di competenze, tra progetti comunitari, regionali e provinciali; calendari regionali e provinciali e comunali e di istituto. Vedo la patologica proliferazione di “agenzie” di ogni genere; vedo che mentre si mette in discusione il valore legale dei titoli di studio, ad essi si vorrebbero sovrapporre “certificazioni” di ogni genere, rilasciate dagli enti più improbabili. Vedo il crescere incontrollato della neolingua della “sussidiarietà”, con alcuni vocaboli che dovrebbero far venire il brivido nella schiena di tutti benpensanti, come “surroga”, cioè l’idea che uno possa fare qualcosa che non è il proprio mestiere, al posto di qualcun altro (ma non è detto neanche che sia il mestiere di quell’altro). O “accreditamento”, per cui la scuola di Stato deve andare bene non allo Stato ma alla Regione, per fare cose che non si capisce bene a che titolo sono compito dello Stato – o forse della Regione.

Questa è una mia piccola presa di posizione personale, ma mi farebbe piacere sapere se qualcuno è d’accordo con me.

Ripartire dal quel 61,3%

9 aprile 2010

Una delle cose più stupefacenti del nostro paese, è che perfino quando si parla di Riforme istituzionali, si ha l’impressione di vivere in un mondo virtuale.

Si parla della Grande Riforma, come se fosse qualcosa di collocato in un imprecisato futuro.

Invece la Grande Riforma c’è già stata, in un passato neanche tanto lontano. Approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005, è stata sottoposta al voto dei cittadini il 25 e 26 giugno 2006, ottenendo un bel 61,3% di NO.

Un 61,3% di cittadini, che non sono andati a votare per questo o quel partito, per questo o quel lìder, ma per la nostra Costituzione repubblicana.

È stupefacente che questo fatto, che sicuramente nei decenni futuri (quando si uscirà dalla Realtà Virtuale, e si tornerà alla Realtà Reale) sarà ricordato come uno dei pasaggi decisivi di questa fase della storia d’Italia, sia stato completamente dimenticato.

È una colpa imperdonabile degli attuali dirigenti delle forze di (centro-)sinistra, che non abbiano il coraggio, la lungimiranza, la lucidità di dire con forza che è a quel 61,3% di cittadini italiani che bisogna dare una prospettiva per il futuro.

Un futuro, in primo luogo, democratico e repubblicano.

Considerazioni finali sulle elezioni del 27 e 28 marzo

3 aprile 2010

1. Grillo

Inutile stare a piangere su Grillo.

In ogni elezione, da trent’anni a questa parte, c’è stata una certa dose di… possiamo chiamarlo “qualunquismo di sinistra”? Insomma, quella roba che “tanto sono tutti uguali”, “fanno tutti schifo allo stesso modo”.

C’è stata quasi sempre una qualche lista che è “contro tutti”, “contro i professionisti della politica” ecc. Una volta è stata una qualche lista di sinistra estrema, un’altra volta i radicali, oggi è stato Grillo, la prossima volta vedrete che sarà qualcun altro. È un dato costante, non possiamo cambiarlo ed è inutile rovinarsi il fegato.


2. Chi ha vinto?

Ormai l’elettorato ragiona in termini bipolari. Non c’è più spazio per il proporzionalismo. Prima si decide se votare di qua o di là, poi, all’interno di uno dei due schieramenti, si decide quale lista votare. Non si può ragionare per somme algebriche delle singole liste. Andare a fare chissà quale ragionamento sugli spostamenti all’interno delle coalizioni è ozioso.

Per questo Berlusconi ha ragione di essere contento. Lo schieramento di destra ha vinto, e lui è lo schieramento di destra. Berlusconi non è il PDL. Berlusconi è Berlusconi, cioè una bizzarra chimera che tiene insieme scissionisti e ultranazionalisti, liberisti e statalisti, ultracattolici ed ex radicali, ultramoderati ed eversori. La nomenclatura delle liste non ha per lui la minima importanza – per ora. Ce l’avrà per i suoi successori, quando gli alleati oggi tenuti insieme a forza si prenderanno a sprangate.

Casini invece si trova col culo per terra. Il suo progetto è fallito: non perché ha avuto l’un per cento in più o in meno, ma perché l’idea di rappresentare un Centro che fa da ago della bilancia non ha funzionato. Mi dispiace per lui, ma si deve mettere in testa che oggi, in Italia, il Centro non esiste.


3. Il territorio

Il dato più importante delle ultime elezioni è il dato territoriale (lascio perdere qui Campania e Calabria, dove temo che il voto sia fortemente influenzato da altri fattori). Non nord e sud, non questa o quella regione. Berlusconi ha adottato la strategia di Mao Tse Tung: le campagne che accerchiano le città.

In Piemonte la Bresso ha stravinto in provincia di Torino, ha straperso in tutte le altre.

Nel Lazio ha vinto la Polverini, ma nella circoscrizione di Roma la Bonino ha fatto il 51%, a Roma città (la città del Papa!) ha fatto il 54%.

(Prima di sputare addosso alla radicale abortista e bestemmiatrice, ricordiamoci sempre che alle ultime comunali quel picio di Rutelli era riuscito a far vincere Alemanno in una città che alle politiche e alle provinciali aveva votato per il centrosinistra.)

Il Lombardia Formigoni ha stravinto, ma a Milano è solo un pelino sopra il 50%.

Il Veneto va trinfalmente alla Lega, ma Venezia (che non è solo la città delle gondole, ma comprende il grande complesso industriale di Mestre) ha di nuovo un sindaco di centrosinistra.

Anche in Puglia Vendola ha vinto a Bari e Taranto col 51%, a scalare nelle città minori.

Perfino nella provincia dell’Aquila, dove ha vinto la destra, nelle quattro circoscrizioni dell’Aquila città la Pezzopane (PD) è andata tra il 53 e il 57%

Insomma, Berlusconi è riuscito a vincere usando l’arma della divisione. E la divisione territoriale non è che l’aspetto elettorale della divisione sociale. È riuscito a convincere le diverse categorie sociali che potranno scaricare il peso della crisi su qualcun altro. Ha detto ai lavoratori autonomi che la crisi la pagheranno i lavoratori dipendenti (i “fannulloni”). Ha detto ai lavoratori dipendenti che la crisi la pagheranno gli immigrati. Ha detto ai marsicani che il terremoto lo pagheranno gli aquilani. Agli immigrati non ha detto niente perché non votano. Ma il giorno che dovessero votare, vedrete che riuscirà a vendere qualcosa anche a loro.

La strategia ha funzionato nei centri minori, dove di immigrati ce ne sono pochi, ed gli operai sono divisi in tante minuscole aziende, senza nessun tipo di coesione sociale. Non ha funzionato nei grandi centri, dove l’immigrazione è più forte, ma meglio metabolizzata, e dove il peso della crisi sui ceti più deboli è più visibile – non più forte: più visibile.

Ma alla fine, tirando le somme, la strategia ha funzionato.

Perché non imparano?

21 marzo 2010

Scrive Papi Boy su it.istruzione.scuola:

Il problema non è se sono più o meno intelligenti rispetto a 30 o 40 anni fa, il problema è che non gliene frega assolutamente niente di imparare.

C’è una sorta di stupefacente sordità, di assoluta incapacità a costruire un ponte fra sé stessi e ciò che gli viene insegnato.

In seconda ho parlato a lungo, in questi ultimi mesi, di Pirandello e Kafka. Ho insistito sul fatto che sono autori che parlano della vita quotidiana di persone comuni, dei più banali problemi dell’esistenza. Su Kafka, in particolare, insistevo sul problema del rapporto con il Padre (La sentenza, La metamorfosi). Mi sono spinto a fare allusioni decisamente scoperte, quasi offensive, a situazioni private di alcuni allievi. Ma quello che più di tutti gli altri rideva come un matto, dicendo che Kafka è un matto che parla di cose che non esistono (un uomo che diventa uno scarafaggio, ma quando mai!), è proprio il ragazzo di cui sappiamo che ha un rapporto spaventosamente conflittuale con il padre, e che proprio per questo motivo probabilmente abbandonerà la scuola prima della fine dell’anno.

Alla verifica finale ha consegnato il foglio bianco, gli ho messo 1. Ha accolto il voto con un sorriso beffardo.


Altra classe. Un allievo straniero, timido, spaurito, che non sa ancora bene l’italiano, ed è spesso vittima di crudeli scherzi da parte dei compagni, legge e riassume un articolo di giornale sul bullismo. “Il bullismo porta all’isolamento”, doveva scrivere. Invece di “isolamento” scrive “insolazione”.


Altra classe, altro allievo, mi è stata riferita: “Cosa vuol dire triangolo equilatero?” “Che ha quattro lati”.

Ma quest’ultima l’ho messa solo per ridere.

Ancora sullo studio del latino

15 marzo 2010

Su it.istruzione.scuola la questione del “Liceo delle Scienze Applicate”, che dovrebbe sostituire il “Liceo Scientifico Tecnologico” ha riaperto la vecchia questione dello studio del latino. Un vecchio amico, “Al-Farid”, ha toccato il tasto sempre sensibile dei ricordi:

Non a caso un testo cardine è appunto l’“Analisi logica” del Tantucci, testo che chi ha studiato latino ben ricorda.

Ho ancora in libreria la mia copia della Sintassi latina del Tantucci: un fascicolo sbrindellato di fogli staccati, che avevo già comprato usato – probabilmente usato più di una volta.

Quando ho voluto riprende il latino da grande, ho usato il Bonfante: il tipo è un mezzo nazista, ma come glottologo sa il fatto suo.


Del liceo classico ho patito l’insegnamento disastroso della matematica, un handicap al quale non ho mai saputo porre rimedio.

Con mio figlio credo che abbiamo azzeccato quasi tutte le mosse: musica dai cinque ai dodici anni (musica musica, neh, non attività ludico-musicali); buone scuole pubbliche (elementari, medie, liceo classico), tutte ragionevolmente conservatrici.

Dei docenti, due tipi un po’ originali, alle medie e per i primi tre anni di superiori; gente che insegnava matematica vera (ammesso che io sappia che cos’è la matematica vera) non banali calcoli ripetitivi.

Decisamente sotto livello gli insegnanti di italiano. Inutilmente pedante quella delle medie; completamente squilibrati quello del ginnasio (che faceva anche latino, fortunatamente non greco), e quello dell’ultimo anno del liceo. Tutti noi abbiamo esperienze di almeno un insegnante disastroso; averne incontrati due di seguito, in una materia fondamentale, è una vera sfiga. Ma di quelle sfighe però che non puoi prevedere né controllare.

Decisamente sopra la media l’insegnante di greco del ginnasio, più che dignitosi (quasi) tutti gli altri. Un buon insegnante, qualunque sia la materia che insegna, è un’esperienza che ti rimane impressa per tutta la vita. Uno su tanti ti capiterà, altrimenti, è un guaio irrimediabile.

Grazie a Dio mio figlio ha finito il liceo prima dei disastri della Gelmini. Con quel poco di autonomia che c’era, facevano matematica potenziata nel liceo, inglese quinquennale, un corso supplementare facoltativo di analisi matematica in terza liceo.

Adesso è iscritto a Fisica, e si trova bene.


Non ho mai creduto al Latino che insegna a ragionare. Il latino non è né più né meno logico di qualunque altra lingua. L’insegnamento tradizionale dell’ “analisi logica” è un mostro metodologico, logico, linguistico: al massimo può avere un valore mnemonico per il principiante, o per il tardo. “Nella frase attiva il soggetto compie l’azione, nella frase passiva il soggetto subisce l’azione” è una formuletta che può aiutare all’inizio, basta non chiedersi mai che cosa significa “compie” e “subisce”.


Non trovo nulla di più fastidioso delle discussioni sugli insegnamenti che “servono”. È un ragionamento da apprendista cuoco: l’aglio serve sempre, se non ce l’hai in cucina, è un disastro. Invece con lo zafferano ci fai solo il risotto alla milanese, lo compri solo quando ne hai bisogno.


Il latino – e il greco – non sono lingue “antiche”. Il latino non sta all’italiano come il gotico al tedesco, l’anglosassone all’inglese. Il latino e il greco sono lingue di una cultura che l’Europa ha sempre mantenuto in vita come parte della sua anima. Puoi vivere senza Beowulf, non puoi vivere senza Ulisse – Ulisse non è il bisnonno di tuo bisnonno, è sempre accanto a te.

Non puoi neanche vivere senza l’Ecclesiaste, ma dobbiamo rassegnarci al fatto che della triade umanistica (che ancora per Leopardi era un dogma) l’ebraico è stato abbandonato ta tempo.

Naturalmente, il problema è se conoscere i testi in lingua originale, o per lo meno, avere una minima idea della lingua in cui sono stati scritti (nessuno esce dal liceo classico in grado di leggere l’Odissea in greco). Io sono in grado di leggere almeno una parte della letteratura francese in originale (Stendhal sì, Céline no); un po’ meno in inglese e tedesco; neanche una parola di russo. Ma non è stato tempo perso studiare un po’ di quelle lingue.


Quello che gli apprendisti cucinieri non riescono a capire, è che il nostro cervello(*) è fatto di interconnessioni, quindi anche l’educazione deve essere interconnessa. Devi imparare anche cosa che “non ti servono” per lo stesso motivo per cui un ciclista non può limitarsi a potenziare i muscoli delle gambe. L’importante non è “a cosa serve” una certa materia, ma quanto sono ampie le aree cerebrali che interessi con una certa materia. È questo il senso delle materie di interesse generale “teoriche”, “poco pratiche”, “che non ti verranno mai chieste in un colloquio di lavoro”: la musica, la matematica, le lingue moderne e antiche.

Questo varia a seconda delle età. Soprattutto nell’infanzia le aree cerebrali sono fra di loro potentemente interconnesse, anzi, queste mainterconnessioni sono in tumultuoso sviluppo, e l’apprendimento di materie di interesse generale ha un valore formativo enorme. È questa l’importanza della musica, della matematica, delle lingue – l’ideale sarebbe che tutti i bambini crescessero in un mondo bilingue, purtroppo sotto questo punto di vista la scomparsa dei dialetti è stato un disastro.


È importante imparare cose “che non ri servono” proprio perché non ti servono, per avere un’idea del mondo cerebrale che c’è al di fuori dela specializzazione alienante del lavoro che svolgerai per quarant’anni. Anche se passi la vita a progettare rubinetti per doccia, devi sapere che oltre ai rubinetti per doccia esistono le chiese romaniche e i cacciatori boscimani, i buchi neri e l’Edipo Re, l’Arte della Fuga e la topologia. Se no sei come un paralitico in carrozzella seduto davanti ad un compiùter – mica ti servono le gambe per usare il compiùter, no?


Tanto per scandalizzarvi, tra le cose che “servono nella vita” e che io vorrei limitare parecchio, vi è anche il training catto-terzomondista. Insegnare a non copiare è più importante dell’ “educazione alla pace”, cercare su tre vocabolari la corretta traduzione di un termine ostico è più importante degli esercizi spirituali sulla fame.

Il senso di responsabilità sociale deve fondarsi sulla consapevolezza delle relazioni fra le cose, non su una generica compassione.



(*) parlo di “cervello” in senso metaforico, s’intende

Il libro, la lettera, Internet

27 febbraio 2010

Le norme sull’informazione sono state fissate in età moderna quando i grandi settori della comunicazione erano due:

  1. La stampa: libri, giornali e periodici. In questo caso abbiamo la comunicazione unidirezionale da uno (o pochi) a molti. La comunicazione avviene attraverso supporti singoli, concreti, numerabili, non riproducibili senza un’attrezzatura complessa.

    È su questa base tecnica che sono state costruite le moderne leggi sui diritti d’autore e sulla libertà di stampa.

    Le stesse leggi sono poi state estese a tutti i supporti fisici, come i dischi ecc., e alle forme di trasmissione broadcasting, come la radio e la televisione, che hanno in comune con la stampa la comunicazione unidirezionale da uno a molti, anche se la trasmissione non avviene su supporti fisici numerabili.

  2. L’altro settore è la posta: un grande servizio pubblico che permette la comunicazione bidirezionale e riservata uno a uno.

    Prima dell’800 esisteva già la lettera, ma farla pervenire a destinazione era sempre una cosa difficoltosa. Con i servizi postali nazionali, e con l’invenzione del francobollo, la posta diventa un servizio alla portata di tutti.

    Sulla base del servizio postale sono state emanate le norme sulla riservatezza della corrispondenza, norme poi estese al telefono e ad altri sistemi analoghi.


L’estensione di queste norme all’informatica e al Web all’inizio hanno puntato su delle forme di semplice analogia.

Internet è stata vista per un certo tempo come una televisione con milioni di canali.

La diffusione del software è stata considerata un’estensione della diffusione della stampa – per questo continua l’affezione ad un supporto ormai obsoleto come il disco ottico.

Le mail anche nel nome richiamano la buona vecchia posta.

I siti di attualità sono stati considerati alla stregua di testate giornalistiche, con tanto di obbligo di registrazione – anche se nessuno è mai riuscito a definire in modo soddisfacente che cosa è una “testata giornalistica” in rete.

Usenet, forum, P2P… be’, qui è un po’ più difficile. Una piazza? un mercato? una bacheca? un suk?

Poiché appunto sono estensioni analogiche di vecchie categorie, la realtà ormai scappa da tutte le parti.


Prendiamo in mano un buon vecchio libro, e pensiamo di che cosa si tratta, da un punto di vista concreto, materiale, prescindendo dalla normativa che ne regola la produzione e la circolazione.

Il libro è prodotto in grandi stabilimenti industriali, con una tiratura predeterminata, e costi proporzionali alla tiratura. Non può essere riprodotto agevolmente con strumenti semplici. Se voglio comunicare ad un amico le informazioni che ho trovato in un libro, la cosa migliore è regalarglielo, o imprestarglielo (operazione che spesso coincide con la prima). Ma dal momento in gliel’ho dato, io rimango senza.

Accendiamo ora il computer, e pensiamo a quando per la prima volta ci è stato spiegato che cos’è un sistema operativo. Dentro la memoria del computer le informazioni sono organizzate sotto forma di file. Le operazioni fondamentali sono: copiare un file, spostare, cancellare

Da un punto di vista tecnico (di nuovo, prescindendo dalla normativa) il computer è essenzialmente questo: una macchina che maneggia informazioni con modalità che ne permettono l’immediata, illimitata e gratuita replicazione e diffusione.

Possiamo girarla come vogliamo, ma a questo ambiente, non a quello del libro, dobbiamo dare una regolamentazione.

Prendiamo ora una lettera (quand’è l’ultima volta che avete scritto una lettera?) Un foglio scritto pazientemente con inchiostro nero – o romanticamente azzurro, verde, marroncino seppia ecc. Una busta, chiusa (lap!), un francobollo (lap!). Si mette nella cassetta, e si aspetta con trepidazione la risposta: due giorni, tre giorni… una settimana… perché non arriva?

Si fa più in fretta con una mail, no? Più o meno è la stessa cosa, a parte che non si usa l’inchiostro verde ecc. e non si compra il francobollo. Se dopo mezz’ora non arriva niente, cominciamo ad innervosirci.

Le due forme di comunicazione hanno un aspetto importante in comune: la riservatezza. Se qualcuno, non autorizzato, apre le nostre lettere, sbircia nella nostra casella di posta, ci secchiamo, e non poco.

Però… la stessa mail può essere mandata a due, tre, trenta… destinatari. Senza fatica, senza spesa. In un click. Ci sono tanti programmini gratuiti per creare una vera newsletter. Siamo passati quasi senza accorgercene ad una comunicazione di tipo broadcasting. È un po’ più complicato, ma sempre alla portata di chiunque, creare una mailing-list. Ciò che ognuno dei corrispondenti scrive, viene letto automaticamente da tutti gli iscritti. È una cosa che con la posta normale non si potrebbe fare – neanche usando un pacco così di francobolli. Siamo passati all’agorà. Tutti parlano con tutti, tutti leggono ad alta voce sulla pubblica piazza le lettere che hanno ricevute e spedite. Questo non ha più niente a che vedere con la vecchia lettera, il francobollo, l’indirizzo svolazzante…

Internet è stata inventata per questo, non per altro. Tutti sono in contatto con tutti. È così che funziona.


Riassumendo:

  1. Stampa: comunicazione unidirezionale, pubblica, da uno (pochi) a molti.
  2. Posta: comunicazione bidirezionale, riservata, da uno a uno.
  3. Internet: comunicazione, tendenzialmente pubblica, da tutti a tutti.

La comunicazione informatica può essere inclusa nei due sistemi precedenti, a patto però di limitarne enormemente le potenzialità.

Le regole fissate nell’800 per le forme 1 e 2 non si adattano alla comunicazione di tipo 3. Sarebbe come costruire il Codice della Strada partendo da norme emanate al tempo in cui si trasportavano le merci su carovane di muli attraverso i valichi transalpini.

Le potenzialità tecniche prima o poi abbattono le normative irrazionali. Con l’invenzione dell’automobile, abbiamo un sistema di trasporto molto più veloce di un mulo. Certo, è necessario imporre, per esempio, un limite di velocità. Ma deve essere un limite coerente con le caratteristiche tecniche del mezzo che vogliamo regolamentare.

C’è una strada in mezzo alla campagna, un bel rettilineo di quattro corsie, pulito, con le righe bianche verniciate di fresco, senza ostacoli. Il limite è di 90kmh. Vabbe’, non pretendiamo che andiate proprio ai 90, magari si spinge un po’, ai 100, ai 110… Chi non l’ha fatto. Ma se tirate fino ai 220, 240, 260, siete proprio dei pazzi. 90 è un limite ragionevole.

Ecco, in quel rettilineo dove tutti vanno a 90 all’ora, o poco più, improvvisamente compare un cartello: LIMITE 20KMH. È una follia. Nove su dieci proseguono senza badarci. “C’era il limite? Ah sì? tu l’hai visto? E di quanto?” Uno su dieci si butta sul freno, inchioda, e si fa tamponare violentemente da quelli che vengono dietro. Un disastro.

È inutile dire: se tutti avessero rispettato il limite non sarebbe successo niente. Invece è successo. Le automobili esistono, e finché non avremo un sistema di trasporto migliore, ci teniamo quelle. Sono state fatte per viaggiare più velocemente di un mulo – anche di un mulo da corsa che va a 20kmh. Non le possiamo disinventare. Non possiamo trasformare il traffico in un’assurdità tecnica solo perché il sindaco di un piccolo comune ha le paranoie.